Marcela Serli e la storia di una famiglia nell’urto delle cose vive

A colloquio con la regista della prima del Dramma Italiano «Mio figlio cammina solo un po’ più lentamente» di Ivor Martinić. Lo spettacolo è una coproduzione del TNC «Ivan de Zajc» di Fiume, CSS - Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia e Teatri Stabil Furlan

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Marcela Serli e la storia di una famiglia nell’urto delle cose vive
Marcela Serli. Foto Ivor Hreljanović

Regista, drammaturga, attrice e curatrice, Marcela Serli ha fatto del teatro un luogo di incontro tra pensiero e vita. Sensibile, empatica e profondamente umana, da oltre trent’anni indaga sulla scena le contraddizioni, le ferite e le possibilità del nostro tempo. L’abbiamo incontrata in occasione della prima di “Mio figlio cammina solo un po’ più lentamente”, nuova produzione del Dramma Italiano del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, in scena il 13 giugno, per parlare di fragilità, verità, responsabilità e di tutte quelle storie che, prima ancora di essere scelte, finiscono per scegliere noi.

Le storie che ci scelgono

Dopo molti anni torna a Fiume, questa volta come regista. Che cosa rappresenta per lei questo ritorno?

“Sono molto felice del rapporto che si è creato con le persone e con il teatro. È la prima volta che lavoro qui come regista, ma vi ero già stata molti anni fa come attrice, quando Laura Marchig dirigeva il Dramma Italiano. Portammo in scena ‘Buonanotte Desdemona, buongiorno Giulietta’ dell’autrice canadese Anne-Marie MacDonald, con la regia di Serena Sinigaglia, esperienza di cui conservo un ricordo vivissimo. Allora Fiume era una città in cui venivo anche per assistere a spettacoli di teatro internazionale e di ricerca. Ricordo allestimenti ospitati in luoghi straordinari, come una cava, una grotta o spazi industriali dismessi, che lasciavano un segno profondo. Un posto dove si potevano incontrare proposte artistiche difficili da trovare altrove. Anche per questo sono particolarmente felice di tornare oggi in una veste diversa”.

Che cosa ha riconosciuto in “Mio figlio cammina solo un po’ più lentamente” da volerlo portare in scena per così tanto tempo?

“Inseguo questo testo dal 2015. Lo vidi per la prima volta in Argentina e ne rimasi profondamente colpita. Mi era vicino sul piano emotivo, pur affrontando temi diversi da quelli che abitualmente caratterizzano il mio lavoro. Di norma parto da una forte tensione interiore sostenuta da una riflessione politica; qui sentivo invece l’esigenza di confrontarmi con qualcosa di più intimo. Parla della verità e delle menzogne che raccontiamo a noi stessi, del desiderio di essere accettati e del bisogno di sentirsi amati. Mi interessa ciò che siamo davvero e ciò che crediamo di dover diventare per ottenere l’amore degli altri. Naturalmente il pubblico non vedrà soltanto le parole di Martinić, ma uno spettacolo nato dall’incontro tra la sua scrittura, il mio sguardo e il lavoro svolto con gli attori. Ogni messinscena è una nuova lettura, che gli spettatori completeranno attraverso la propria esperienza. L’opera è stata rappresentata in molti Paesi e tradotta in numerose lingue, ma questa è la sua prima versione italiana. Sono felice che, quando la proposi a Mirko Soldano, allora direttore artistico del Dramma Italiano, ne abbia colto immediatamente il valore e abbia deciso di sostenerla”.

Stare dentro la ferita

La condizione del protagonista finisce per mettere a nudo le fragilità di chi lo circonda?

“Assolutamente sì. È la storia di una famiglia, ma anche una metafora della nostra società. Una famiglia che non sa parlarsi né ascoltarsi davvero. Gli adulti sono intrappolati nei propri silenzi e nelle proprie paure, mentre i più giovani sembrano custodire una possibilità di cambiamento. Ciò che trovo particolarmente bello è il percorso dei personaggi, che lentamente riescono ad avvicinarsi alla verità. Per questo non considero lo spettacolo un racconto sulla disabilità fisica, quanto piuttosto una riflessione sulle fragilità emotive che segnano chi lo circonda, rivelando come siano spesso gli altri a mostrarsi più limitati di Branko nel loro modo di stare al mondo”.

Che rapporto ha con Branko?

“Forse è il personaggio più lucido della famiglia, nel senso più autentico del termine. Per molti aspetti sono Branko anch’io e credo che lo sarà anche il pubblico. Osserva ciò che accade con uno sguardo insieme doloroso e consapevole e comprende cose che gli altri non riescono a vedere. Talvolta accetta, talvolta si rassegna, ma non fugge mai dalla realtà. È questo che mi commuove di lui, perché attraversa il dolore invece di evitarlo; lo guarda, lo vive, lo accoglie. Penso che sia l’unico modo per renderlo sopportabile”.

Gli altri personaggi sembrano misurarsi costantemente con la malattia, l’invecchiamento e la morte. Perché ci riesce così difficile accettare ciò che è inevitabile?

“Viviamo in una società che ha rimosso il dolore. Non sappiamo più affrontarlo e spesso nemmeno nominarlo. Facciamo fatica a confrontarci con l’invecchiamento, la morte e la sofferenza, e persino con l’incontro con l’altro. Anche per questo i social network hanno avuto tanto successo, perché ci permettono di restare a distanza e di proteggerci dall’esposizione emotiva. Nessuno ci ha preparati al confronto con il limite, eppure prima o poi tutti faremo esperienza della malattia, della perdita e del lutto. Finché resteremo prigionieri della paura dell’altro e dell’incapacità di parlare di ciò che viviamo, continueremo a essere spiritualmente amputati. Ci mancheranno l’ascolto, l’empatia e la capacità di guardare davvero chi abbiamo di fronte”.

La responsabilità di esserci

Come siamo arrivati a questo punto?

“Credo che si sia verificato uno spostamento profondo dei valori. Oggi quasi tutto viene misurato in termini economici. Se suggerisci a qualcuno di fare teatro, dipingere, scrivere o dedicarsi a una forma artistica, la prima domanda riguarda spesso il guadagno, la visibilità, la possibilità di trasformare quell’esperienza in qualcosa di monetizzabile. Abbiamo finito per associare la felicità al denaro, anziché alla possibilità di esprimerci, di sviluppare strumenti interiori e di costruire relazioni significative. Per questo ho sentito che era il momento giusto per realizzare questo spettacolo. È una storia che parla di disamore e di mancato incontro, ma anche della possibilità di ritrovare l’amore e il legame con gli altri”.

Che cosa la colpisce maggiormente del modo in cui comunichiamo oggi?

“La difficoltà ad assumerci delle responsabilità. La responsabilità non è qualcosa di negativo, ma una scelta, un’azione, una presa di posizione. Oggi, invece, spesso restiamo fermi, in attesa. Nel teatro lo vedo molto chiaramente. Siamo circondati da una quantità enorme di comunicazione, ma spesso manca un’autentica apertura. Ci esprimiamo continuamente, ma facciamo fatica a metterci davvero in gioco”.

La fragilità è una parola molto presente nel nostro tempo. La considera un limite o una risorsa?

“Una risorsa. Fragili siamo tutti, eppure abbiamo trasformato questa condizione in un tabù, quando è proprio questa vulnerabilità a metterci in movimento. Mi viene in mente De André quando scrive che ‘dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori’. È un’immagine che amo molto, perché la forza nasce spesso da ciò che percepiamo come imperfezione, mancanza o vulnerabilità. Da ciò che è perfetto e immutabile nasce ben poco. La fragilità ci costringe a porci domande e a confrontarci con il caos che ci spaventa, ma dal quale nascono le trasformazioni. Io stessa provengo da una storia familiare segnata dalle migrazioni, poiché mio padre emigrò in Argentina dopo la Seconda guerra mondiale da Trieste; la famiglia era originaria di un piccolo borgo dell’entroterra istriano. Anche mio nonno materno, di origine siro-libanese, fuggì da una situazione di conflitto. Siamo figli di generazioni che portano ancora dentro di sé ferite profonde. Per questo non dovremmo temere ciò che cambia e si muove; la storia continua a ripetersi e, se oggi migrano altri, domani potremmo essere di nuovo noi”.

La grazia della tragicommedia

Dopo tanti anni trascorsi accanto a questa storia, che cosa continua ancora a metterla alla prova?
“In questo momento la mia ricerca si concentra soprattutto sull’essenza che si traduce in forma. Lavoro moltissimo con gli attori, sul dettaglio della parola, delle intenzioni e delle energie che circolano tra i personaggi. Ma sono anche una regista che ama costruire immagini forti e dinamiche, che dialogano con lo spazio. All’inizio immaginavo questo spettacolo come qualcosa di molto raccolto, quasi da camera, immerso nell’intimità della famiglia. Poi mi sono trovata davanti a un grande palcoscenico e ho dovuto ripensare quella visione. È una sfida che mi interessa molto. Per me l’estetica coincide sempre con un fatto etico, perché la forma deve nascere da una necessità profonda. Infatti sto cercando una dimensione più astratta, soprattutto nel finale. Ne ho parlato anche con l’autore. Vorrei che alcuni elementi restassero sospesi e affiorassero attraverso il non detto”.

Nella pièce dolore e leggerezza procedono spesso insieme. Quanto è importante per lei questa dimensione?

“Moltissimo. Più che di leggerezza parlerei di comicità. La tragicommedia mi appartiene profondamente. Mi interessa portare le situazioni emotive a una grande intensità e introdurre subito dopo uno scarto comico. Le emozioni devono poter emergere in tutta la loro complessità. Voglio che i sentimenti siano esposti senza protezioni e che i personaggi si mostrino nella loro nudità emotiva. In questo senso il comico non attenua il dramma, ma lo rende ancora più incisivo”.

Quando cadono le maschere

A proposito di nudità emotiva, è più difficile vedere davvero gli altri o lasciarsi vedere?

“È più difficile lasciarsi vedere. Lo dico spesso agli attori, perché quando percepisco che stanno controllando la scena, il proprio corpo o l’immagine che restituiscono, smetto di essere interessata. La verità emerge quando ci si abbandona all’esperienza. Naturalmente questo non significa assenza di struttura. Al contrario, gli attori lavorano all’interno di una costruzione rigorosa. È però soltanto nel momento in cui rinunciano al controllo che diventano davvero visibili. La maturità mi ha insegnato proprio questo, ovvero a sciogliere le resistenze e a lasciarmi andare. Trovo che sia più difficile denudarsi che osservare. Eppure, nel momento in cui ci apriamo autenticamente, diventiamo anche più capaci di vedere gli altri. La verità deve accadere dentro di noi prima ancora che fuori”.

Il teatro custodisce ancora qualcosa che altri linguaggi stanno perdendo?

“Sì, perché custodisce il qui e ora e, soprattutto, la presenza. È forse l’arte che più di ogni altra si oppone alla distanza e alla mediazione permanente, perché ci mette inevitabilmente davanti all’altro. Tra l’attore e lo spettatore, in quell’istante, accade qualcosa di irripetibile. Se mancasse uno dei due, quell’evento non esisterebbe. È questa la sua forza straordinaria”.

Quanto il suo percorso personale influenza il suo sguardo sui personaggi e sulle relazioni che mette in scena?

“Moltissimo. Dentro ‘Mio figlio cammina solo un po’ più lentamente’ ci sono le piccole miserie che tutti abbiamo conosciuto: i conflitti familiari, i tradimenti, il disamore, le fragilità, ma anche il perdono e la possibilità di riconciliarsi. Scelgo sempre storie che mi parlano intimamente. La mia lettura del testo di Martinić è certamente diversa da quella che vidi in Argentina e immagino da tutte le altre realizzate nel mondo. Non soltanto perché ogni regista ha uno sguardo diverso, ma perché questa versione porta con sé qualcosa della mia storia, delle mie origini, della mia sensibilità e della mia passionalità. In questo spettacolo dialogano culture differenti; vi sono alcuni elementi dal mio personale universo, e c’è persino qualche sorpresa legata a Fiume. Mi sembrava giusto che questo incontro avvenisse proprio qui, in una terra di confine dove le culture si incontrano e si trasformano reciprocamente. In fondo, anche questa è una storia di confini, che si manifestano tra generazioni, tra abilità e disabilità, tra silenzi e parole, tra distanza e incontro”.

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