L’ombra di San Vito: geopolitica, marmi dimenticati e il secolo dei gesuiti a Fiume

A colloquio con Damir Tulić e Mario Pintarić, vincitori del Premio annuale della Città

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L’ombra di San Vito: geopolitica, marmi dimenticati e il secolo dei gesuiti a Fiume
Damir Tulic e Mario Pintaric. Foto Matteo Ristić

Vi sono monumenti di tale valore che si rischia quasi di non percepire più nella loro reale importanza. A romperne il silenzio che avvolgeva la maestosa Cattedrale di San Vito a Fiume è giunta una nuova e rilevante monografia scientifica, firmata dagli storici dell’arte e docenti universitari Damir Tulić e Mario Pintarić. Il volume, vincitore del Premio Annuale della Città di Fiume, ha rappresentato per i due professori un momento di immensa commozione e orgoglio: “È un riconoscimento ufficiale – confidano i docenti – che premia anni di sacrifici e dimostra che l’arte barocca sa ancora parlare al cuore dei fiumani”.
Nel corso di un lungo e approfondito colloquio, i due studiosi hanno ripercorso le tappe di una ricerca durata anni, intensificatasi nell’ultimo biennio in concomitanza con il centenario della fondazione della Diocesi di Fiume nel 1925. Nata da un’intesa intellettuale con l’allora rettore della cattedrale, monsignor Mario Tomljanović, l’opera supera gli schemi ormai logori di una storiografia novecentesca. L’obiettivo, affermano i professori, era “offrire un’indagine scientifica rigorosa su un monumento di respiro pienamente europeo, svelando la sua straordinaria rilevanza per l’intera Europa centrale”.

L’arrivo dei gesuiti
All’inizio del Seicento Fiume era una complessa terra di frontiera e un nevralgico snodo di transito dell’Impero asburgico. “Le idee della Riforma protestante circolavano rapidamente – spiegano gli storici –, trovando terreno fertile tra le famiglie nobili di Trieste e Gorizia e tra i capitani regi fiumani”. In questo quadro di forti fermenti, l’arrivo dei Gesuiti nel 1627 rappresentò una ponderata e lungimirante mossa strategica della corte imperiale di Vienna per stabilizzare la regione e attuare la Controriforma attraverso l’istruzione e la cultura.
La Compagnia di Gesù, sottolineano gli autori, si rivelò lo strumento più strutturato ed efficace per raggiungere questo scopo, riuscendo a trasformare radicalmente il tessuto culturale, sociale e urbanistico della città in pochissimi decenni. Attraverso la fondazione del primo ginnasio cittadino, i padri gesuiti formarono capillarmente la futura classe dirigente locale, ponendo le basi per il successivo ateneo. “Il loro collegio – evidenzia Pintarić – divenne ben presto il vero motore intellettuale dell’intera area quarnerina”, permettendo così di comprendere l’anima più profonda, aperta e storicamente multiculturale di Fiume.

Archeologia dello sguardo
Il valore straordinario e insolito di questa monografia risiede nel fatto che gli autori stessi hanno realizzato la maggior parte delle fotografie presenti nel libro. Questo rapporto diretto, costante e quasi tattile con lo spazio monumentale ha permesso di fondere la ricerca d’archivio con un’indagine fisica e archeologica condotta all’interno della cattedrale. I vincitori del premio ricordano con un sorriso l’emozione provata nel salire personalmente sui ponteggi: “Poter osservare da vicino i dettagli della decorazione plastica – affermano – ci ha regalato una prospettiva scientifica e visiva completamente nuova”.
L’indagine sul campo ha portato anche a un episodio dal sapore squisitamente cinematografico. Analizzando con attenzione i disegni secenteschi dell’architetto Giacomo Briano, gli storici hanno notato una rampa di scale nel retro-santuario che non compariva in nessuna delle planimetrie moderne. “Per ben due mesi – raccontano divertiti i due professori – abbiamo perlustrato l’edificio palmo a palmo, esaminando le pareti con indagini visive, rilievi e assaggi strutturali”. Alla fine, il ritrovamento della rampa di scale, completamente murata e dimenticata per quasi cent’anni ha trasformato un sospetto teorico in una tangibile scoperta storica. “Sembrava di vivere la scoperta di un tesoro nascosto nel cuore della nostra città”, commentano oggi gli studiosi rievocando quel momento.

Il valore delle fonti
Un altro pilastro fondamentale della ricerca è stato lo studio sistematico delle Litterae annuae, i dettagliati rapporti periodici che i Gesuiti fiumani inviavano a Vienna, sede della loro provincia. Attraverso l’analisi di questi documenti, gli autori hanno potuto ricostruire anno per anno l’esatto andamento dei lavori di costruzione della “chiesa inferiore” (conclusasi nel 1658), svelando dettagli inediti sull’economia locale, sulla committenza di opere d’arte e sulle inevitabili tensioni con i centri di potere centrali.
I testi testimoniano frequenti interruzioni dei lavori dovute a problemi concreti del territorio. I docenti ne elencano diversi durante la conversazione, mostrando il lato più umano e quotidiano della storia: dalle crisi economiche causate dal mantenimento delle truppe imperiali che svernavano nei pressi di Castua, fino alle devastanti invasioni di locuste e alle intemperie che distruggevano periodicamente i raccolti. Lo studio incrociato di questi annali ha permesso di fare chiarezza anche su molti oggetti liturgici, definendone con esattezza la datazione e i committenti all’interno del Tesoro della Cattedrale. “Questo ci ha permesso di toccare con mano le reali fatiche degli uomini del Seicento”, evidenziano Tulić e Pintarić.

La rivoluzione urbanistica
I medesimi documenti d’archivio hanno fatto luce anche sulla grande rivoluzione urbanistica del 1638. Giacomo Briano, architetto principale e progettista dell’edificio, compì un gesto audace che i due studiosi descrivono con evidente entusiasmo: abbatté la vecchia chiesa gotica medievale e ruotò completamente l’asse della nuova struttura religiosa ottagonale per orientarla direttamente al Cardo maximus, una delle due principali vie dell’antica Tarsatica romana.
“Si delineò così una prospettiva visiva impressionante – spiegano i professori, quasi a voler tracciare una mappa ideale –: un asse che, prendendo le mosse dal mare, risaliva attraverso l’antica Porta Marittima – oggi sormontata dalla Torre Civica del Corso –, intersecava l’odierna Piazza Kobler con il suo antico palazzo comunale, e andava a culminare sul prospetto della Cattedrale di San Vito, per poi proiettarsi verso nord in direzione della porta settentrionale della città”.
La costruzione, continuano nel loro racconto, procedette in due fasi distinte: la chiesa inferiore, coperta temporaneamente da un tetto provvisorio, divenne funzionale nel 1659, mentre la cupola e le gallerie furono completate solo negli anni ‘20 del Settecento, portando alla solenne consacrazione del 1742. L’audacia geometrica della rotonda barocca spezzò per sempre la fisionomia medievale del vecchio centro urbano.

L’eredità di Michelazzi
La monografia presenta inoltre per la prima volta un’analisi approfondita degli altari marmorei, ma l’appello più accorato di Tulić e Pintarić riguarda Antonio Michelazzi, un artista di livello europeo colpevolmente dimenticato dalle istituzioni locali. “Michelazzi è stato il più grande scultore e altarista in marmo dell’intero Adriatico settentrionale”, affermano con decisione i professori. Nel XVIII secolo, la sua feconda bottega fiumana attirava committenze prestigiose da Graz, Zagabria, Lubiana e dal Friuli, e l’artista ha arricchito il territorio del Quarnaro con oltre cinquanta altari. Gli autori denunciano con forza la necessità morale di restituire a questo maestro il posto d’onore che merita nella storia dell’arte europea: “La valorizzazione della sua eredità rappresenta un dovere culturale imprescindibile per l’intera comunità cittadina”.
Questa monografia si configura così come un autentico manifesto per il futuro. Constatare la grande affluenza di pubblico in San Vito durante la presentazione ha rappresentato per gli autori il riconoscimento più significativo, dimostrando come la ricerca scientifica, se adeguatamente divulgata, possa riscuotere un vivo interesse da parte della cittadinanza. Forti dei dati raccolti sul campo, e con il Premio Città di Fiume tra le mani, i due docenti guardano al domani con rinnovata energia, pronti, come dicono congedandosi, “a scrivere un capitolo completamente nuovo sul Barocco fiumano”.

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