Il Centro di studi per la riconciliazione nazionale e la Matrix slovena hanno organizzato la conferenza scientifica internazionale intitolata “Potere, ideologie e minoranze: comunità etniche e religiose tra Europa centrale e Balcani (1941–1989)”, tenutasi nella giornata di ieri presso la sede della Matrix slovena a Lubiana. Nel comunicato stampa della conferenza si legge che l’evento “ha aperto uno spazio di ricerca per un’analisi approfondita del rapporto tra i regimi politici e le comunità etniche e religiose nel periodo delle profonde trasformazioni sociali e politiche del XX secolo. I numerosi interventi di esperti che si sono susseguiti si sono collocati geograficamente nell’area della Slovenia e della Croazia come punto d’incontro di diverse tradizioni politiche, influenze culturali ed esperienze storiche. Il periodo dalla Seconda Guerra Mondiale fino alla fine della Guerra fredda è stato in quest’area caratterizzato da una trasformazione multilivello dei sistemi politici e dei modelli ideologici, influenzando in modo significativo la posizione giuridica, sociale e culturale delle comunità minoritarie. Il principale problema di ricerca della conferenza si è incentrato sull’analisi dei modi in cui le autorità politiche, in diversi contesti storici, hanno definito le politiche nei confronti delle minoranze etniche e religiose, nonché il modo in cui queste comunità hanno risposto alle pressioni istituzionali con diverse strategie di resistenza o adattamento. Una questione di ricerca particolarmente importante è stata rappresentata dal rapporto tra i principi dichiarati di uguaglianza, da un lato, e le pratiche effettive di controllo, limitazione e inclusione selettiva, dall’altro. Nello spazio jugoslavo, gli sforzi delle nuove autorità per consolidare il monopolio politico e ideologico hanno spesso portato a un rafforzamento del controllo sulle comunità la cui specificità etnica o religiosa era percepita come una minaccia al progetto comunista. I contributi presentati alla conferenza hanno fatto luce sui diversi livelli di questi processi. Un’attenzione particolare è stata dedicata alla posizione delle principali minoranze etniche, cioè quelle tedesca, italiana, ungherese, rom e sinti, sottolineando la varietà delle loro esperienze storiche nello spazio sloveno e croato. Un altro importante ambito tematico è stato rappresentato dall’analisi del rapporto tra le autorità comuniste e le comunità religiose minoritarie (evangelici, ortodossi, ebrei, battisti e testimoni di Geova), con particolare attenzione al conflitto ideologico tra Stato e religione, ai meccanismi di limitazione della vita religiosa e alle forme istituzionali di controllo sulle organizzazioni religiose”.
Tra i partecipanti anche Alessandra Argenti Tremul, giornalista di RTV Capodistria e collaboratrice con il Centro di ricerche storiche di Rovigno, con un intervento dal titolo “La Comunità italiana in Slovenia e l’instaurazione di un governo popolare”. A margine della conferenza abbiamo parlato con Argenti Tremul, che ci ha riassunto il suo contributo: “Il mio intervento era relativo alla Comunità italiana nella Zona B, precisamente nel litorale oggi appartenente alla Slovenia – ha dichiarato –. Ho spiegato come da maggioranza sul territorio di insediamento storico, quella italiana sia diventata minoranza. Ho quindi anche approfondito la questione del coinvolgimento con il potere dell’epoca”. La giornalista e ricercatrice ha ricordato che all’epoca “c’erano la stampa, la radio e la scuola in lingua italiana”. Riguardo alla scuola, questa “subirà delle particolari pressioni, perché i bambini italiani furono costretti a trasferirsi nelle scuole slovene pur non sapendo la lingua slovena, un evento che influì moltissimo sulla composizione della comunità italiana”. La nostra interlocutrice ha quindi proseguito: “La gran parte degli italiani se ne andarono dopo il 1953 con la crisi di Trieste, quando venne chiuso il confine tra la Zona A e la Zona B del Territorio Libero di Trieste, date le critiche condizioni di vita. Nell’arco di una decina d’anni abbiamo un significativo spostamento di popolazione. Se nel 1945 c’erano 22.500 italiani, nel 1955 ne rimasero circa 5.500”. Argenti Tremul ha poi ricostruito le vicende delle organizzazioni degli italiani: “C’erano quelle ufficiali legate al potere popolare che voleva l’annessione alla Jugoslavia, le organizzazioni clandestine antifasciste dell’Istria e, dato più interessante, negli anni ’50 c’erano ancora le associazioni cattoliche presenti sul territorio. Inoltre, erano ancora in vita tutte le confraternite, strutture di epoca veneziana che derivano dal ‘300 e dal ‘400, in cui c’erano queste società di mutuo soccorso. In tale contesto, i rioni delle città facevano capo a una chiesa e sussisteva un sostegno reciproco, e questa struttura è sopravvissuta fino al 1952”. “La Comunità italiana si riduce man mano col passare degli anni – ha aggiunto la relatrice –, gli italiani se ne vanno via in più modi con le opzioni: con la richiesta ufficiale da parte delle autorità competenti o con le fughe clandestine. Tuttavia, rimane nel 1957, quando viene ufficialmente decretata la nascita della minoranza italiana in Slovenia, perché inizia a lavorare la Commissione mista italo-jugoslava sull’attuazione dello Statuto Speciale annesso al Memorandum di Londra, commissione che si riunirà più o meno regolarmente fino agli anni ’70, per monitorare la situazione della minoranza italiana in Jugoslavia e di quella slovena in Italia”.
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