Maraini, Pasolini e il soffio degli alberi

A colloquio con una delle più importanti scrittrici italiane contemporanee, la quale presenterà a Pola, alla 31ª Fiera del libro in Istria, «Caro Pier Paolo», un incontro rinnovato con un'amicizia limpida e in ascolto

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Maraini, Pasolini e il soffio degli alberi
Dacia Maraini. Foto Shutterstock

Dacia Maraini torna a Pola per la 31esima Fiera del libro in Istria con “Caro Pier Paolo” (Neri Pozza Editore, 2022), ora pubblicato in Croazia da Disput nel cinquantenario della morte di Pasolini. Il programma “Storie italiane”, nato dalla collaborazione tra l’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, la Comunità degli Italiani di Pola e l’Unione Italiana, ospiterà l’autrice accanto a Claudia Durastanti e Sergio Segio, in un’edizione che rinnova l’attenzione verso figure che da decenni orientano il panorama culturale italiano. Nel percorso di Maraini, che abbraccia romanzi, racconti, teatro, poesia e saggistica, si riconosce una continuità costruita con metodo e accuratezza. La sua opera ha attraversato il tempo con saldo equilibrio, come attestano riconoscimenti quali lo Strega per “Buio” e il Campiello per “La lunga vita di Marianna Ucrìa”. Dodici film sono nati dai suoi testi, uno dei quali diretto da lei stessa, e in ciascun linguaggio che ha coltivato riaffiora la stessa attitudine, una fiducia nell’apparente semplicità come veicolo dell’essenziale. Il legame con Pasolini, nato negli anni romani vissuti accanto ad Alberto Moravia, è rimasto come una vicinanza che Maraini ha più volte evocato con toni delicati, ricordando la sua timidezza, il rapporto diretto con il mondo e la spontaneità della sua gentilezza. “Caro Pier Paolo” nasce dentro questa familiarità. Le trentasette lettere immaginarie danno continuità a un dialogo che non si è dissolto, aprono nuove traiettorie di riflessione e restituiscono la presenza intatta di un rapporto che ancora oggi genera pensiero. L’edizione polese riserverà all’autrice due occasioni pubbliche. Il primo appuntamento è previsto per il 4 dicembre alle ore 20 nel Salone rosso della Casa delle Forze armate per la presentazione del libro; il secondo si terrà il 5 dicembre alle ore 11 nell’incontro Colazione con l’autore, moderato da Aljoša Pužar. Entrambi i momenti permetteranno di entrare nel ritmo della sua parola, in quel passo netto e privo di artifici attraverso cui restituisce complessità al presente. L’intervista che segue nasce in questa linea, con il desiderio di avvicinarsi alla sua misura, alla sua attenzione, alla sua fedeltà alla realtà delle cose.

Un dialogo che affiora
Nel libro “Caro Pier Paolo” dialoga con un assente che diventa voce interiore, quasi interlocutore imprescindibile. Scrivere a chi non può più rispondere è un gesto letterario, ma anche profondamente intimo, e mi chiedo se le sia mai accaduto di percepire che la forma epistolare, più che parlare a Pasolini, finisse per rivelare ciò che lei stessa non aveva ancora osato articolare pienamente?

“La chiamata del dialogo scopre e rivela, fa comprendere se stessi e l’altro”.

Quando parla pubblicamente di Pasolini, traspare spesso un ritratto di lui come figura timida, discreta, attraversata da una dolcezza inattesa. Oggi, nel riprenderlo sulla pagina, sente il bisogno di sottrarlo agli schemi mediatici che lo irrigidiscono, oppure di liberarlo da quel fardello simbolico che il tempo e l’interpretazione gli hanno attribuito?

“Non si tratta di proteggerlo, ma di dire la verità. Pasolini è stato visto e raccontato come un uomo violento, egocentrico, rabbioso e insincero. Conoscendolo si scopriva che erano tutti cliché. In realtà era un uomo gentile d’animo, rispettoso del pensiero altrui, mai violento o prepotente, perfino timido”.

Il sogno che ha generato il libro è un varco di natura misteriosa. Che cosa rappresenta per lei, da autrice, l’irruzione di ciò che non si controlla nella costruzione di un’opera che invece reclama lucidità, rigore e sorveglianza?

“I sogni sono spesso fonte di ispirazione. Danno suggerimenti che poi vanno perfettamente d’accordo con la lucidità, il rigore e la sorveglianza, come lei dice, nel momento in cui dal mondo del possibile si passa a quello del reale”.

Il cammino del dire
Nella sua lunga esperienza teatrale e narrativa, la parola è un organismo vivo, che si muove tra etica e immaginazione. Nel rapporto con Pasolini che il libro rinnova, che cosa ha scoperto sulla responsabilità della parola? Una responsabilità che sembra mutare col passare dei decenni, da generazione a generazione…

“La parola è sempre responsabile, ma la parola non è un oggetto a sé stante, è sempre parte di un linguaggio, e i linguaggi sono davvero tanti e diversi. C’è il linguaggio familiare, quello politico, quello burocratico, quello amoroso, quello filosofico, quello psicanalitico, quello mercantile, ecc. La parola letteraria e poetica vive dentro un linguaggio che differisce da quelli che ho nominato. La parola poetica non esprime una responsabilità riconoscibile e immediata. Pesca nel profondo e si rivela attraverso le emozioni che comunica”.

Ha spesso evocato figure di autori e autrici che hanno segnato la tradizione italiana. Scrivendo a Pasolini, sente di riallacciare una conversazione anche con quella genealogia letteraria che lei ha definito “famiglia”?

“Come ho detto, le differenze ci sono e sono importanti, ma alla fine, quando si legge un romanzo o una poesia, si usano le stesse grandi ed eterne categorie umane. Se non fosse così, non potremmo capire e apprezzare gli scritti dei drammaturghi greci, o dei filosofi cinesi o dei poeti arabi”.

Lo scritto restituisce non solo la grande storia culturale italiana, ma anche il gesto quotidiano, il dettaglio domestico, l’ombra dei percorsi comuni. Che valore ha avuto ridare forma a quest’ordinarietà?

“I dettagli sono quelli che raccontano le differenze. Ma nel fondo ci deve essere un’attenzione verso ciò che rende l’essere umano una comunità consapevole e unita”.

Tracciato sottile di un legame vivo
Nel corso del tempo ha espresso spesso il desiderio di un’Italia più giusta e solidale, mentre Pasolini percepiva una trasformazione profonda e inquieta. In queste lettere, quale domanda sente di rivolgere al nostro presente, attraverso la sua voce e la sua memoria di lui?

“Credo che anche Pasolini, nel suo modo istintuale e anarchico, inseguisse gli stessi ideali. Anche lui cercava un mondo più giusto e solidale, ma riteneva che la giustizia sociale non potesse andare in disaccordo con la purezza dello spirito e l’ingenuità candida di un bambino”.

L’amicizia che la legava all’autore affiora ancora nella materia stessa della sua scrittura. Nel procedere del libro, esiste una frase, un ricordo, un’inquietudine che le ha dato la sensazione di avvicinarsi a un momento di commiato? Oppure il dialogo con lui rimane, per sua natura, un luogo che non può chiudersi?

“I dialoghi si chiudono la sera per riaprirsi la mattina dopo. Se esiste una comunicazione, anche solo virtuale, questa procede finché c’è vita. Dopo, non si sa. Forse esistono altri modi di comunicare che non conosciamo e che appartengono al mistero dell’universo”.

Se potesse mostrare a Pasolini un frammento del nostro tempo, cosa sceglierebbe? C’è qualcosa che la ferisce profondamente, qualcosa che considera una dissonanza bruciante, e qualcosa invece che la meraviglia, e che forse avrebbe meravigliato anche lui?

“Per quanto riguarda l’indignazione, continuerei sulla strada già intrapresa da lui. Gli ricorderei lo stupore e la pena per il peso che ha preso il consumismo, non solo degli oggetti ma del pensiero e dei sentimenti, che tocca molti nostri giovani affascinati dalla tecnologia. Per quanto riguarda il bello, gli indicherei ancora una volta gli alberi, che lui amava e che io amo per il loro linguaggio enigmatico ma pieno di vita, commovente nonostante il pessimo trattamento di cui li facciamo oggetto”.

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