La violenza tra pari, il silenzio degli adolescenti, la crisi delle relazioni nel tempo dei social e la difficoltà di distinguere il conflitto dalla sopraffazione sono stati al centro della Giornata dell’Europa celebrata a Fiume attraverso teatro, confronto pubblico e partecipazione giovanile. Nel foyer del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc”, la ricorrenza ha assunto i contorni di una riflessione sul disagio adolescenziale e sulle derive dell’aggressività contemporanea. L’iniziativa, promossa dall’Agenzia per lo sviluppo cittadino Porin, sede di Europe Direct Rijeka, e dall’Agenzia per lo sviluppo regionale della Regione litoraneo-montana con l’ente teatrale, ha riunito istituzioni, scuola, associazioni e giovani attorno alla necessità di arginare violenza e silenzio. Prima dello spettacolo “Questa potrebbe essere la mia classe”, diretto da Anica Tomić sul testo di Jan Samek, il dibattito “Dietro le quinte. La violenza tra pari come problema sociale” ha raccolto gli interventi della regista, di Maša Komadina dell’associazione UZOR, di Ines Lazarević dell’Istituto regionale di salute pubblica, di Sara Sušanj dell’associazione Delta e di Petra Vulelija della Scuola di economia di Fiume. A coordinare la discussione sono state le studentesse Gabriela Dragnić e Pia Petričić dei ginnasi croati di Sušak e Fiume, mentre ad aprire la serata hanno preso la parola la sindaca Iva Rinčić, la sovrintendente Dubravka Vrgoč e il vicepresidente della Regione Robert Matić.
L’inquietudine del presente digitale
Nel panel, con particolare riferimento al cyberbullismo, è emersa una più ampia crisi relazionale. Rinčić ha richiamato la responsabilità collettiva nel costruire ambienti sicuri e inclusivi per bambini e adolescenti, ricordando le parole di Suzana Ritz, madre del liceale zagabrese Luka Ritz, ucciso nel 2008, secondo cui riconoscere il problema e chiedere aiuto è già un gesto di coraggio. Tomić ha descritto i meccanismi della sopraffazione come un processo graduale alimentato dal bisogno di appartenenza e dalla paura dell’esclusione. Nel paesaggio digitale, ha osservato la regista, l’aggressività prende forma attraverso messaggi, video e hashtag destinati a permanere nello spazio virtuale. Dal confronto è affiorata la richiesta di creare spazi di ascolto, rafforzare il dialogo con le famiglie e ripensare strumenti educativi capaci di intercettare il disagio prima che degeneri nell’isolamento o nella violenza. Al termine dell’incontro, sul balcone dello “Zajc”, il coro ha eseguito l’“Inno alla gioia” di Beethoven.
Tra reale e virtuale
Nel proseguimento del confronto avviato con la tavola rotonda, il TNC “Ivan de Zajc” ha presentato la prima di “Questa potrebbe essere la mia classe”, nuovo lavoro della regista Anica Tomić e della drammaturga Jelena Kovačić, nato in collaborazione con il giovane drammaturgo e scrittore Jan Samek. Accolta da lunghe ovazioni, la produzione richiama la storica pièce del 2010 ispirata alla morte del liceale zagabrese Luka Ritz, ampliandone la prospettiva verso una generazione nella quale l’umiliazione continua a sopravvivere nello spazio digitale. Al centro della vicenda un gruppo di adolescenti in movimento fra scuola, social network, locali notturni e legami fragili. Tutto prende avvio da una serata ordinaria. Mia e Tin si avvicinano in un club dominato da musica assordante, luci intermittenti e sovraesposizione emotiva. Quello che per la ragazza appare inizialmente come un gesto innocuo si trasforma in una spirale di aggressività quando un video della loro intimità viene diffuso online. Da quel momento il gruppo si disgrega sotto il peso del sospetto, della vergogna e della paura dell’esclusione, in una dinamica nella quale nessuno appare innocente né pienamente colpevole. Il filmato continua a circolare dissolvendo il confine fra responsabilità individuale e dinamica di gruppo, mostrando come la violenza odierna si alimenti di indifferenza e bisogno di appartenenza. Nel mondo digitale, suggerisce lo spettacolo, il gesto aggressivo non svanisce mai davvero, ma rimane archiviato e amplificato.
Corpi e schermi
La scenografia firmata da Matija Blašković, costruita attorno a tre grandi pannelli rettangolari mobili sui quali scorrono messaggi, video (Sven Mrkonjić), notifiche e frammenti di conversazioni fra i protagonisti, diventa il dispositivo visivo centrale della rappresentazione. Proiettate in dimensioni monumentali, le comunicazioni private perdono ogni intimità trasformandosi in esposizione permanente del giudizio e della sopraffazione. Attorno a queste superfici mutevoli, banchi, sedie ed elementi scenici vengono ricomposti dagli attori, generando senza cesure ambienti scolastici, domestici e notturni. Ne emerge un universo instabile nel quale i confini fra sfera privata ed esposizione pubblica finiscono per dissolversi. Determinante anche il disegno luci di Dalibor Fugošić, che accompagna il mutamento emotivo e ambientale della vicenda fino all’essenzialità quasi spettrale del finale.
La solitudine dietro l’eccesso
Nella prima parte la regia sceglie deliberatamente l’eccesso. I dialoghi si sovrappongono, i corpi attraversano freneticamente la scena, la musica invade lo spazio teatrale e i personaggi sembrano vivere in una condizione di costante saturazione sensoriale. L’universo giovanile viene evocato attraverso codici immediatamente riconoscibili, dalla cultura delle “cajke” all’estetica dei social, dalle fratture comunicative all’interno della famiglia alla fragilità dei legami fra coetanei, fino all’apparizione della cantante Stojanka Novaković, in arte Stoja, elevata sopra un cubo, avvolta in paillettes e gestualità esasperate. Tutto appare volutamente saturo, quasi asfissiante, suggerendo l’immagine di un presente fondato sulla visibilità permanente e sul bisogno di approvazione. Con il procedere della vicenda, il registro muta progressivamente. La continua sovraesposizione iniziale lascia spazio a una dimensione più rarefatta e dolorosa, nella quale emergono la vulnerabilità dei personaggi e il vuoto celato dietro l’apparente disinvoltura del gruppo. La struttura drammaturgica rifugge ogni compiacimento moralistico e concentra lo sguardo sui meccanismi attraverso cui omissioni, silenzi e deresponsabilizzazione conducono alla tragedia.
Cronaca di un dialogo spezzato
Fra i temi affrontati prende forma anche la rappresentazione del mondo adulto, delineato come una presenza periferica e spesso incapace di decifrare l’universo emotivo e simbolico abitato dagli adolescenti. Insegnanti, genitori e psicologi sembrano infatti sostare ai margini di uno spazio relazionale ormai ridefinito dai codici del digitale, là dove prendono forma identità, gerarchie e dinamiche di esclusione difficilmente interpretabili attraverso gli strumenti tradizionali dell’autorità educativa. Ne emerge una frattura culturale e linguistica che rende arduo riconoscere il malessere prima che si trasformi in isolamento, violenza o autodistruzione. In questo quadro si innesta il finale, che convoglia la tensione accumulata nel corso della rappresentazione in uno spazio abbandonato, fra cemento, oscurità e relazioni ormai compromesse, dove Jakov viene inseguito dai coetanei dopo essere rimasto coinvolto nella vicenda del video. Una concatenazione di leggerezze, omissioni e accuse reciproche precipita improvvisamente nella tragedia quando il ragazzo cade e perde la vita. Dopo la sua scomparsa, il linguaggio scenico muta radicalmente. Il rumore e la frenesia della prima parte cedono a un silenzio quasi irreale. Seduto sul margine della scena, Jakov si rivolge direttamente al pubblico raccontando ciò che gli è accaduto, il sogno di diventare autore di film e il desiderio di custodire i momenti trascorsi con gli amici. Sul finale viene proiettata la pellicola girata dal giovane stesso, una sequenza di immagini quotidiane e frammenti di amicizia che assumono il valore di ciò che non può più essere recuperato.
In scena si alternano Nika Grbelja (Mia), Petar Baljak (Karlo), Ana Marija Brđanović (Hana), Ana Vilenica (mamma di Tin, capoclasse), Dražen Mikulić (papà di Tin), Anastazija Balaž (mamma di Mia, cantante), Aleksandra Stojaković Olenjuk (mamma di Jakov, psicologa), Damir Orlić (papà di Jakov, preside), Jelena Lopatić (mamma di Tea) e gli studenti del corso magistrale di recitazione dell’Accademia di arti Applicate Tino Trkulja (Tin), Mateo Zvono (Jakov), Sara Bunić (Tea) e Karla Šoštarić (Petra).








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