Nel bianco della morte, il rosso della scelta (foto)

«Ivan de Zajc». Potente prima fiumana per la «Giovanna d'Arco» verdiana nella visione scenica di Emma Dante, in coproduzione con il Teatro Regio di Parma

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Nel bianco della morte, il rosso della scelta (foto)

È una Giovanna d’Arco che rivendica la propria forza etica e simbolica quella emersa l’altra sera nella prima fiumana al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc”, in coproduzione con il Teatro Regio di Parma. La regia di Emma Dante (assistente alla regia Federico Gagliardi) e la direzione musicale di Sebastiano Rolli hanno restituito il dramma lirico in tre atti e prologo di Giuseppe Verdi come una costruzione multilivello, in cui ogni elemento visivo e musicale agisce per traslazione, secondo una logica simbolica che affonda le proprie radici nella cultura mediterranea e, in particolare, nella sicilianità che attraversa l’intero immaginario registico. L’opera, presentata alla Scala il 15 febbraio 1845 su libretto di Temistocle Solera, già autore di “Nabucco” e di “I Lombardi”, si origina dal dramma di Friedrich Schiller “La pulzella di Orleans”. La riduzione operata da Solera, che condensa l’azione intorno a una manciata di personaggi, diviene in questo allestimento terreno privilegiato per un’indagine sulla solitudine della scelta, sulla violenza del potere e sulla colpa che scaturisce dall’obbedienza cieca.

Nel suono, la visione intera
La sinfonia iniziale ha introdotto l’opera con un impatto frontale, sonoro e visivo. Il Maestro Rolli ne ha guidato l’impeto lasciando emergere una tempesta descrittiva, sorretta dal martellare delle percussioni e dal moto incessante degli archi. Al finire della stessa, in assordante silenzio, sono entrati i soldati francesi feriti, vestiti di bianco e d’argento, con elmi, stampelle, corpi segnati. Quei corpi si sono disposti nello spazio fino a comporre un cimitero, mentre sul fondo si moltiplicavano croci bianche. Il bianco, colore dominante, assumeva il valore ambiguo della purezza invocata e della morte subita. In contrappunto, il nero riservato agli inglesi articolava una polarità che progressivamente si dissolveva. La guerra, suggeriva la scena, annulla ogni distinzione. I conflitti introdotti dalla sinfonia si sono dispiegati per contrasti nel corso dell’opera. In “O fatidica foresta”, la linea vocale di Giovanna avanza con cautela, come se la musica stessa sondasse un territorio visionario. In “Sempre all’alba e alla sera”, l’insistenza melodica tradisce una volontà inquieta, sostenuta da un accompagnamento che non concede tregua. Nei duetti, soprattutto in “Vieni al tempio” e in “Amai, un sol istante”, la musica si fa luogo di collisione, dove autorità, desiderio e fede entrano in conflitto aperto. L’Orchestra sinfonica dello “Zajc” ha dato corpo a questa instabilità con una tavolozza timbrica di notevole raffinatezza. I legni hanno accompagnato le zone interiori del racconto, mentre le percussioni riaffioravano nei passaggi marziali, rendendo palpabile il peso della storia. Il coro, preparato da Matteo Salvemini, ha agito come corpo collettivo che acclama e condanna.

La solitudine della scelta
Anamarija Knego ha costruito una Giovanna salda, determinata, attraversata da visioni che non la indeboliscono, ma la separano. Il timbro pieno e luminoso ha sorretto una lettura che non ha esitato di fronte alle asperità della scrittura verdiana. Nella prima parte ha dominato un’energia assertiva, interiorizzatasi nella seconda fino a una conclusione che ha affermato coerenza e lucidità. Il rosso dell’abito, costante, ha agito come segno identitario. È sangue, vita, resistenza, una linea di frattura che attraversa l’intera scena, sottraendo la protagonista alla neutralità cromatica del coro. Carlo VII, interpretato da Bože Jurić Pešić, si è configurato come figura di potere esitante. La vocalità morbida e il fraseggio misurato hanno restituito un sovrano che riceve forza più di quanta ne eserciti. Accanto a Giovanna, Carlo è apparso come potere incompleto, fragile nella propria umanità. Giacomo, affidato a Robert Kolar, incarna la legge che teme ciò che non comprende. La voce brunita e solida ha reso percepibile un personaggio dominato dall’ossessione dell’ordine. Tuttavia, quando prende il posto della figlia nella gabbia, il segno scenico si rovescia e la colpa cambia corpo. Il gesto culmina in un atto di pentimento e riconoscimento, e l’archetipo paterno, inizialmente percepito come inflessibile e temibile, si trasforma in figura umana, lacerata e redenta – una delle più complesse del teatro verdiano, resa da Dante con profondità nuova.

Forme di un incendio interiore
I mimi agiscono come moti interiori incarnati di Giovanna. Le coreografie di Manuela Lo Sicco trasformano i corpi in tensioni visibili. I danzatori – Davide Riboldi, Daniele Savarino, Angelica Dipace, Francesca Laviosa, Marta Franceschelli, Rita Russo, Simona Sciarabba e Benjamin Cockwell (quest’ultimo dell’ensemble fiumano) – danno forma plastica alle pulsioni della protagonista. I costumi, essenziali e carnali, si distanziano dalla rigidità del coro. In alcune scene, queste figure si avvolgono in drappi rossi fino a farsi lingue di fuoco, proiezioni delle tentazioni e delle visioni che attraversano la protagonista. Le spade, brandite e poi deposte, segnano il passaggio dal mondo pastorale alla dimensione della guerra e del potere. Oggetti concreti, ma anche segni di una violenza che resta sempre sul punto di riattivarsi.

Architetture simboliche, ferite della storia
La scenografia di Carmine Maringola costruisce uno spazio rialzato e indefinito, simile a una valle astratta su cui si depositano rovine e visioni. Le panche laterali, che richiamano la tradizione della maiolica meridionale, introducono sulla scena un frammento di interno quotidiano che contrasta con la brutalità del conflitto. La gabbia dorata è il luogo della reclusione di Giovanna, una struttura ornamentale che accompagna la sua proclamazione e insieme la sua punizione. Quando Giacomo prende il suo posto, la scena visualizza il passaggio della colpa e dell’espiazione. La Madonna bucata e il grande muro crivellato di colpi introducono una frattura temporale esplicita. Su quel muro compaiono i volti delle vittime della guerra israelo-palestinese. I fori delle mitragliatrici attraversano immagini sacre e profane, lasciando filtrare la luce. La violenza del presente irrompe così nella vicenda storica senza mediazioni. I fiori attraversano l’intero spettacolo come segno ambivalente. Nascono dalle ferite dei soldati, costruiscono archi, diventano sepolcro. Nel finale, Giovanna è accolta in una tomba di fiori e croce bianca, immagine che tiene insieme morte e bellezza senza scioglierne la tensione. Nel terzo atto, il cavallo bianco a grandezza naturale si impone come icona finale. Animato da due mimi, con le costole scoperte, lascia filtrare la morte attraverso lo scheletro visibile. Il rimando al teatro di figura e alla tradizione siciliana, fino al “Trionfo della Morte” conservato alla Galleria di Palazzo Abatellis di Palermo, si fa esplicito. Le luci di Luigi Biondi, calibrate con finezza analitica, hanno accompagnato la metamorfosi della scena, enfatizzando chiaroscuri interiori, aperture visionarie e bruschi affioramenti della materia. Uno spettacolo che ha imposto un ritmo percettivo lento, uno sguardo vigile e un ascolto profondo. Il pubblico fiumano ha accolto con consapevole attenzione le sezioni più ardite e visionarie, salutando l’esito con applausi convinti e partecipi.

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