Una serata senza sceneggiatura, ma con una direzione chiara: raccontare la vita di Mladen Machiedo, italianista, poeta e traduttore, attraverso il linguaggio delle immagini. Al Museo della letteratura di Trieste è stato proiettato “Mladen Machiedo. La quotidianità non ordinaria di un italianista croato”, documentario diretto da Matteo Prodan e scritto da Cristina Bonadei. Un’opera che unisce biografia e riflessione, sguardo personale e memoria collettiva.
Dialogo tra due culture
Sul palco, prima della proiezione, erano presenti lo stesso Machiedo, Cristina Bonadei, Riccardo Cepach e Damir Murković, quest’ultimo presidente della Comunità Croata di Trieste, che ha aperto l’incontro con un intervento introduttivo sul ruolo di Machiedo nei rapporti letterari tra Italia e Croazia. Murković ha sottolineato come la figura del professore sia stata per decenni un punto di riferimento nel dialogo tra le due culture: un mediatore capace di far circolare idee e sensibilità al di là delle frontiere. Proprio per questo, ha spiegato, era necessario tradurlo in un linguaggio diverso da quello dei libri: per renderlo accessibile a chi non lo ha mai letto ma può riconoscersi nella sua storia. Nel suo discorso, Murković ha anche annunciato i progetti futuri del documentario: la trasmissione prossima sulla Radiotelevisione Croata e la volontà di diffonderlo su altre piattaforme.
Dopo di lui ha preso la parola Cristina Bonadei, che ha raccontato come il progetto sia nato dal bisogno di dare voce a un uomo poliedrico, con un’impronta bibliografica incredibile, che andava raccontata. Secondo la sceneggiatrice, Machiedo rappresenta una figura rara, un intellettuale che non separa mai la parola dalla vita. Riccardo Cepach ha proseguito nel solco della riflessione sulla forma del racconto. I relatori ammisero che la serata nel suo insieme, come il film stesso, non aveva una vera regia predefinita ma che anche non avere una regia è una regia. Una dichiarazione che ha definito bene il tono dell’incontro: spontaneo, dialogico, capace di fondere discorso accademico e confidenza domestica.
Ritratto umano
Quando, infine, Machiedo ha preso la parola, lo ha fatto con la consueta ironia. Invitato a ricordare alcuni suoi incontri con figure centrali della letteratura italiana, ha parlato di Montale, Calvino, Pasolini e Zanzotto, senza voler anticipare troppo del film ma regalando al pubblico una serie di aneddoti memorabili. Tra i più divertenti, quello della cena con Zanzotto consumata su un asse da stiro usato come tavolo: un episodio che ha suscitato risate e applausi, ma anche una certa tenerezza per il tono con cui Machiedo lo ha raccontato.
La proiezione del documentario è seguita subito dopo. Girato tra Zagabria, Spalato, Milano e Firenze, alterna interviste, materiali d’archivio e riprese nella casa del protagonista: una successione di frammenti che compongono un ritratto più umano che accademico. Lo sguardo del regista Matteo Prodan è essenziale e rispettoso, privo di eccessi, capace di far emergere il carattere di Machiedo attraverso dettagli, libri impilati, fotografie e silenzi. Alcune parti dedicate alla biografia universitaria appaiono forse più didattiche, ma servono a radicare il racconto nel suo contesto. Il ritmo lento, quasi meditativo, rispecchia la “quotidianità non ordinaria” del titolo. Nel finale, la frase di Machiedo che chiude il film, ovvero “Tradurre non è solo cambiare lingua, è tradurre la vita” riassume perfettamente la sua poetica: una filosofia del passaggio, dell’apertura, della trasformazione.
Praticare la libertà
A proiezione conclusa, il pubblico è stato invitato a intervenire e creare un dialogo spontaneo, in cui Machiedo ha risposto con equilibrio e modestia, commentando il ruolo della traduzione come pratica di libertà e riflettendo sull’attuale distanza ma anche sulla possibile riconciliazione tra le letterature italiana e croata. L’atmosfera era raccolta e sincera, lontana dalle formule promozionali: sembrava più un incontro tra amici che un evento ufficiale.
La serata ha dimostrato come un racconto audiovisivo possa diventare un ponte culturale tanto quanto una traduzione letteraria. Mladen Machiedo è, in fondo, questo: un uomo che ha vissuto quattro Stati senza muoversi da casa, e che continua a ricordarci che la lingua è il luogo dove ci si incontra. Uscendo dal Museo, il pubblico non portava con sé solo le immagini del film, ma la sensazione di aver assistito a qualcosa di vivo; una testimonianza di come la cultura, quando è sincera, non ha bisogno di grandi regie per arrivare.

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