Sotto i riflettori del ciclo di conferenze storiche “La corte de le ore”, la Comunità degli Italiani “Fulvio Tomizza” ha ospitato una serata di profondo spessore letterario. Protagonista dell’incontro è stata la dottoressa Karin Urih, che ha presentato al pubblico i risultati della sua tesi di laurea in Italianistica, conseguita presso l’Interateneo di Trieste-Udine. La ricerca si è focalizzata su un binomio inscindibile per la cultura della Comunità Nazionale Italiana: la produzione narrativa di Nelida Milani e l’evoluzione della rivista “La Battana” durante il decennio della sua direzione (1992-2001). A dare il benvenuto alla relatrice e al pubblico è stata la presidente del sodalizio, Floriana Bassanese Radin, lieta di dare spazio a giovani voci del panorama critico-letterario locale.
La poetica della resistenza
La relatrice ha aperto l’intervento tratteggiando il profilo di Milani, nata a Pola nel 1939, figura poliedrica di scrittrice, linguista e sociolinguista che ha dedicato la vita al mantenimento dell’identità italiana autoctona. “La scrittura di Nelida Milani non è mai un esercizio di stile fine a se stesso – ha spiegato la dottoressa Urih durante il suo intervento –. È piuttosto una reazione all’impotenza, una forma di resistenza contro l’oblio e contro quella damnatio memoriae che ha rischiato di cancellare il dramma degli esuli e dei rimasti”.
Particolarmente suggestiva è stata l’analisi della “poetica del moscerino”, una metafora centrale nell’opera della Milani per spiegare la condizione degli italiani in Istria. Immaginiamo una pera e un moscerino chiusi in una bottiglia: la pera accetta il destino imposto e la prigionia; il moscerino, consapevole, tenta disperatamente di uscire. “Attraverso questa immagine, la scrittrice analizza i condizionamenti ideologici e linguistici che hanno segnato la nostra gente – ha sottolineato la relatrice –. Il moscerino rappresenta chi non si arrende all’impoverimento della propria lingua, considerandola l’atto essenziale di creazione e identità”.

L’ironia come arma
Un altro pilastro del discorso di Urih è stato l’uso dell’ironia nella narrativa milaniana, definita come “l’arma più efficace della sua contronarrativa”. Un’ironia pungente che non risparmia nessuno: dalla finta esultazione per i “liberatori-invasori” alla retorica della fratellanza forzata. “La sua scrittura è molto pungente – sottolinea la dottoressa –; dalle sue parole si evince che a scrivere è una persona estremamente intelligente, anche grazie alla sua ironia, talvolta celata, altre volte più palese”.
Tra i vari punti, Urih ha citato un passaggio emblematico sulla sacralità della convivenza, vista non come un idillio, ma come un destino comune: “Noi italiani siamo in catene, ma le catene ci hanno uniti tutti insieme: questa è la convivenza”.
“Avevo chiesto alla mia relatrice, la professoressa Sergia Adamo, di elaborare un tema che andasse a racchiudere una tematica importante per il nostro territorio – spiega Karin Urih –. Tra le diverse proposte ho scelto Nelida Milani, volendola ricollegare al periodo della ‘Battana’, un accostamento che non è stato approfondito da molti. Volevo dimostrare la sua importanza come redattrice della rivista trimestrale pubblicata dall’Edit che si poneva l’obiettivo dell’interculturalità e di una visione di plurilinguismo incentrata su una cultura aperta, lontana dai nazionalismi e dall’idea di etnia omogenea”.
Attività editoriale
La seconda parte della conferenza si è spostata sull’attività editoriale. Nata nel 1964 come simbolo di un’identità radicata, la rivista ha preso il nome dalla tipica imbarcazione locale, semplice ma resistente, emblema dell’unione ideale tra le due sponde dell’Adriatico, divise dai confini ma unite dalla cultura e dalla lingua. Sotto la guida della Milani, la testata ha vissuto una stagione di vera e propria rifondazione. “Durante il mandato di Nelida, iniziato nel 1992, la rivista si è trovata a navigare nei tempestosi cambiamenti del post-comunismo – ha illustrato Urih –. L’obiettivo era chiaro: ricostruire un’identità collettiva senza cedere alla nostalgia, ma attraverso un confronto critico tra passato e presente. In quegli anni, ‘La Battana’ è diventata un laboratorio di plurilinguismo e interculturalità, dove l’italiano, il croato, lo sloveno e i dialetti come l’istroveneto e il ciacavo non erano ostacoli, ma risorse preziose”.
Tale commistione di idiomi si riflette nella vita quotidiana di coloro che abitano queste terre, sottolineando, spesso inconsapevolmente, come le diverse culture, tradizioni e parlate abbiano influenzato la popolazione locale anche dal punto di vista identitario. “Per quanto riguarda la narrativa di Milani, ciò che mi ha colpito di più è la sua espressività: una mimesi tra pensato e parlato che rappresenta benissimo il modo di esprimersi di questi territori – precisa Urih –. Ciò dimostra la capacità della sua scrittura di riproporre questa verosimiglianza che stabilisce le gerarchie linguistiche, ma anche psicologiche e sociali, in cui un individuo ha difficoltà a decidere se scegliere un idioma o l’altro”.

Cooperazione intellettuale
La ricerca di Karin Urih ha dato voce in primis a un riconoscimento della grandezza di Milani come scrittrice, ma ha reso omaggio anche a tutti gli intellettuali che hanno cooperato alla stesura della ‘Battana’ in quegli anni. “Quello che era importante per me è che questo tipo di letteratura non cadesse nell’oblio, ma che qualcuno, possibilmente una persona giovane, continuasse a portarla avanti”, ha precisato.
La serata si è conclusa con una riflessione sulla memoria come strumento di ricostruzione. Attraverso opere come la trilogia “Cronaca delle Baracche” o il celebre romanzo epistolare “Bora”, scritto assieme ad Anna Maria Mori, Nelida Milani ha trasformato l’esilio e la frontiera da limiti geografici a metafore della condizione umana.
L’analisi accademica ha poi lasciato spazio ai ricordi personali dei presenti, trasformando la conferenza in un momento di partecipazione collettiva. Al termine dell’incontro, diverse persone hanno raccontato i propri incontri con Nelida Milani, ribadendo l’importanza della scrittrice per il mondo della CNI. Tra gli ospiti c’era anche Loredana Bogliun, figura di spicco della cultura CNI, già alla direzione della “Battana” e collaboratrice stretta della Milani durante il suo mandato come caporedattrice.
“È interessantissimo per me sentire che una giovane professoressa utilizza con sicurezza tutta quella terminologia che per molto tempo è stata messa in disparte; rappresenta lo sforzo di quegli anni nel dare voce alla nostra cultura e identità – ha commentato Bogliun –. Il primo numero uscì nel 1964, mentre si usciva dalla Guerra Fredda,; ‘La Battana’ sorse proprio nel momento in cui c’era bisogno che la CNI potesse esprimere il valore della sua creatività letteraria. Il nostro periodo invece, quello degli anni ‘90, era segnato da un altro momento di profondo cambiamento, in cui la rivista doveva assumersi il ruolo di veliero, portando avanti il discorso di identità regionale a livello di creatività letteraria e di interventi critici”.
La relazione di Karin Urih ha restituito al pubblico umaghese non solo l’analisi accademica di una tesi di pregio, ma il ritratto vivo di una cultura che, proprio come una battana in mare aperto, continua a navigare con orgoglio nonostante le tempeste della storia.

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