Nel nome del Teatro, dove tutto si confonde

Nell’ambito delle Notti estive fiumane all’«Ivan de Zajc» è andata in scena la prima assoluta del nuovo lavoro del noto drammaturgo francese Pascal Rambert scritto per l’ensemble del Dramma Croato

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Nel nome del Teatro, dove tutto si confonde
Ana Marija Brđanović, Aleksandra Stojaković Olenjuk, Olivera Baljak, Edi Ćelić, Jasmin Mekić, Sabina Salamon, Petar Baljak e Deni Sanković

L’altra sera il Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume ha presentato, nell’ambito delle Notti estive fiumane, la prima assoluta di “Kazalište” (Teatro), il testo che Pascal Rambert ha scritto per il Dramma Croato. La drammaturgia nasce dall’identità dell’ensemble, dalle relazioni costruite nel corso degli anni, dalle fedeltà, dagli attriti e dalle separazioni che ne hanno segnato il percorso. Gli interpreti compaiono con il proprio nome e portano in scena frammenti riconoscibili della loro esperienza entro una costruzione che rende sempre più incerto il confine fra biografia e finzione. Il teatro coincide così con il tempo di una comunità artistica, nella quale ogni vicenda individuale acquista senso in rapporto alle altre e la parola tiene insieme l’intero disegno. Lo spettacolo si sviluppa attraverso una fitta successione di monologhi e dialoghi nella quale quest’ultima determina il movimento dell’azione. In essa si depositano anni di lavoro, rivalità, sconfitte, affetti e fratture, mentre ogni battuta reca l’impronta del tempo e conserva ciò che tutto sembra ormai consegnare al passato. La riflessione trova compimento nel monologo di Olivera Baljak, che, dopo avere ripercorso una vita trascorsa nei grandi ruoli del repertorio, riconosce nel teatro il volto di Crono, il dio che divora i propri figli ed esige un’appartenenza assoluta. “Se non ti abbandoni a lui ti sputa fuori; se ti abbandoni, gli appartieni”, afferma, ricordando che “il teatro uccide”. In quelle parole la vocazione si rivela una forza che chiede un’intera esistenza e finisce per darle forma.

Nika Grbelja ed Edi Ćelić

Comporre, scomporre, ricomporre
Rambert orchestra i continui mutamenti delle relazioni fra gli interpreti, mentre la quotidianità, colta al termine della prova de “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andrić e durante i festeggiamenti per il compleanno di Olivera e Aleksandra, si trasforma quasi impercettibilmente in teatro. La riscrittura del testo, il continuo ridisegnarsi dello spazio scenico, le incombenze organizzative e i conflitti che attraversano l’ensemble entrano nell’azione con la stessa intensità dei momenti più apertamente drammatici, mentre le luci contribuiscono allo stesso principio e i riflettori laterali mantengono visibile la platea, così che il sontuoso lampadario conferisce alla sala la stessa dignità della scena, includendo gli spettatori nel medesimo orizzonte.
Rambert accosta monologo, dialogo, teatro d’ombre, parodia e canto entro un’unica architettura. Le grandi correnti della parola vengono continuamente interrotte dalla vita del teatro; alcuni passaggi vengono rimaneggiati, cambia la disposizione della scena, si discute della durata di uno spettacolo, dei finanziamenti e dei ritardi. Poco dopo gli attori danno vita a una pièce nella pièce durante i festeggiamenti per Olivera Baljak, mentre la confessione lascia spazio all’ironia e la commozione al sorriso. Questa modalità di scrittura, tipica del teatro contemporaneo di stampo francofono, richiama “Clôture de l’amour” (La fine dell’amore), “Répétition” (Prova) e altre opere del drammaturgo, regista e coreografo francese, nelle quali il discorso procede per ampia verbosità, si arresta su un dettaglio minimo e da quel punto riprende il proprio corso.

Mario Jovev

Dedizione e perdita
Le parole della primattrice del DC trovano eco negli interventi degli altri interpreti, che si rivolgono al teatro come a una presenza viva, interlocutore e rifugio, riconoscendovi un’appartenenza che coincide con la propria esistenza. Nei momenti di maggiore potenza drammatica, alle spalle degli attori continuano ad attraversarsi gesti e figure, una carrozzina, una sedia spostata, fogli da correggere, una voce dalle logge o dai bordi della platea. Sono apparizioni brevissime che incrinano il corso dei monologhi e lasciano intravedere un teatro intento a osservare se stesso senza perdere la propria ironia. Viene in mente l’appartamento di Georges Perec, dove la vita quotidiana trova da sola un ordine narrativo. Rambert fa ricorso a questi frammenti con discrezione, mantenendoli sempre al servizio dell’insieme, senza trasformarli in un gesto di autocompiacimento. Accanto alla regia, alla scena, ai costumi e alle luci dello stesso autore, con l’assistenza di Ivan Botički e Alan Vukelić, l’intero ensemble raggiunge un equilibrio notevole. Anastazija Balaž, Olivera Baljak, Petar Baljak, Ana Marija Brđanović, Edi Ćelić, Nika Grbelja, Mario Jovev, Jelena Lopatić, Jasmin Mekić, Dražen Mikulić, Damir Orlić, Sabina Salamon, Deni Sanković, Aleksandra Stojaković Olenjuk, Romina Tonković, Ana Vilenica e Goran Bogdan, cui nelle repliche successive si alternerà Leon Lučev, costruiscono un organismo scenico compatto senza rinunciare alla propria individualità.

Aleksandra Stojaković Olenjuk e Goran Bogdan

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