Non c’è due senza tre. Dopo il debutto assoluto a Cannes con “Crache coeur”, dramma romantico proiettato nel 2015 nella sezione parallela dell’ACID (Associazione del Cinema indipendente per la sua diffusione, nda), e la fugace conferma con il cortometraggio “J’ai vu le visage du diable” presentato due anni fa alla Quinzaine des Cinéastes, Julia Kowalski si è presa nuovamente la scena del Théâtre Croisette con il lungometraggio “Que ma volonté soit faite”. L’opera seconda della regista francese di origine polacca è un film femminista sulle streghe, a metà tra horror e fantasy, dove la magia oscura regna sovrana.
È la terza volta che torna a Cannes: quali sensazioni si provano?
“Sono davvero felice e onorata di essere tornata a Cannes. Per me è una grande gioia perché è il posto migliore al mondo per presentare un film. La Quinzaine des Cinéastes, dove ero già stata nel 2023 con il cortometraggio ‘J’ai vu le visage du diable’, è il tempio del cinema più audace e coraggioso. Ormai posso dire di sentirmi a casa anche davanti a un pubblico così esigente dal punto di vista cinematografico”.
La sua prima volta sulla Croisette, invece, risale al 2015, quando aveva presentato “Crache coeur” nella sezione parallela dell’ACI: che ricordi ha di quella esperienza?
“È stata così bella che sono tornata a casa con la voglia di iniziare subito a lavorare a un altro film. Con la mia precedente produzione avevamo pensato proprio a ‘Que ma volonté soit faite’, di cui avevamo già programmato l’inizio delle riprese prima di essere costretti ad annullare tutto a causa della pandemia. Poi ho cambiato produzione e i tempi si sono allungati ulteriormente, così nel frattempo ho deciso di far uscire il cortometraggio”.
A proposito di quest’ultimo, dal volto del diavolo in “J’ai vu le visage du diable” passiamo a una ragazza posseduta dal demonio in “Que ma volonté soit faite”: da dove nasce questa continuità tematica?
“Desiderio, adolescenza, maturazione e crescita. Questi sono gli argomenti che cerco di esplorare nei miei film, ovviamente con storie e personaggi diversi. Nel profondo di ciascuno di noi c’è una parte di cui ci vergogniamo e che avvertiamo come mostruosa.
Perciò ci affanniamo per nasconderla al mondo esterno e, senza rendercene conto, finiamo per ingigantire i nostri problemi. Sapersi accettare e mostrare agli altri per come siamo realmente è l’unico modo per essere liberi”.
Come si è regolata per la scelta del cast?
“Diciamo che ‘J’ai vu le visage du diable’ è stato preparatorio anche in questo senso. In ‘Que ma volonté soit faite’ ho scelto di riproporre Maria Wróbel nel ruolo della protagonista Nawojka, mentre il padre di quest’ultima è Wojciech Skibiński, che nel cortometraggio vestiva i panni del prete esorcista”.
A questo punto non possiamo non chiederle qual è il suo rapporto con la religione, la magia e la superstizione?
“Sono cresciuta in una famiglia atea ma mia nonna, che vive in una piccola località di campagna in Polonia, è una testimone di Geova. Anche se la vedo solo tre volte all’anno mi sento molto vicina a lei e credo di aver assorbito tanto dalla sua pratica religiosa. A mio avviso, la figura della strega è molto interessante perché è come una donna che, per ribellione, disturba la società. Con questo film volevo restituire il potere alla figura della strega e, di riflesso, della donna, tanto che ‘Sorcière’ (strega in francese, nda) era il titolo originario del film”.
E come mai ha deciso di cambiarlo?
“Mi è sembrato che fosse troppo letterale, così ho cercato un titolo più in linea con ciò che volevo comunicare. D’altronde non intendo raccontare semplicemente la vita di una strega, ma il mio messaggio è molto più ampio. ‘Que ma volonté soit faite’ è un’esortazione a tutte le donne a vivere la vita assecondando la propria volontà e i propri desideri, senza essere schiave dei dettami della società o delle opinioni altrui. Ovviamente questo vale anche per gli uomini”.
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