Nel grembo del dire poetico

Nel Salone delle Feste del sodalizio fiumano la «pergola della poesia», sotto coordinamento di Laura Marchig, ha riunito voci dell'Istria e del capoluogo quarnerino

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Nel grembo  del dire poetico
Foto Ivor Hreljanović

A Palazzo Modello si è svolta l’altra sera un’intensa celebrazione della parola poetica, promossa dal gruppo informale di autori italiani dell’Istria e del Quarnero “La pergola della poesia”. L’incontro ha riunito voci diverse per formazione, sensibilità e percorso, offrendo al pubblico una visione corale della poesia intesa come pratica viva, tesa a incidere sull’esperienza individuale e collettiva. Ad aprire la serata è stato il presidente della Comunità degli Italiani di Fiume, Enea Dessardo, che ha accolto i presenti rilevando il valore identitario della lingua italiana e il significato profondo di un evento dedicato alla sua espressione più alta. Nel suo intervento ha richiamato la funzione della lingua come veicolo di emozioni, quando si eleva a forma artistica, riconoscendole una dignità che appartiene alle più nobili manifestazioni dell’umano. Ha quindi rivolto un ringraziamento ai membri del gruppo, alle poetesse fiumane coinvolte – Gianna Mazzieri-Sanković e Tiziana Dabović –, alla Società Dante Alighieri, al Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Fiume, all’Unione Italiana e a Laura Marchig per il lavoro di coordinamento, sottolineando la qualità dell’iniziativa e la sua incidenza nel tessuto culturale della Comunità.

Cartografie filosofiche della poesia

La riflessione si è quindi dispiegata attraverso l’intervento di Martina Sanković Ivančić, presidente della Società Dante Alighieri di Fiume, che ha inscritto l’incontro in una prospettiva filosofica. Richiamando la tradizione dell’antica Grecia, ha evocato i principi del “conosci te stesso” e del “prenditi cura di te”, riconoscendo in quest’ultimo una matrice interpretativa di particolare fecondità per accedere al senso più intimo della poesia. Lungo una traiettoria che da Platone si distende fino al pensiero contemporaneo, il suo discorso ha attraversato snodi cruciali della cultura occidentale, soffermandosi su Dante e su Elsa Morante, nei quali la parola poetica si configura come esercizio conoscitivo e responsabilità etica, forza che nutre la vitalità e tutela l’integrità delle coscienze. Il richiamo a Luce Irigaray ha infine orientato la riflessione verso una concezione della poesia come pratica di cura, forma di attenzione radicale al sé e all’altro, che restituisce centralità all’esperienza sensibile e relazionale, intesa come grembo originario di ogni possibile trasformazione.

A nome del Dipartimento di Italianistica è intervenuta Maja Đurđulov, riaffermando l’impegno della struttura nella promozione di iniziative dedicate alla lingua e alla letteratura, così come nel sostegno a percorsi condivisi tra autori del territorio istriano e quarnerino, delineando una continuità viva e operante tra la ricerca accademica e le pratiche contemporanee della scrittura.

Vocazione della parola itinerante

Laura Marchig ha quindi ripercorso la genesi e l’orizzonte della compagine poetica, nata nell’ottobre del 2022 sotto la pergola della casa di Nelida Milani Kruljac, “in quel di Baracche”. Ha richiamato il ruolo propulsivo di Loredana Bogliun e la scelta, fin dall’origine, di dare forma a una poesia itinerante, rivolta a pubblici differenti e saldamente ancorata alla dimensione orale della parola. La denominazione stessa del gruppo, suggerita da Gaetano Benčić, dischiude un’immagine di crescita paziente, di cura continua e di durata nel tempo, fino a farsi figura della cultura italiana autoctona, intesa come trama resistente che attraversa le trasformazioni storiche senza smarrire la propria fisionomia. In tale prospettiva si inscrive anche l’attenzione rivolta alla valorizzazione di altri autori, italiani e tradotti, secondo un orientamento che tende ad ampliare il raggio della ricezione e a rendere visibile una tradizione al contempo radicata e aperta, attraversata da una pluralità di voci.

Spessori del vissuto

Il primo momento poetico ha introdotto le voci di Gaetano Benčić e Loredana Bogliun, entro un orizzonte attraversato da richiami al simbolico e alla memoria. Sulla scia delle parole di Marchig, lo storico ha evocato la pergola come organismo vivente, affidato a una cura che ne garantisce la continuità e la rigenerazione, carico di risonanze culturali e antropologiche. Nei suoi versi, il quotidiano si trasfigura, acquisendo uno spessore ulteriore, entro cui i gesti minimi si aprono a una dimensione interiore stratificata. Tempo e percezione si mostrano mobili, esposti a una progressiva rarefazione, in un lento slittamento verso una zona d’ombra. In questo contesto, la scrittura di Bogliun si configura come un esercizio di scavo nella memoria. La trilogia presentata per l’occasione ha restituito la figura di un’anziana donna, saldamente inscritta nell’orizzonte affettivo dell’autrice, fino a divenire nucleo simbolico di un paesaggio composto di silenzi, assenze e depositi emotivi. L’impiego dell’antico idioma dignanese intensifica la qualità suggestiva della scrittura, amplificandone la profondità espressiva. Nella successiva lettura, il mare si è imposto come spazio di apertura e risonanza, linea fluida entro cui l’esperienza si raccoglie e si trasfigura, conservando intatta la propria intensità emotiva.

Foto Ivor Hreljanović

Fenomenologia dell’intimità

Le voci di Gianna Mazzieri-Sanković e Tiziana Dabović hanno delineato un campo espressivo centrato sull’esperienza umana nella sua esposizione al tempo. Nei versi della prima, la figura materna si impone come presenza originaria, quasi archetipo affettivo e simbolico. La riflessione sulla contemporaneità si apre a uno sguardo attraversato da interrogativi, mentre il ricordo dello zio Rudi introduce una materia più concreta, nella quale la memoria individuale trova un ancoraggio profondo in una dimensione collettiva. In questa prospettiva, l’esperienza personale si dispone entro un orizzonte più ampio, in cui il vissuto individuale acquista risonanza corale.

Nelle poesie di Dabović, espresse in dialetto fiumano, il tempo si rivela come dimensione concreta e ineludibile, inscrivendosi nell’esperienza dell’amore, della perdita e della consapevolezza del limite. Le immagini, radicate nella natura e nel vissuto quotidiano, si dispongono in una tessitura limpida e incisiva, dove la fragilità dell’esistenza convive con una persistente energia vitale, senza cedere a forme di semplificazione o consolazione. La parola si fa così misura del tempo vissuto, aderendo con precisione alle sue variazioni e restituendone una percezione nitida e non attenuata.

Fratture e vertigini

L’intervento di Mauro Sambi e la lettura di Laura Marchig hanno condotto la parte conclusiva della serata entro una zona di marcata intensità storica ed espressiva. Nelle poesie dell’autore il rapporto con la terra d’origine si lega alle lacerazioni prodotte dalle trasformazioni politiche del Novecento, delineando un senso di appartenenza complesso, talvolta imposto, sempre problematico. La compresenza di lingue e culture diverse si traduce in una frattura interiore che si riflette nella struttura stessa della parola poetica. La proposta di traduzioni da Dobriša Cesarić e Ivan Slamnig ha aperto una riflessione sulla pratica traduttiva, intesa come esercizio rigoroso di ascolto, attento alla struttura e alla musicalità, anche nel contesto contemporaneo segnato dalla diffusione di strumenti automatici.

La scrittura di Laura Marchig, nella lettura tratta da “Horror temporum – L’oleandro di Porta Pile”, sospinge il linguaggio verso un limite estremo, dove la forma si disarticola fino a rinunciare alla punteggiatura e alla scansione tradizionale, restituendo una condizione di pressione continua e di respiro contratto. La materia verbale si dispone come flusso ininterrotto, entro cui l’orrore del presente si manifesta senza mediazioni, imponendo una percezione acuta e ineludibile della realtà. I passaggi tratti da “Una certa primavera” si collocano su un registro più lieve, in cui la scrittura accoglie episodi minimi e perturbanti del quotidiano, lasciandoli emergere con una misura solo apparentemente più distesa.

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