Mihály Csíkszentmihályi, da Fiume alla ricerca della felicità

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Mihály Csíkszentmihályi, da Fiume alla ricerca della felicità
Mihaly Csíkszentmihályi a Claremont

Antonio Grossich (1849-1926) e Peter Salcher (1848-1928) sono due nomi importanti del mondo scientifico, due ricercatori che hanno trascorso gran parte della loro vita a Fiume. È nella nostra città che si sono affermati professionalmente ed è a Fiume che hanno trovato l’ultima dimora. Pál Neményi (1895-1952), Umberto d’Ancona (1896-1964) e Roberto Bartini (1897-1974) sono nati a Fiume e da giovanissimi hanno lasciato la città natale alla quale hanno dato lustro con le loro ricerche scientifiche realizzate in Ungheria, Germania, Stati Uniti d’America, Italia e nell’URSS. Mihály Csíkszentmihályi, l’ultimo di questo gruppo di grandi ricercatori nati a Fiume prima della Seconda guerra mondiale, ci ha lasciati mercoledì, 20 ottobre 2021 nella sua casa a Claremont in California per un attacco cardiaco.

Mihály Csíkszentmihályi nacque a Fiume il 29 settembre 1934 in via Spalato 2, oggi Splitska 2, figlio del Console ungherese a Fiume Alfréd Csíkszentmihályi, nato Hausenblasz (1889-1962), e di Edith Jankovich de Jeszenicze (1905-1981). Nel Registro dei nati, anno 1934, fu iscritto al numero 557 come Michele Roberto. Dopo la capitolazione dell’Italia nel settembre 1943, Mihály assieme alla sorella e alla mamma si trasferì a Budapest dove rimasero fino all’ottobre del 1944, quando raggiunsero il padre, che dopo la chiusura del Consolato ungherese a Fiume – a seguito del rafforzamento delle attività partigiane in Istria nel corso dell’estate –, fu nominato Console generale ungherese a Venezia. La famiglia Csíkszentmihályi si trasferì quindi a Bellagio sulle rive del lago di Como, dove furono sistemati i rappresentanti diplomatici dei Paesi che sostenevano Mussolini. Stando alla testimonianza di Mihály Csíkszentmihályi, presero l’ultimo treno in partenza da Budapest prima dell’interruzione dei collegamenti dovuta al fatto che i nazisti, nel tentativo di impedire l’arrivo dell’Armata rossa sovietica, distrussero i ponti sul Danubio. Altresì, Mihály Csíkszentmihályi, disse che a Bellagio sentirono i colpi sparati dall’altra parte del lago contro Benito Mussolini e Clara Petacci.

Edith Jankovich de Jeszenicze

Dalla diplomazia alla ristorazione

Dopo la liberazione dell’Italia, la famiglia Csíkszentmihályi trascorse alcuni mesi in un campo profughi degli alleati e dopo la fine della guerra al padre di Mihály fu offerto il posto di incaricato d’affari dell’Ungheria in Italia. Svolse questo incarico fino alla nomina dell’Ambasciatore, ovvero dalla fine del 1946 al 1948. Dopo l’ascesa al potere in Ungheria del governo prosovietico, nell’aprile del 1948, Alfréd Csíkszentmihály lasciò la diplomazia e aprì un ristorante ungherese “Piccola Budapest” vicino alla Fontana di Trevi a Roma. Il locale divenne presto una delle mete preferite dei turisti benestanti e il giovane Mihály, che viste le nuove circostanze dovette abbandonare gli studi al Ginnasio classico “Torquato Tasso”, vi lavorò come cameriere per aiutare la famiglia. Nelle sue memorie scrisse che servì al tavolo tra gli altri anche lo Shah di Persia Mohammad Reza Pahlavi e la moglie Soraya, il re egiziano Faruk, molti attori famosi – tra i quali Humphry Bogart – e i giocatori della nazionale ungherese di calcio, Puskás, Kocsis, Hidegkuti e altri.

Durante una gita in Svizzera nel 1951, non avendo la possibilità di affrontare la spesa necessaria per un altro tipo di svago, Mihály Csíkszentmihályi andò ad ascoltare una conferenza pubblica sui dischi volanti. In realtà il tema non furono assolutamente i dischi volanti, bensì i traumi subiti dagli europei dopo la Seconda guerra mondiale e le conseguenze di questi traumi, ovvero la sensazione di vedere dischi volanti nel cielo. Csíkszentmihályi rimase entusiasta della conferenza perché durante la guerra notò anche di persona come molti adulti non fossero più capaci di vivere normalmente dopo aver perso la possibilità di riprendere con la routine alla quale erano abituati e dopo essere rimasti senza lavoro, senza casa e privi di una qualsiasi sicurezza sociale. Durante il periodo trascorso nel campo profughi degli alleati si accertò di come il dedicarsi a un compito che richiede un alto livello di concentrazione e un’intensa attività intellettuale, ad esempio il gioco degli scacchi, contribuisca a innalzare la qualità della vita nelle condizioni date. Si pose pertanto la domanda: che cosa rende la vita degna di essere vissuta? Iniziò a cercare le risposte nell’arte, nella filosofia e nella religione. Dopo la conferenza in Svizzera cominciò anche a interessarsi ai libri del relatore, il cui intervento determinò il suo percorso professionale come psicologo. Il relatore era Carl Gustav Jung.

Mihaly Csíkszentmihályi da giovane

Fondatore della psicologia positiva

Nel 1956 la famiglia chiuse il ristorante e si trasferì in Belgio, mentre Mihály andò negli Stati Uniti d’America. Si laureò all’University of Chicago nel 1960 e nel 1965 conseguì il dottorato con una tesi incentrata sulla creatività artistica. Era affascinato dagli artisti capaci di immergersi completamente nel loro lavoro, tanto da dimenticare anche le necessità più basilari: la sete, la fame, il sonno. Fu all’Università che conobbe una studentessa di storia russa, Isabella Selega, che sposò nel 1961. Dopo sei anni trascorsi al Lake Forest College tornò all’University of Chicago dove divenne titolare del Dipartimento di psicologia e dove lavorò fino al pensionamento nel 1999. Nel 1997 fu accolto nell’Accademia delle Arti e delle Scienze degli USA. Dopo il pensionamento si trasferì in California dove s’impegnò al Claremont Graduate University come Distinguished Emeritus Professor of Psychology and Management e assieme alla prof.ssa Jeanne Nakamura, guidò il Quality of Life Research Center, mentre all’University of Chicago mantenne il titolo di Emeritus Professor. Fu fondatore, assieme allo psicologo Martin Seligman, della psicologia positiva che gli valse, nel 2009, il premio intitolato a Donald Clifton, uno dei precursori di questo approccio nella psicologia. La psicologia positiva riconosce e sostiene quanto c’è di buono nelle persone invece di cercare e curare quello che non va. Nel 2011 fu insignito in Ungheria del premio nazionale, Széchenyi, per il particolare contributo alla vita accademica.

Gli studi sulla felicità e sulla creatività

La domanda alla quale Mihály Csíkszentmihályi cercò per tutta la vita una risposta è: che cosa rende le persone felici. Riteneva che il piacere momentaneo (pleasure) scaturito dalla partecipazione passiva a quanto offerto (il buon cibo, l’alcol, il sonno, la TV) abbia scarse possibilità di rendere le persone felici. Csíkszentmihályi era particolarmente critico nei confronti dei contenuti televisivi che non sono scelti in maniera consapevole come oggetto d’interesse del singolo. Era propenso a credere che a rendere felici sia lo svolgimento di attività che danno un senso (meaning) alla vita, ma il generatore di felicità sul quale pose l’accento nelle sue ricerche è la partecipazione attiva (engagement).

Era interessato a capire se il senso di felicità può scaturire dalla crescita personale intesa come il frutto dei risultati conseguiti nell’affrontare sfide, anche facendo attività che non necessariamente generano soddisfazione (ad esempio l’allenamento), ma che successivamente, nel ripensarle, regalano un senso di appagamento. Era incuriosito dal fatto che la percentuale di americani che si dichiarano molto felici (circa il 30 p.c.) non sia cambiata tra il 1956 e il 1998, nonostante in questo periodo lo stipendio medio sia praticamente triplicato. Svolse numerose ricerche chiedendo agli intervistati di segnare una decina di volte al giorno dove si trovavano, che cosa stessero facendo, come si sentivano e quanto fossero concentrati. Le somiglianze riscontrate nella descrizione del senso di felicità risultarono incredibili e i risultati emersero dai numerosi colloqui svolti con compositori, ballerini, chirurghi, ciclisti, pattinatori artistici, manager e altri professionisti di successo, ma anche con semplici appassionati che si dedicavano con grande interesse ai rispettivi hobby. Tra le sensazioni indicate dagli intervistati primeggiavano la grande concentrazione sull’attività svolta, il senso di estraneazione dalla routine quotidiana (estasi), la consapevolezza della fattibilità dell’attività svolta e della propria capacità di svolgerla, la piena consapevolezza delle azioni da fare e della necessità di svolgerle bene, il senso di calma e la completa assenza di preoccupazioni per sé stessi, nonché il superamento del proprio ego, la perdita del senso del tempo e una motivazione interna (l’attività in sé che diventa il traguardo da raggiungere). Proprio la consapevolezza di fare qualcosa per una profonda necessità interiore e non per la gloria, il denaro o il riconoscimento sociale, fu definito da Csíkszentmihályi uno stato autotelico nel quale il fine è contenuto nell’azione stessa che si sta svolgendo. Successivamente denominò questo stato “flusso” (flow), e fu questo a iscriverlo a grandi lettere nella scienza psicologica.

«Flusso», stato di piena concentrazione

In un’intervista rilasciata alla rivista Wired nel 1996, Csíkszentmihályi descrisse il “flusso” dicendo: “È uno stato di piena concentrazione nell’attività che si sta svolgendo, l’ego scompare, il tempo vola, ogni attività, gesto o pensiero seguono il precedente senza eccezioni, è come suonare musica jazz. Tutto l’essere è coinvolto e tutte le sue capacità vengono sfruttate appieno”. In un’intervista al The New York Times nel 1986 godine spiegò invece: “Sembra che la concentrazione sia favorita quando le richieste poste alle persone sono un po’ più impegnative del solito. È in quelle occasioni che riescono a dare di più. Se le richieste sono di livello troppo basso le persone si annoiano, se sono troppo impegnative vengono prese dall’ansia. Il Flusso avviene in questa zona delicata tra la noia e l’ansia”. Nonostante abbia iniziato le sue ricerche parlando con pittori e altri artisti sostenne sempre che tutti possono entrare nello stato di “flusso”, dagli sportivi professionisti agli studenti, passando per gli operai.

Casa Zmaich nell’allora via Spalato

Nemico della televisione

Nel suo libro più famoso “Flow: Psychology of Optimal Experience” del 1990, Csíkszentmihályi sostiene che i momenti migliori arrivano quanto il corpo o la mente sono impegnati al massimo nel consapevole tentativo di realizzare qualcosa di impegnativo, difficile e prezioso e che pertanto la sensazione ottimale si prova quando realizziamo qualcosa da soli. Spiega che contrariamente a quanto si pensa, lo stato naturale della mente è caotico. Quando siamo abbandonati a noi stessi, senza doverci confrontare con una richiesta che ci impone di concentrarci si svela questo modello base. Lo stato naturale della coscienza è l’entropia, né utile, né piacevole. Per questo motivo Csíkszentmihályi fu sempre particolarmente insofferente nei confronti della televisione. Riteneva che questa offra un palliativo allo stato naturale di caos che non è creativo – non ci sono sfide né c’è una catena di attività produttive sensate che potrebbero generare lo stato di “flusso”. A suo avviso leggere è un punto di partenza di gran lunga migliore raggiungere lo stato di “flusso” perché la lettura richiede competenze complesse di immaginazione e analisi e offre livelli di complessità attraverso i quali il lettore può avanzare dai romanzi rosa fino alla grande letteratura, ad esempio le opere di Shakespeare o Tolstoj.

Oltre alla teoria del “flusso”, Csíkszentmihályi promosse la psicologia positiva anche attraverso una ventina di altri libri. Il “flusso” fu tradotto in più di venti lingue e ispirò moltissime persone eminenti in tutto il modo, da politici ad allenatori sportivi. Il video che riporta TEDTalk Flow, the Secret to Happiness, un intervento di Csíkszentmihályi del 2004, è stato visto quasi sette milioni di volte.

Accanto ai numerosi libri, agli articoli scientifici e professionali e alle conferenze, nonché ai colloqui ispirativi avuti con giornalisti, esperti e studenti di più generazioni a ricordare Mihály Csíkszentmihályi rimangono la moglie Isabella, con la quale ha trascorso sessant’anni e che è stata co-redattore di alcuni suoi libri, e i figli Christopher, artista e professore di informatica alla Cornell University e Mark, professore di tradizioni filosofiche e religiose della Cina e dell’Asia orientale all’University of California a Berkeley, nonché sei nipoti. Christopher e Mark Csíkszentmihályi sono molto gentilmente venuti incontro all’autore di questo testo fornendo numerose informazioni sulla vita del padre, nonché le fotografie della collezione di famiglia.

*vicerettore per la Scienza e l’Arte dell’Università di Fiume

S'informano i gentili lettori che tenuto conto delle disposizioni dell'articolo 94 della Legge sui media elettronici approvata dal Sabor croato (G.U./N.N. 111/21) viene temporaneamente sospesa la possibilità di commentare gli articoli pubblicati sul portale e sui profili sociali La Voce.hr.

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