Siamo abituati a vederla sul piccolo schermo mentre racconta le storie degli altri con la solarità, l’entusiasmo e la dolcezza che la contraddistinguono. Con i suoi modi garbati e gentili arriva all’essenza della cose, cogliendone l’anima e trasmettendo ai telespettatori la bellezza del sapere e l’amore per l’Istria, terra di confine, unica nel suo genere, dove il rosso, il bianco e il grigio della si mescolano, come la sua cultura e l’intrecciarsi dei suoi popoli. Ma chi è Martina Vocci? Proviamo a scoprirlo da questa intervista, in cui, per una volta, è lei a raccontarsi ai lettori.
Grande amante della letteratura, ha mosso i primi passi nel mondo del giornalismo curando e presentando la rubrica “Sconfinamenti” su Radio Rai Friuli Venezia Giulia, mentre il suo debutto in televisione è avvenuto a “La barca dei sapori”, curata dal papà Marino Vocci, grande uomo di cultura e amante della nostra terra. Oggi, giornalista e intellettuale affermata, è alla guida di “Istria e dintorni”, che ospita al suo interno il format “L’arca dei saperi”; come lei stessa ricorda con un sorriso: “La barca non era più sufficiente a contenerci tutti”. Nel suo percorso figurano anche programmi come “Mosaico Adriatico” e “Le buone maestre”, volti a raccontare le molteplici sfaccettature della tradizione, della storia, delle vicende e delle persone, ponte tra il Mediterraneo e la Mitteleuropa. A tutto ciò si affiancano studi, pubblicazioni e convegni di letteratura, di cui Martina è una profonda conoscitrice e appassionata. Tra i numerosi autori di cui si è occupata spiccano Pier Paolo Pasolini e Fulvio Tomizza, due pietre miliari della letteratura del Novecento.

Radici e vita di confine
Iniziamo a conoscerci con un po’ di leggerezza. Sei nata a Trieste, vivi a Caldania, nei pressi di Buie, in Croazia e lavori a Capodistria, in Slovenia. Le tue giornate saranno ricche di viaggi in macchina … Qual è la playlist che ti accompagna nei tuoi spostamenti?
“Ti devo confessare che con la musica ho un rapporto discontinuo: non fa sempre parte della mia vita e sono molto lunatica, ma arrivo ad ascoltare certi brani fino allo sfinimento, soprattutto dopo i concerti. Recentemente sono in fissa con i ‘Tre allegri ragazzi morti’, dopo il concerto che hanno fatto al Miela di Trieste per Pasolini. Non li conoscevo ed è una sensazione deliziosa sapere che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. In generale, però, in macchina preferisco ascoltare la radio e ultimamente ho scoperto podcast e audiolibri”.
Sei una persona che viaggia sia per lavoro, sia nella vita privata. Qual è la lezione più importante che hai imparato e porti sempre con te? E che cosa vuoi trasmettere ai telespettatori, o in generale a chi ti ascolta al ritorno da un viaggio?
“La lezione più importante di un viaggio è sempre la diversità, di cultura, di prospettiva sulla vita, di lingua, di cibo, di usanze e tradizioni. E, guardando bene, conoscendo a fondo anche l’Altro riusciamo da una parte a vedere con più chiarezza noi stessi, ma contemporaneamente a capire che l’umanità non è cosi diversa in nessun angolo del mondo e neanche nella casa vicina. Abbiamo tutti le stesse preoccupazioni, amiamo e odiamo, ridiamo e piangiamo, abbiamo paure e gioie, malinconie e segreti. E qui sta, secondo me, il vero incontro che oggi, purtroppo, con il turismo di massa è sempre più raro e difficile”.

Foto gentilmente concessa da Martina Vocci
Letteratura come vocazione e chiave di lettura del mondo
Un altro modo per spiccare il volo è leggere, e infatti una parte importante della tua vita l’hai dedicata alla letteratura. Ti sei laureata in “Teoria e critica letteraria” all’Università “La Sapienza” di Roma. Qual è l’aspetto della letteratura che ti ha fatto dire: “Questa è la mia strada”?
“Anche qui ti confesso che prima di approdare a Lettere, ho fatto un anno di Architettura. Mi affascinava molto l’idea di costruire unendo le regole alla creatività. Ma ho avuto vita breve, perché ho capito che le materie scientifiche avevano su di me l’effetto dell’olio in un bicchier d’acqua. Così la letteratura è stata una scelta di sicurezza, si torna sempre dove si è stati felici e io sono sempre stata una lettrice piuttosto vorace. Nei libri ritrovavo me stessa e mi sentivo meno sola, perché riconoscevo parti di me sulla pagina. ‘Io sono solo e loro sono tutti’ dice Dostojeskij in ‘Memorie dal sottosuolo’, la prima volta che ho letto questa frase mi sono spaventata e ho pensato ‘ma come fa lui a sapere che mi sento così'”?
Con la tua solarità, la tua grinta e la tua passione, affiancate a tanto studio e conoscenza, hai portato la letteratura anche in molte delle tue trasmissioni. In fondo fare la giornalista significa raccontare, tratto comune ai libri. Nella tua professione ti sei dedicata soprattutto a raccontare la frontiera come spazio di incontro e accoglienza. Quanto hanno influenzato questa tua percezione del confine gli autori che ami? Percezione senz’altro definita anche dalla tua vita da transfrontaliera.
“Fin da piccola, insieme a mio padre, ho vissuto questi temi nelle sue attività e nel suo gruppo di amici: Depangher, Tomizza, Miglia, De Castro e tantissimi altri. Poi, come spesso accade a noi gente di frontiera, sono andata via: ho fatto un Erasmus a Parigi e ho terminato gli studi biennali a Roma. Andare via più di tutto mi ha fatto rendere conto di quanto preziose siano queste terre in cui si incontrano lingue, culture, prospettive rispetto alla ‘monotonia’ del centro. E allora sono tornata a ciò che mi era famigliare, le parole di questi buoni maestri che sono stati luminosi nell’offrirmi quegli stimoli che cerco di condividere con chi mi sta intorno, ma soprattutto con chi segue il mio lavoro”.
In un mondo, anche televisivo, dominato dall’aggressività che spesso rasenta l’insulto, soprattutto nei confronti di che ha opinioni diverse, di solito senza del vero sapere alla base, tu hai scelto la solarità, la gentilezza e la conoscenza. La tua è una strada in salita?
“Mentirei se ti rispondessi di no, ma non posso tradire me stessa, la mia educazione e le cose in cui credo profondamente, così, forse, è una scelta molto egoistica e per certi versi più semplice. Mi sto attrezzando alla difesa, ma quel che continua a spaventarmi di più al mondo è la violenza – in ogni sua forma – cosicché credo che la fatica della grazia venga sempre ripagata. Come dice mia madre ‘un sorriso non costa niente!’ e l’accoglienza è un’arte che l’Istria conosce bene”.

Memoria, complessità attraverso il dialogo con i più giovani
L’anno scorso ti abbiamo incontrato a un laboratorio assieme ai bambini e ai ragazzi della filodrammatica della CI di Umago in occasione dei 90 anni dalla nascita di Fulvio Tomizza, scoprendo una Martina capace di parlare con passione e coinvolgimento a un pubblico giovanissimo di un autore molto complesso, com’è appunto Tomizza. La letteratura non ha età, ma come si fa a trattare certi temi come l’esodo, la persecuzione etnica, la guerra con dei bambini?
“Io credo che i bambini, i ragazzi, soprattutto al giorno d’oggi, sono molto più consapevoli e maturi di quanto eravamo noi alla loro età, credo forse perché sono maggiormente esposti al mondo anche per la presenza di internet e smartphone. Parlare di questi temi non è mai facile, lo sappiamo bene tutti, anche io che non ho mai sentito dai miei nonni raccontare le loro storie per il dolore che si portavano dentro. Ma bisogna provarci comunque, perché è importante che questi ragazzi abbiano dei modelli di riferimento per comprendere e capire anche le cose più brutte e odiose che gli potranno capitare nella vita. E la narrazione è sempre di grande aiuto, soprattutto nel guarire i traumi”.
Dai più piccini passiamo agli adolescenti. Nel 2025 a 50 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini hai affiancato i ragazzi delle Scuole medie superiori del litorale sloveno nel progetto “Pasolini e noi”. Si tratta di un autore a te molto caro, a cui hai dedicato studi e lavori. Pasolini è stato l’intellettuale per eccellenza del Novecento, ancora incredibilmente attuale, i giovani quanto ne sono consapevoli? Che cosa ti ha colpito di questa esperienza?
“E’ stata un’esperienza entusiasmante, il contatto con i ragazzi è stato preziosissimo perché mi ha permesso di vedere un autore che amo molto attraverso i loro occhi e il loro sguardo che, a differenza di certo disfattismo contemporaneo, è attento, acuto, mai banale, creativo e molto molto profondo. L’unico obiettivo che avevo all’inizio era offrire loro la possibilità di capire che Pasolini è un poeta complesso, complicato, scandaloso ma che ancora oggi può aiutarci a capire le nostre stesse contraddizioni e la società in cui viviamo che sta perdendo sempre più l’umanesimo, forse la nostra più grande tragedia. Lavorare con i ragazzi è come lavorare la campagna: si pianta un seme e si spera che cresca”.

Foto gentilmente concessa da Martina Vocci
L’Adriatico attraverso la radio e la TV
Sei una giornalista affermata, per molti anni hai condotto su Radio Rai FVG “Sconfinamenti”, oggi ti troviamo alla guida di “Istria e dintorni” su TV Capodistria. Radio e televisione, due mezzi diversi tra loro, però in entrambi racconti con amore e competenza la bellezza e la varietà dell’Alto Adriatico. Con quale mezzo ti senti più a tuo agio, più completa? Ci racconti un aneddoto che ti è rimasto nel cuore?
“Scegliere è difficile perché sono due modi completamente diversi di narrare: la radio ha la potenza della parola che non conosce limiti e può raccontare anche ciò che non esiste; la televisione ha la potenza dell’immagine, della musica e della parola. Ho un ricordo speciale dei miei anni a ‘Sconfinamenti’, in particolare di un’intervista che, insieme alla meravigliosa Edda Serra, critica letteraria raffinata e insegnante, avevo fatto al poeta Franco Loi che, già molto anziano, non era riuscito a sentire nemmeno una delle domande che gli avevo fatto, ma le sue risposte erano straordinarie. Per quanto, invece, riguarda il mio lavoro a TV Capodistria i momenti che tengo più cari sono quando le persone si emozionano o si commuovono davanti alla telecamera, che – per chi non è abituato – ha un effetto straniante. Il fatto che mi vengano affidate delle storie è una responsabilità per me, storie che ho il dovere di restituire e raccontare: per questo l’emozione è il dono più grande, perché è vera”.
Negli anni hai intervistato e incontrato tantissime persone; dalla gente comune, a personaggi di spicco. Ma se potessi andare a bere un caffè e fare una chiacchierata con un personaggio del passato, chi sarebbe?
“Senza nessun indugio, con mia nonna Lidia. Lei è morta l’anno prima che io nascessi e così non ho mai avuto la possibilità di conoscere la straordinaria donna che anche mio padre adorava. Mia madre dice sempre che ho i suoi occhi e la sua espressione, e in un certo senso anche il suo amore per la vita. Era nata a Daila, figlia di coloni dei frati, arrivata a Trieste con l’esodo aveva fatto la sarta. É un pezzo della mia storia che mi manca, un pezzo di me che vorrei conoscere, ma più che altro vivere. E, per gli altri personaggi del passato, ho sempre paura di rimanere delusa dalla realtà: nella mia fantasia i miei filosofi, artisti, scrittori, registi preferiti sono perfetti, conosco tutto quello che hanno voluto lasciare di loro nel mondo”.

Eredità familiare, tradizioni e saperi
Hai iniziato a lavorare a TV Capodistria con un tuo spazio all’interno della rubrica “La barca sapori” curata da tuo papà Marino e da allora ne hai fatta di strada… Papà è stato un grande uomo di cultura, quale insegnamento ti porti dietro ancora oggi per quanto riguarda l’ambito professionale?
“Anche qui devo confessarti che per papà fare televisione è sempre stata un’attività incidentale, nel senso che era un modo per lui di condividere pensieri, idee, storie con un pubblico più vasto. Era bravissimo in quello che faceva, ma prima di tutto era un grande oratore: sapeva dire con parole semplici cose molto complesse perché per lui era fondamentale che tutti capissero. Spesso mi rimproverava di ‘essere maestrina’ perché citavo scrittori, filosofi e altre cose ‘da persona studiata’. Allora mi offendevo, oggi ho capito che per lui era un modo di dirmi ‘vai all’essenza, cerca di farti semplice, fatti capire non solo da chi mastica libri e cultura'”.
Oggi sei alla guida di “Istria e dintorni”, al cui interno c’è “L’arca dei saperi”, un gioco di parole e assonanze con la trasmissione di tuo papà. In fondo i sapori genuini della terra vanno spesso a braccetto con i saperi dei contadini e con il lavoro manuale delle massaie che con abilità amalgamano assieme materie prime spesso semplici che però danno vita a prelibatezze. Ci spieghi meglio il legame tra questi due termini?
“Come ricordavi, sono entrata, o meglio, salita sulla ‘Barca dei Sapori’ di papà nel 2010, avevo uno spazio che si chiamava ‘Cantinetta culturale’, ma grazie all’appoggio di Marino abbiamo iniziato a condurre insieme e il mio ruolo è cresciuto. Così, quando papà è scomparso nel 2017, ho voluto tenere questo spazio che mi lega a lui, è in fondo un pezzetto della mia eredità, ma la piccola ‘barca’ non poteva continuare a raccogliere storie, così è diventata un”arca’ e i mitici sapori che raccontava con la sua cultura e civiltà della tavola sono diventati i saperi, più includenti rispetto ai miei interessi. Ciò non vuol dire che non faccia sempre con piacere a favore di telecamera un buon piatto di gnocchi”.
Parlando di tradizioni, di passato, di memoria, è facile cadere nella retorica un po’ nostalgica del “si stava meglio quando si stava peggio”. I tuoi programmi non sono così, qual è il tuo segreto?
“Io credo che la sfida più grande che ognuno di noi deve affrontare nella sua vita sia vivere il presente, fare i conti con la nostra realtà e cercare di capire e conoscere quanto più possibile questo mondo che ci circonda, partendo dai luoghi che abitiamo per arrivare a quelli più lontani. Conoscere è la vera arma che abbiamo a disposizione per leggere il presente, perché siamo esseri ripetitivi, tendiamo a replicare schemi e meccanismi che sono già accaduti. Motivo per cui è fondamentale studiare, leggere, approfondire, attraverso l’incontro, il dialogo, l’ascolto, questo ci permette di rimanere vigili. ‘Più uno sa, meno sa’ per parafrasare sentenze più blasonate di socratica memoria, e credo che oggi in un mondo che ha sempre più presunzione di sapere, il non sapere sia rivoluzionario perché ci permette di coltivare la raffinata arte del dubbio che è la migliore cura contro stereotipi e qualunquismi”.

Foto gentilmente concessa da Martina Vocci
Uno sguardo al futuro
Per concludere ci parli dei tuoi progetti futuri? E magari anche di qualche sogno nel cassetto?
“Anche quest’anno spero di concludere la stagione di ‘Istria e dintorni’ con tante storie e tante ‘Arche dei saperi’ che permettano alle persone di avere strumenti e prospettive per godere della bellezza di queste terre che continuano, anche per me che le racconto, a essere uno scrigno di infiniti tesori. Sto lavorando a un progetto di itinerari letterari a Trieste che mi ha permesso di colmare le tante lacune che ho sulla letteratura triestina – talvolta mi sembra ancora incredibile quanto poco conosciamo le cose che ci stanno più vicine – e di incontrare Slataper, Giotti, Anita Pittoni e Kosovel. E il mio sogno nel cassetto è vivere abbastanza e in salute per poter passare un po’ di quello che so alla mia splendida nipote Vera che ha 11 mesi: spero di poter passeggiare con lei sulla Parenzana e spiegarle che cos’è il rui, guardare con lei le ‘Barche dei Sapori’ di nonno Marino, insegnarle a nuotare a Salvore, raccontandole delle grue, insegnarle il gioco della briscola. E sogno di intervistare Slavoj Žižek e chissà che scritto non si avveri”.
Quello di Martina Vocci è un mondo fatto di conoscenza, in cui i grandi autori convivono con le persone comuni, perché anche dagli incontri più semplici possono emergere storie di inestimabile valore e, allo stesso tempo, lo scrittore più complesso può essere raccontato con parole chiare e accessibili. Il suo universo è popolato di sapori, colori, profumi e saperi che, grazie alla sua capacità di dare voce a ciò che la circonda, entrano nelle case dei telespettatori, offrendo loro una finestra viva e autentica sul mondo che li circonda.

Foto gentilmente concessa da Martina Vocci
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