Sulla Grande scena del Teatro Nazionale Croato di Varaždin ha debuttato con successo e platea gremita “Exit”, creazione articolata in due quadri distinti, “Salopette” e “Next”, esito della collaborazione tra Yellowbiz Art Collective (YAC) e Cornelia Dance Company. Il lavoro si presenta come un congegno coreografico di raffinata densità teorica, nel quale il corpo assume la funzione di dispositivo conoscitivo chiamato a misurarsi con il tempo, con la durata e con la possibilità di oltrepassare una condizione stabilizzata. Sostenuta dalla summenzionata istituzione, dal Centro di danza di Zagabria e dalla Casa croata di Cultura (HKD) di Sušak, l’opera si inscrive nel programma Creative Currents – International development built by sharing con il supporto della fondazione Kultura Nova, delineando un percorso di cooperazione transnazionale che trova nella scena il proprio luogo di sintesi. L’architettura complessiva affida ai due movimenti che la compongono il compito di esplorare, su piani differenti, l’esperienza del distacco e dell’attraversamento.
Anatomia di un legame
“Salopette”, al contempo fortemente poetica e di un’autenticità implacabile, indaga una relazione di lunga durata ed esplora le sue trasformazioni interne attraverso una partitura del movimento che scava nella memoria incarnata. Il duetto, magistralmente interpretato da María Matarranz de las Heras e Valentin Chou, dispone i corpi lungo un arco temporale che dalla leggerezza dell’innamoramento conduce al peso dell’abitudine. Il movimento affonda nella memoria muscolare della coppia, in quella tessitura di gesti interiorizzati che custodisce tracce di prossimità e di vissuto condiviso. Il carico dell’altro si manifesta come dato ontologico prima ancora che fisico – deposito di anni, silenzi, reiterazioni. Lo spazio scenico, inizialmente attraversato con ampiezza, si contrae progressivamente. Il gesto si concentra, si spezza. Si struttura su appoggi necessari e incastri quasi meccanici che evocano una dipendenza insieme sostegno e limite. La danza diviene così un’indagine sulla gravità specifica dei sentimenti e sulla durata intesa come esperienza corporea. Il toccante inserto video introduce una variazione di grande forza espressiva. María e Valentin compaiono in una dimensione caricaturale che amplifica con lucidità alcuni tratti della quotidianità condivisa, trasfigurandoli in un’estetica eccedente rispetto al reale. È uno scarto netto. Lo spettatore è costretto a riconsiderare ciò che ha appena visto. La lingua viscerale spagnola di María, corredata da sottotitoli in croato, attraversa l’immagine come una confessione esposta, percorsa da amore e da un’ironia malinconica che non attenua la verità ma la rende più nitida. In questo slittamento metateatrale affiora la fatica di preservare un’identità singolare entro un organismo a due, nella tensione costante tra fusione e dispersione. I costumi bianchi si offrono come superficie candida su cui il tempo lascia tracce impercettibili, quasi un drappo luminoso che accoglie le ombre del vissuto. Il disegno luci di Tomislav Maglečić, evocativo e misurato, incide lo spazio con precisione quasi chirurgica, modellando volumi e distanze, e la musica, a firma di Luka Gamulin, ne completa la suggestione. L’uscita suggerita in “Salopette” coincide con l’abbandono dell’illusione di compattezza e con l’assunzione della fragilità quale forma più autentica di permanenza.
Cronaca di un’attesa collettiva
Con “Next” la riflessione si amplia alla dimensione collettiva. L’opera assume l’attendere come condizione strutturale dell’esistenza contemporanea. La direzione di Michele Pastorini, con l’assistenza di Valentin Chou, sposta l’asse dall’intimità del due a un corpo sociale attraversato dall’incertezza. Il palcoscenico assume le sembianze di una sala ospedaliera. Una struttura tubolare metallica ne delimita il perimetro, disegnando un ambiente di straniante realismo clinico. Sirene. Passi nei corridoi. Porte ermetiche che si chiudono. Il paesaggio sonoro imprime ai danzatori un ritmo di allarme costante. L’indugio non è più stasi, ma stato di allerta permanente. In questo spazio d’acciaio i danzatori della Cornelia Dance Company – Ginevra Conte, Manuela Facelgi, Nicolas Grimaldi Capitello e Antonio Tello – insieme a María Matarranz de las Heras incarnano figure in bilico tra un prima dissolto e un dopo ancora informe. Il movimento alterna immobilità quasi catatonica ed esplosioni convulse, restituendo una fisicità frammentata che tenta di attraversare barriere invisibili. Ogni interprete offre una diversa declinazione del disagio. C’è chi si tende verso l’altro in una ricerca spasmodica di contatto. C’è chi, al contrario, ripiega in un solipsismo autistico che richiude il corpo su se stesso. La scena si popola così di presenze isolate, coesistenti ma non realmente connesse. La collettività appare come una prossimità apparente, fragile, continuamente esposta alla dissoluzione. E tuttavia, nel tratto conclusivo, qualcosa si modifica e i corpi cominciano a sottrarsi alla pura reazione nervosa, come se una diversa consapevolezza prendesse lentamente forma.
Contro l’acciaio, la vita
Al centro simbolico di “Next” emerge la figura di María, con il ventre gravido, elemento dirompente entro un contesto dominato da segnali di emergenza. Il gesto ripetuto di protezione del proprio corpo diventa forma di resistenza primaria, risposta biologica alla sterilità del metallo, reazione alla paralisi generata dalla precarietà. La scena del parto costituisce il punto culminante della drammaturgia. Il travaglio diventa immagine concreta di fuoriuscita, rottura di un involucro insieme fisico e metaforico. In quell’istante la danza si espone nella sua nudità essenziale e si fa sostanza vivente attraversata dal dolore e dalla potenza generativa. È esposizione integrale, è urgenza vitale. Da qui in avanti il movimento si distende. La tensione che aveva contratto i corpi si allenta. Dopo la frammentazione dei singoli, l’insieme dei danzatori converge verso una ricomposizione che restituisce ai corpi una verticalità nuova, come se lo spazio fosse stato interiormente attraversato. La struttura dei tubi metallici, per l’intera durata gabbia e perimetro ospedaliero, conosce una riconfigurazione di senso. Gli elementi restano immutati mentre cambia l’orientamento dello sguardo e si offrono come tracce di un’architettura mentale ormai attraversata, forse superata. Anche i costumi segnano una cesura rispetto a “Salopette” e al bianco subentra una gamma di neri, compatta e plurale insieme, che accentua il clima di concentrazione e allerta. Il moto sonoro, a cura di Lovro Stipčević e Sara Jakopović, raggiunge il proprio culmine e gli stridii del metallo, i rimbombi sordi delle porte pesanti, i lamenti insistenti delle sirene si fondono in un unico corpo acustico, che segna il punto estremo della crisi. È un rumore compatto, quasi un lampo accecante che annuncia il transito. Poi lo strappo. Il suono si ritrae. Le luci di Tomislav Maglečić si abbassano progressivamente e scivolano in una penombra densa che non chiude lo spazio ma lo trattiene in una qualità più raccolta. La sala d’attesa resta nella sua nudità e tuttavia il suo statuto muta perché ciò che appariva come limbo oggettivo si rivela una condizione mentale alimentata dalla proiezione verso un altrove. In questa presa di coscienza, che coinvolge anche la platea, “Next” si raccoglie nell’istante presente e l’idea di uscita si compie come atto di resistenza, come scelta di restare e di abitare il tempo senza consegnarne il senso a ciò che deve ancora venire. A suggellare il percorso, un applauso lungo e caloroso, a conferma di una corrispondenza sensibile tra scena e sala.
Fiume, scelta controcorrente
Prima del debutto a Varaždin, “Next” ha trovato una prima esposizione pubblica alla Casa croata di Cultura (HKD) di Sušak, che, nell’ambito del Programma residenziale Kamov, ha accolto i due ensemble dal 31 gennaio al 14 febbraio. In quell’occasione si è delineato un momento di confronto diretto con la città. Yellowbiz Art Collective, con il coreografo Michele Pastorini e la coordinatrice Vivien Balint, insieme ai danzatori della Cornelia Dance Company e al direttore dell’ente ospitante, Edvin Liverić, ha condiviso con il pubblico la traiettoria artistica e umana che ha condotto alla nascita di “Exit”. L’incontro ha assunto il valore di una riflessione pubblica sulla decisione di fondare, alla fine del 2024, una realtà autonoma dopo un lungo periodo di appartenenza istituzionale al TNC “Ivan de Zajc” di Fiume. In quella transizione tra una struttura consolidata e una condizione indipendente è maturata la domanda che attraversa l’intero dittico, relativa a ciò che segue la conclusione di un ciclo e alla forma possibile del “dopo”. Da quel passaggio ha preso forma il progetto, concepito come attraversamento consapevole e come assunzione di responsabilità nei confronti del proprio divenire artistico. Secondo gli artisti, la prassi del gruppo si fonda su una collaborazione integrale che investe ogni ambito della creazione, dalla scrittura del gesto all’identità visiva, dalla costruzione luministica alla composizione sonora, sviluppata attraverso un confronto serrato sulle atmosfere e sulle tensioni da tradurre in scena. La presenza della Cornelia Dance Company ha rafforzato l’impianto corale del lavoro, inscrivendolo in un orizzonte di cooperazione internazionale. Balint ha ribadito la volontà di consolidare ulteriormente il radicamento nel capoluogo quarnerino, coltivando il nucleo creativo eletto a propria casa e rafforzando il legame con il territorio che ne ha accompagnato la genesi, in un continuo equilibrio tra appartenenza locale e apertura europea.







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