Nedjeljko Fabrio Intellettuale raffinato

FIUME Si stanno ancora agitando nell’aria i sentimenti di sorpresa, dispiacere, cordoglio per la dipartita, avvenuta sabato scorso nel suo alloggio a Fiume, dell’accademico Nedjeljko Fabrio, uno dei più significativi autori della letteratura croata degli ultimi decenni. Scrittore, drammaturgo, pubblicista, critico musicale e traduttore fecondissimo, erudita, intellettuale di vaglia, la sua scomparsa ha prodotto una specie di “vacuum” psicologico, lasciando attoniti quanti ne conoscevano il valore e il talento.

È venuto meno l’autore del romanzo “Esercitazione alla vita”, diventato spettacolo cult del Dramma Croato, del Dramma Italiano – nella drammaturgia di Darko Gašparović, altro intelletto di spessore, venuto a mancare l’anno scorso – e di tutti gli altri segmenti del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume negli anni ‘90 del secolo scorso. Un romanzo storico d’ampio respiro, che lo aveva consacrato alla popolarità, anche presso il pubblico più vasto. Non c’è più lo scrittore raffinato, di origini italo-croate, spiritualmente europeo, croato per convinzione e scelta personale, il quale, dopo l’assordante silenzio del periodo socialista riguardo alla sofferta storia di queste contrade, aveva voluto indagare, analizzare, raccontare il dramma e lo sconvolgimento storico, politico, sociale, ma soprattutto umano, che avevano investito queste terre di confine.
C’era da aspettarselo. Aveva la sua bella età. Eppure, quando “accade” – in riferimento a persone apprezzate, amate, che hanno segnato la loro temperie culturale – ci si sente… impreparati, attoniti.
La notizia è passata in sordina, specie nelle reti tv. Le è stato concesso lo spazio che si dà agli eventi e ai personaggi marginali. Si era ancora sotto l’effetto euforico della vittoria ai Mondiali di calcio, e ubriachi delle dirette televisive dei funerali e della traslazione da Spalato, via mare, della salma di Oliver Dragojević, personaggio numero uno della cultura popolare. Con il quale uno scrittore, un uomo di cultura, un Nedjeljko Fabrio – “chi è costui?”, si chiederanno in tanti – non può certo competere, purtroppo. Le prime pagine se le rubano le “celebrità”. La Seve nazionale, la Rozga, quelli che fanno “audience”; non certo i più valorosi. Così va il mondo. Quello d’oggi. Il cui livellamento verso il basso è legge. Insindacabile. Tecnologie sofisticatissime per dire “il nulla”.
È molto viva in noi l’immagine del Fabrio degli ultimi anni. La persona gentile, riservata, che amava l’opera e la musica sinfonica. Non mancava mai a una prima. I suoi occhi acuti brillavano benevoli.

«Trilogia adriatica»
Non è questa la sede per passare in rivista tutta la sua proteiforme, complessa e ricca produzione letteraria. Ci conviene, e desideriamo, concentrarci piuttosto sul trittico storico “Trilogia adriatica” – che riguarda direttamente le terre quarnerine –, sul rapporto di Fabrio con la città di Fiume e con la cultura italiana in genere. Ci permettiamo di osservare spassionatamente che, “nonostante” le sue radici parzialmente slave e i suoi rispettabilissimi sentimenti di croaticità, tutta la sua persona sprizzava un’aria di “italianità”. Il genoma pugliese lo aveva marcato in maniera più che evidente.
“Mia madre è di origini pugliesi – ci aveva spiegato Fabrio qualche anno fa durante un’intervista. I suoi antenati erano di Ro di Garganigo, un piccolo paesino sull’Adriatico e – siamo nell’Ottocento – facevano la spola tra le due rive con i bragozzi sui quali trasportavano verdure, agrumi, olio, vino che vendevano in Dalmazia. Quando vivevamo a Fiume mia madre, che ha studiato a Zara, frequentava il Circolo. La nonna paterna era pure italiana. Quando da piccolo senti parlare l’italiano in casa, senti il nonno – grande amante dell’opera lirica e ottimo dilettante – che ti canta arie d’opera in italiano, non puoi essere nazionalista. Quello che conta è non essere razzista, non odiare la lingua, la cultura, la religione altrui. La fortuna del bilingue è che è in grado di comprendere che il multiculturalismo è quanto di più bello ti possa accadere”.
Alla luce di queste premesse è chiaro perché Fabrio abbia dedicato ben tre romanzi – “Esercitazione alla vita”, “La chioma di Berenice” e “Triemeron” – al tema della convivenza in queste terre tra popolazione italiana e genti croate.
“Tutta la mia produzione è contraddistinta da un forte legame con l’area dell’Alto Adriatico – aveva precisato. Fiume, l’Istria, il Litorale croato; questo è il territorio geografico al quale appartengo, nel quale sono cresciuto, che amo profondamente e che ho trattato e indagato nei miei romanzi, saggi, pezzi teatrali. La convivenza riguarda la gente di tutte e due le sponde dell’Adriatico le quali sono state unite da legami storici secolari prima tramite la Repubblica di Venezia, poi dall’Austria, dall’Austria-Ungheria, dalle due Italie, dalle due Jugoslavie. Si tratta di popolazioni che vivevano in sei, sette, otto, Stati diversi, ma che erano uniti da legami spirituali. Nel male e nel bene, nell’amore e nell’odio, è stata comunque una straordinaria convivenza storica nella quale ci sono stati miscugli di ogni genere. Non c’è famiglia da queste parti, che tra i propri avi non abbia gente di questa o quell’altra etnia. Siccome anch’io appartengo a una famiglia bilingue, biculturale, binazionale, ho gradatamente individuato queste particolari leggi di sangue, questa biologia di famiglia sulla quale ho posato l’onere della storia, e della sua rovinosa e devastante azione. E ciò è la cosa più terribile che possa accadere; e allora ho deciso di scrivere le vicende di queste persone, di queste popolazioni vinte dalla storia. Io sto dalla parte dei vinti e non di quelli che sulla storia hanno trionfato. D’altronde, pure Albert Camus, mentre gli consegnavano il Nobel, disse che la letteratura appartiene ai vinti dalla vita e non ai vincitori”.
Libro di respiro epico
“Esercizio di vita”, così il titolo del libro nella traduzione di Silvio Ferrari, è stato pubblicato dalla casa editrice “Oltre”, fondata dallo scrittore Diego Zandel di origini istro-fiumane. La critica italiana si è espressa positivamente in merito a questo “libro di respiro epico”, come lo definisce Marco Ostoni, e continua: “L’autore miscela con sapienza una materia incandescente, lasciando la Storia in sottofondo alle tante e spesso dolorose storie di varia umanità… che egli racconta con manzoniana pietas e – benché croato – senza parteggiare esplicitamente per l’una o per l’altra causa, nella consapevolezza che ‘la patria si può amare solo attraverso la compassione’ e che ‘tutto il resto è nazionalismo’. Fabrio ha una scrittura lontanissima dagli stilemi che vanno per la maggiore: niente frasi brevi e secche, né ritmi incalzanti, nessuna concessione alla neolingua. Vincono invece lentezza e culto del dettaglio; un periodare ampio e disteso, ricco di subordinate e incisi, con vasti e dilungati inserti descrittivi, spesso contraddistinti da accenti d’intenso lirismo; forme retoriche quali la similitudine; un lessico rigoglioso e preciso. Un libro da ruminare dunque, senza fretta e con la giusta pazienza…”.
Hanno destato perplessità invece “La chioma di Berenice” e “Triemeron”, il seguito del romanzo epopea a motivo di una visione storica, che secondo alcuni, sarebbe palesemente di parte. Sia come sia, Fabrio è stato il primo scrittore della maggioranza ad affrontare in Croazia tale spinosa problematica, che per lungo tempo era stata tabù e che ancor’oggi ha il potere di accendere gli animi.
È indubbio che Nedjeljko Fabrio abbia dato un contributo importante alla diffusione della cultura e letteratura italiana traducendo in croato opere di Goldoni, Pirandello, Moravia, Slataper e altri. Un impegno che gli era valso l’alta onorificenza dell’Ordine della Stella della Solidarietà, conferitagli da parte dello Stato italiano per la promozione della cultura italiana in queste coordinate.
“Mi fa molto piacere – aveva commentato lo scrittore in quell’occasione –. Avevo bisogno di un segno, di un cenno da parte italiana. Ed è arrivato, anche se tardivo. Ora sono commendatore; ‘commendatore senza terra!’ (aveva riso dicendocelo). Sa, una volta, al commendatore, assieme al titolo gli assegnavano anche delle terre…”. Fabrio comunque non si era limitato a tradurre in croato “solo” autori “italiani d’Italia”. “Sono davvero molto felice, di aver tradotto durante il mio soggiorno fiumano un gran numero di lavori di scrittori istriani, quarnerini, fiumani”, aveva dichiarato.
Nel corso del nostro colloquio, spaziando su vari argomenti, Fabrio si era espresso su una possibile soluzione d’uscita dalla perdurante crisi morale, che egli vedeva nel ritorno alla “grande arte, alla grande cultura, all’umanesimo. La nostra è un’epoca fredda, dalla quale i sentimenti sono stati banditi e vengono derisi. Oggi, non hai il diritto di essere sentimentale. I giovani non percepiscono la sensibilità d’animo; la cosa non li interessa – spiegava con una nota di amarezza nella voce. Sono estremamente calcolatori e sanno esattamente ciò di cui hanno bisogno. Vogliono il successo, i soldi e la gloria. E subito! …Una volta era diverso, gli obiettivi erano seri. Pure l’etichetta di ‘postdramma’ che affibbiano ai lavori, sta a indicare che il Dramma in quanto tale, la parola scritta, i grandi autori quali Ibsen, Pirandello, Vojnović, Krleža, non li interessano affatto. La letteratura postdrammatica è un qualcosa che non considera né i sentimenti, né alcun tipo di problematica; è una cosa fredda e vuota”.

Il legame con la musica
Nel vasto orizzonte culturale di Fabrio un posto del tutto speciale occupava la Musica. Dopo una solida formazione alla Scuola di musica di Fiume lo scrittore aveva dato un importante contributo pure come sottile critico musicale. I suoi tantissimi testi critici sono raccolti nel corposo volume “L’apprendista e il Maestro”.
“La musica è la più bella tra tutte le arti; nulla chiede e tutto dà. Ho scritto migliaia di pagine sulla musica. Ritengo degna di considerazione soltanto la musica ‘artistica’ – il termine ‘classica’ lo trovo improprio – e il jazz. Tutto il resto per me, non è musica. È roba da consumo”.
Nedjeljko Fabrio è stato uno degli ultimi “esemplari” d’intellettuale raffinato, di respiro “mitteleuropeo”, che all’erudizione, alla poliedrica e incisiva capacità creativa – impastate a una specie di venerazione per l’arte, oggi decisamente “demodé” – univa una dimensione umana palpitante, gentile e generosa.
Ci sentiamo privilegiati e intristiti di assistere a questo Götterdämmerung, a questo tramonto degli “dei”. Per noi vissuto come un momento prezioso.
“… il ritorno alla Grande Arte… all’Umanesimo…”. Siamo invece all’inizio di una nuova era; inquietante. Siamo al transumanesimo, al postumanesimo… alla robotizzazione… L’Uomo sta scomparendo.

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