Da Vicenza a Fiume, Marco Zoppello porta con sé un percorso teatrale ricco e variegato, presentando una reinterpretazione veneta dei classici russi che rinnova ritmo e musicalità del testo. Fondatore dello Stivalaccio Teatro – compagnia nata nel 2007 – Zoppello ha collaborato con numerose realtà, tra cui il Teatro Stabile del Veneto “Carlo Goldoni” di Venezia, e ha portato i suoi spettacoli in tournée tra Italia, Svizzera, Francia, Spagna, Stati Uniti e Australia. Il nuovo progetto, realizzato con il sostegno straordinario dell’Unione Italiana, amplia ulteriormente la geografia dei luoghi che hanno accolto il suo lavoro. “Čechov in commedia: due atti unici in lingua rustica” è un omaggio al teatro popolare e ai grandi classici della letteratura russa, filtrati attraverso una lingua viva, concreta e sorprendente. Nell’atto “La domanda di matrimonio” vedremo esibirsi Aurora Cimino, Stefano Iagulli e Annamaria Ghirardelli, ne “L’orso” Ivna Bruck, Giulio Settimo e Annamaria Ghirardelli. Giovedì 11 dicembre è prevista la prima assoluta, seguita da una replica il 12 dicembre, entrambe presso la Comunità degli Italiani di Fiume, alle ore 19.30.

Arriva a Fiume con un bagaglio teatrale molto radicato nel Veneto e nel teatro popolare. Che cosa l’ha incuriosita – o magari sfidata – nel confrontarsi con una compagnia stabile “di confine” come il Dramma Italiano?
“È stata una bella sfida. Sono stato contattato dalla direzione con una missione molto precisa: collaborare con il gruppo residente, o meglio con una parte di esso, perché non tutti gli attori erano disponibili. Qui gli spettacoli si intrecciano, ci sono molte collaborazioni con altri teatri, insomma si tratta di una realtà molto dinamica. Mi sono quindi fatto indicare quali attori avrei avuto a disposizione e mi sono fatto raccontare chi fossero, perché in questo ente il gioco consiste proprio nell’‘incastrare’ molte esigenze diverse. Una volta capito chi poteva partecipare al progetto, ho iniziato a pensare a che cosa avrei potuto produrre. A dire la verità, è la prima volta che mi capita di lavorare in questo modo. Però, a volte, avere dei paletti ti aiuta a concentrarti subito sul risultato che devi ottenere”.
Piccoli scherzi teatrali
Quali punti di contatto ha riconosciuto tra il lato più giocoso di Čechov e il teatro che lei porta in scena? In che modo questi due mondi, così lontani nel tempo e nello spazio, riescono a dialogare?
“La mia idea di teatro parte dal concetto di teatro popolare, lo stesso che porto avanti con la compagnia Stivalaccio Teatro, fondata insieme ad alcuni colleghi: un teatro accessibile a tutti. Questo non significa abbassare la qualità degli spettacoli, ma creare un linguaggio capace di coinvolgere chiunque, indipendentemente dal livello di istruzione o dal mestiere – dal professore universitario a chi svolge un lavoro lontano dal palcoscenico. È il punto di partenza che tengo sempre presente ogni volta che affronto una nuova produzione.
Čechov, poi, è un autore immenso: ha esplorato ogni registro possibile, dal drammatico al leggero. I due atti brevi che portiamo in scena lui stesso li definiva ‘scherzi’. Frequentatore assiduo del teatro francese – che all’epoca era la lingua comune del teatro europeo – nutriva un grande amore per il vaudeville e per il teatro dei boulevards, quello dei grandi viali parigini: un teatro borghese, brillante, irresistibilmente comico. Basterebbe pensare ai testi di Feydeau. Ispirato da quell’universo, e anche per una sua personale inclinazione, Čechov iniziò a scrivere questi atti unici che considerava, appunto, dei piccoli scherzi teatrali.
Quando mi è stato proposto questo progetto, dovevo trovare del materiale che potesse essere portato nelle comunità: spettacoli che non richiedessero grandi scenografie o complessi effetti di luce, ma un teatro d’attore, capace di adattarsi a qualsiasi spazio. E andando nei piccoli centri o nelle periferie, questi testi che parlano di domande di matrimonio, di proprietà terriere, di cani da caccia – un mondo rurale, contadino – mi sono sembrati ideali per arrivare anche nei paesini più piccoli.
Questo Čechov è un autore assolutamente popolare. Certo, si potrebbe aprire un altro grande discorso; per Čechov ‘Il gabbiano’, le ‘Tre sorelle’ e ‘Il giardino dei ciliegi’ erano commedie. Si arrabbiava persino con Konstantin Stanislavskij, che a suo avviso li metteva in scena con troppa rigidità. Diceva: ‘Devono far ridere’. Ecco, è in questo spirito che ho trovato la nostra affinità”.
“L’Orso” e “La domanda di matrimonio” sono due atti unici di Čechov che saranno presentati al pubblico in questo spettacolo. Perché ha scelto proprio questi due titoli?
“Si tratta di un dittico che ha la consuetudine di essere rappresentato insieme, spesso accompagnato da un monologo di intermezzo, ‘Il vizio del tabacco’. Ho scelto proprio questi due testi perché, all’interno della raccolta degli atti unici di Čechov, sono certamente tra i più efficaci dal punto di vista scenico e anche quelli che più spesso vengono selezionati nel repertorio degli atti brevi.
Inoltre si ‘incastravano’ perfettamente con il gruppo di attori che avevo a disposizione, e questo – nel ruolo del regista e di chi produce – è un aspetto determinante. Se non si hanno gli interpreti adatti per un certo testo, semplicemente non lo si può mettere in scena. Questi due atti brevi rispondevano a tutte le esigenze del progetto”.
Dietro le quinte
Ha scelto di tradurre Čechov in veneto e di reinventare il ritmo del testo attraverso una lingua popolare, concreta e rapida. Quali motivazioni l’hanno guidata in queste scelte e quale ruolo pensa che il veneto giochi nell’esaltare ritmo e musicalità delle opere?
“Le motivazioni sono molteplici. La prima è personale. Lavoro molto con le lingue e con i dialetti, perché trovo che l’italiano letterario, a volte, non rispecchi davvero il modo di parlare degli italiani: lo percepisco un po’ freddo. Provenendo dal teatro popolare, dalla commedia dell’arte, dal mondo di Arlecchino, Pulcinella e delle maschere ho sviluppato una grande familiarità con l’uso dei dialetti e con tutte le loro sfumature. Tradurre Čechov in dialetto significava anche lavorare in un territorio che sento mio, appropriarmi del testo in maniera personale.
Mi risulta, peraltro, che Čechov non sia mai stato tradotto in veneziano/veneto. Ho scelto un veneziano ‘possibile’, pur non essendo io veneziano, cercando però di riprodurne il colore, perché mi sembrava che conferisse una certa eleganza al linguaggio di questi personaggi: possidenti, proprietari terrieri, gente agiata. Volevo una lingua più goldoniana, che richiamasse l’atmosfera del veneziano settecentesco, senza la pretesa di fare un’operazione filologica, ma concedendomi alcune libertà pur mantenendo quella sonorità.
Non parlando russo, sono partito da diverse traduzioni: una italiana e una francese. Parlo bene il francese, quindi questo incrocio di fonti mi ha aiutato molto. Quando avevo dei dubbi, passavo al francese, poi tornavo all’italiano. Credo che da questa mescolanza sia nata una traduzione più ricca.
La sfida successiva è stata farla arrivare agli attori, che non sono veneti e nemmeno veneziani. C’è un triestino, che ha avuto forse un po’ più di familiarità, ma ha incontrato comunque difficoltà perché cambiano gli accenti anche all’interno della stessa parola. E poi abbiamo un pugliese, una siciliana, una romana: tutti hanno dovuto imparare di nuovo questo linguaggio. Non sono eccessivamente rigoroso, ma tengo molto alla musicalità, a una credibilità sonora.
L’ultimo motivo riguarda il pubblico che incontreremo. Questo spettacolo, oltre a Fiume, farà tappa nelle Comunità in cui è ancora viva una parlata fiumana o istroveneta, lingue che conservano un forte legame con la tradizione veneziana. Mi sembrava un modo per andare loro incontro: arrivare nelle loro comunità e portare uno spettacolo che parla anche una lingua capace di evocare memorie familiari e sentimenti che possono risuonare profondamente”.
Il teatro di Čechov è spesso costruito su esitazioni e parole che sfiorano, senza rivelare mai del tutto ciò che i personaggi provano. In che modo ha lavorato con gli attori su questo equilibrio tra comicità e “non detto” e come ha visto emergere lo spirito cechoviano nelle loro interpretazioni?
“Gli atti unici si discostano un po’ da questo tratto tipico. Io sono un grande amante di ‘Tre sorelle’, ‘Il gabbiano’ e naturalmente ‘Il giardino dei ciliegi’: la grande trilogia. Qui, però, quando inizi a lavorare su un materiale che possiamo definire farsesco, diventa più difficile mantenere certi tempi perché il gioco ritmico tende a prendere il sopravvento. Poi, è chiaro, ogni regista ne dà una versione diversa. La mia è sicuramente più italiana che russa.
Non ho voluto imitare una regia ‘dell’Est’ né spingere l’aspetto psicologico all’estremo. Ho cercato di giocare con le mie carte, portando Čechov verso una sensibilità più italiana, che per certi versi è più espressionista, meno legata al silenzio e più al gioco scenico. Ci sono due o tre momenti in cui tutto si ferma, questo sì; non è uno spettacolo ‘in corsa’, ma è evidente che lavoro su ritmi che, per la natura farsesca degli atti unici, si discostano un po’ quelli del Čechov più silenzioso e contemplativo”.
Tra comicità e fragilità
I personaggi di Čechov sono spesso maldestri, pieni di desideri e paure, coinvolti in situazioni assurde. Quali aspetti della loro personalità emergono ancora oggi e in che modo riflettono atteggiamenti comuni nelle dinamiche della vita reale?
“Il fatto che questi atti unici, scritti più di un secolo fa, vengano ancora rappresentati così spesso significa che continuano a parlare direttamente delle nostre nevrosi, insicurezze, paure e, in certi casi, anche della nostra arroganza. In questi due atti, comicissimi, Čechov inserisce sempre una vena di malinconia, una nota agrodolce che io apprezzo molto.
’L’Orso’ è un esempio perfetto: questo uomo enorme, rude, convinto di poter fare ciò che vuole, è in realtà pieno di insicurezze e si scioglie appena incontra una donna capace di tenergli testa. È qualcosa di estremamente attuale: ci creiamo una maschera – come diceva Pirandello, una maschera sociale – ma poi, quando troviamo qualcuno o qualcosa che la mette in crisi, quella maschera cade. E poi c’è il personaggio de ‘La domanda di matrimonio’, Lomov: ipocondriaco, ansioso… ha una modernità tale che potrebbe sembrare uscito da un film di Woody Allen”.
Guardando a questo allestimento di “Čechov in commedia”, quali emozioni o riflessioni spera che accompagnino il pubblico dopo lo spettacolo?
“Trovo difficile individuare un solo tema, perché negli spettacoli ce ne sono spesso molti e mi piace che ciascuno trovi la propria chiave di lettura. Se il pubblico alla fine pensasse: ‘Abbiamo riso e ci siamo divertiti, ma questi personaggi maldestri sono proprio come noi, come i nostri vicini o i nostri familiari: cadono, lottano, e sotto sotto sono da compatire’, per me sarebbe già un grande risultato.
Questa è, secondo me, la forza dei testi di Čechov: fanno ridere, ma allo stesso tempo mostrano la fragilità umana. È un po’ come il meccanismo del clown: cerca di essere all’altezza del proprio ruolo, ma a volte non ce la fa. Se il pubblico coglie questo equilibrio tra comicità e vulnerabilità, lo spettacolo ha centrato il suo obiettivo”.
Lei è un regista giovane, ma con un percorso già densissimo. Se ripensa a quel ragazzo che voleva fare il giornalista e poi è stato “preso” dal teatro, qual è stato il momento in cui ha capito che questa sarebbe stata la sua strada?
“Mi ricordo che facevo l’università e, mentre mi dedicavo agli studi in Scienze della comunicazione, il mio interesse per il teatro cresceva sempre di più. A un certo punto mi sono reso conto che passavo più tempo a fare teatro che a studiare e ho pensato: ‘Forse è qui che devo stare. Forse questa è davvero la mia strada’. Un filo conduttore, però, è rimasto: la scrittura. Per me la scrittura è una parte fondamentale del mio lavoro. Ho trovato modi diversi per esprimerla anche nel teatro: traducendo e reinventando i testi.
Tradurre significa anche tradire e rimasticare, trovare un nuovo modo di raccontare, ed è qualcosa che richiama la mia passione per il giornalismo: osservare, analizzare e raccontare qualcosa attraverso le parole. Nel mio teatro non metto mai in scena un testo nella sua forma originale: lo riscrivo, lo rielaboro o lo interpreto a partire dai classici, cercando di far emergere il mio punto di vista. Guardando indietro, posso dire che mi sono allontanato dalla strada iniziale, ma non in maniera diametralmente opposta: qualcosa di quel percorso giornalistico è rimasto dentro di me”.
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