Luciano Delprato: il teatro è come una cipolla

Il regista argentino sta preparando il «Decamerone» col Dramma Italiano, spettacolo che dovrebbe debuttare all’inizio di novembre

Il regista argentino Luciano Delprato

Il 2020, anno in cui Fiume detiene il titolo di Capitale europea della Cultura, è iniziato all’insegna della collaborazione internazionale tra artisti, letterati, attori, cinefili e persone legate al mondo della cultura. Dopo un lungo periodo di stasi dovuta al lockdown, parte delle collaborazioni è stata ripristinata, tra cui pure quella con il regista argentino Luciano Delprato, che in questi giorni sta preparando uno spettacolo con il Dramma Italiano. Il “Decamerone” di Delprato dovrebbe debuttare il prossimo 7 novembre e sarà ovviamente ispirato alla raccolta di novelle di Boccaccio.

Com’è iniziata la tua carriera di regista teatrale?
“Ho iniziato a occuparmi di teatro una ventina d’anni fa, quand’ero ancora molto giovane. Sono originario di Córdoba, in Argentina, ma ho lavorato in tutta l’America latina e ho viaggiato molto per lavoro. Come in tanti Paesi, anche in Argentina è difficile guadagnarsi da vivere in modo stabile lavorando a teatro. Non mi occupo solo di regia, ma anche di scrittura delle sceneggiature, perché per come la vedo io, anche la preparazione di un testo fa parte dell’allestimento di uno spettacolo. Anche nel caso del ‘Decamerone’, l’adattamento e la regia sono interamente miei. Renata Carola Gatica mi ha contattato per la prima volta cinque anni fa per un progetto con lo ZKM di Zagabria. All’epoca preparai un adattamento dell’Antigone, ma le ho dato una mano pure per degli spettacoli fiumani, visto che la mia specialità sono le marionette e il teatro degli oggetti e lei aveva bisogno di qualcuno che realizzasse delle scene di questo tipo”.

Nella tua carriera hai riproposto a teatro alcuni dei classici della drammaturgia
“Sì, i classici mi ispirano tanto, sia quelli greci, che i classici del teatro elisabettiano, come ad esempio Shakespeare. Quello che amo dei classici è che parlano sempre al presente, hanno una contemporaneità affascinante. I classici non ci lasciano mai con delle certezze, pongono sempre dei quesiti, il loro fascino è senza tempo e supera le mode del momento”.


Ora state lavorando a un classico della letteratura italiana. Come mai proprio Boccaccio?
“È stata una decisione comune e forse un po’ ovvia, visto il periodo di pandemia. Ci siamo ricordati che il ‘Decamerone’ è stato scritto e si svolge in un periodo di pandemia di peste e questo ha destato il nostro interesse. Il ‘Decamerone’ in realtà non parla di peste, ma piuttosto di fuga dalla peste. In un momento in cui sono in gioco le vite di migliaia di persone, Boccaccio ci parla di contrattacco all’idea e alla paura della morte. Boccaccio ci istruisce a imparare ad amare la vita, il sesso, il cibo, tutto ciò che ci rende umani, che ci dà felicità e ci aiuta a combattere la morte. Ho voluto rispolverare Boccaccio per rivolgermi agli spettatori moderni alla stessa maniera.
A volte i classici sono rivestiti di bronzo e posti su un piedistallo fuori dalla nostra portata – rileva il regista –. La verità è diametralmente opposta: ciò che fa di loro dei classici è la loro universalità e la capacità di parlare al lettore di ogni epoca. La maggior parte dei classici sono mostri sacri per gli accademici, ma noi vogliamo ridare loro la forma e la funzione che avevano all’origine, vogliamo renderli relazionabili, nel senso che le persone, indipendentemente dal livello d’istruzione o conoscenza della letteratura, vi si possano riconoscere. Il ‘Decamerone’ nel Trecento era quella che al giorno d’oggi definiremmo ‘pop culture’, era un best seller, un’opera per le masse. Mi piace compararlo con il ‘Don Quijote’, che è molto più vicino alla mia cultura. Cervantes scrisse il romanzo esclusivamente per pagare i conti, metaforicamente. Faccio questo confronto perché entrambe le opere letterarie erano molto vicine al popolino, molto lontane ad esempio dall’aulico di Dante Alighieri. Qualche mese fa, con il Dramma Croato, abbiamo presentato l’‘Edipo Re’ e ora stiamo lavorando sul ‘Decamerone’. In ogni mio singolo progetto voglio riportare alla vita un classico, per dimostrare al pubblico che la condizione umana è universale e che ci possiamo ritrovare nelle opere letterarie di ogni epoca, perché il valore letterario non è (esclusivamente) nel lettore, ma nell’opera in sé”.

Che cos’ha da raccontarci il Trecento fiorentino?
“Nel mio adattamento mi soffermo molto su tale periodo e uso il contrasto tra le due figure di Dante e Boccaccio. Dante è etereo, è un personaggio senza peso, che s’innalza dalla profondità degli inferi alle sfere più alte del paradiso. Boccaccio, invece, è un personaggio molto pesante, sia in senso letterale che metaforico. È un uomo grasso, lussurioso, con le idee radicate saldamente a terra, volto all’edonismo e ai desideri corporali. Nonostante le differenze, Boccaccio ambiva a raggiungere i livelli di Dante e vedeva in lui un idolo da emulare. Il Boccaccio che è arrivato a noi è quello degli anni giovanili, mentre io cerco di rappresentarlo più maturo, che si avvicina a Dante, ma senza tralasciare il Boccaccio all’avanguardia della giovinezza, quello che ci ha trasmesso un’immagine della donna assolutamente moderna, che cerca e ama il sesso, dominante e forte, una donna intelligente che non si lascia controllare. Ovviamente c’è anche l’altra faccia della medaglia, quella misogina, ma se consideriamo che si tratta del Medioevo, lo scrittore è di una modernità disarmante”.

Come avete superato la barriera linguistica tra italiano del Trecento e italiano moderno?
“La lingua è uno strato importante di questo spettacolo dalle tante sfaccettature. Abbiamo cercato di mantenere dei passi originali, modernizzando il resto, in modo da destare nello spettatore una sensazione di familiarità, ma contemporaneamente pure di distanza. Poi c’è anche la barriera linguistica tra il pubblico croato, che dovrà leggere i sottotitoli, e la lingua italiana in generale. Indipendentemente dagli ostacoli, per noi è importante che tutti possano apprezzare lo spettacolo e il suo valore intrinseco, anche dovendo guardarlo leggendo la traduzione; per questo motivo abbiamo puntato tanto sulla parte visiva e sulla scenografia. Ogni spettacolo è come una cipolla, ha tantissimi strati e lo si può leggere in tantissime chiavi. L’importante è che ogni singolo livello di lettura e comprensione sia fatto bene e parli allo spettatore”.

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