Nella sala gremita della Biblioteca civica di Rovigno si è svolta la presentazione del romanzo “Razbojnici” (I briganti), opera d’esordio dello storico e scrittore rovignese Diego Han, durante la quale, nel ruolo di moderatore, ha conversato con l’autore il suo collega di studi Mirjan Flego, bibliotecario della Biblioteca civica di Pinguente. Il volume, frutto di anni di ricerche e riflessioni, si addentra in uno dei periodi più oscuri e drammatici della storia istriana: il primo dopoguerra quando la miseria, il disorientamento politico e la violenza segnarono profondamente la società locale.
La storia di Giacomo
La vicenda ruota attorno a Giacomo, un giovane proveniente da una famiglia rispettata, che dopo il ritorno dal fronte si trova a dover fare i conti con una realtà radicalmente cambiata. La tragedia colpisce la sua famiglia in modo improvviso e brutale, spingendolo in un vortice di vendetta, violenza e domande morali che scuotono le fondamenta stesse della sua identità. “Il mio protagonista – ha spiegato Han – non è un eroe né un criminale, ma un uomo ferito che cerca di sopravvivere in un mondo dove i confini tra bene e male si dissolvono”.
Han, ricercatore presso il Centro di Ricerche storiche di Rovigno, è noto per i suoi lavori di storia contemporanea dell’Istria e per la sua collaborazione con varie testate giornalistiche online. Con “Razbojnici”, pubblica il suo primo romanzo, del quale ha in piano la traduzione in lingua italiana.
Contesto sociale
Il romanzo si ispira a un fenomeno storico reale, quello del brigantaggio che dilagò in Istria nei primi anni del dopoguerra. In una società devastata, con le campagne abbandonate, la disoccupazione dilagante e un sistema di sicurezza quasi inesistente, il brigantaggio assunse i contorni di una lotta per la sopravvivenza. “Non si trattava solo di criminalità – ha spiegato Han – ma spesso di un modo disperato di resistere. In questo senso, il brigantaggio istriano si può accostare al cosiddetto brigantaggio sociale del Sud Italia, dove molti poveri vedevano in esso una forma di ribellione politica e sociale”.
Han ricostruisce con attenzione anche il contesto sociale di quegli anni: la fame che colpiva le città e le campagne, i furti di bestiame che alimentavano i mercati neri di Pola, Trieste e persino Venezia, la paura e il silenzio che dominavano i villaggi. I carabinieri, pochi e male equipaggiati, si trovavano impotenti di fronte a una rete di complicità e omertà che attraversava le comunità locali. “Tra gli stessi briganti – aggiunge Han – esistevano codici morali, solidarietà e conflitti interni. Non erano semplicemente banditi, ma uomini che avevano perso tutto”.
Buio e speranza
Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è la sua struttura narrativa non lineare. La storia si muove tra passato e presente, alternando le voci dei personaggi, le loro memorie e le loro paure. Attraverso questi intrecci, Han dipinge un affresco corale dell’Istria di confine, dove si incontrano e si scontrano culture, lingue e appartenenze. “Volevo – spiega – che ogni personaggio rappresentasse una sfumatura della società istriana di allora: croati, italiani, sloveni, tutti uniti e divisi allo stesso tempo. Non ho voluto creare un eroe o un colpevole, ma mostrare la pluralità delle prospettive, lasciando al lettore la libertà di giudicare”.
La notte è un elemento costante nel romanzo: simbolo di paura, ma anche di libertà. “Di notte si rubava, si commerciava, si fuggiva – racconta Han – ma era anche il tempo in cui i briganti mostravano la loro umanità. La notte è metafora del buio morale di quell’epoca, ma anche dello spazio in cui nasceva la speranza”.
Diego Han consegna al pubblico non solo un romanzo storico, ma un potente ritratto dell’Istria ferita e sospesa tra la memoria e la ricostruzione. Un racconto dove le ombre del passato continuano a interrogare il presente, ricordandoci che anche nei momenti più oscuri, la dignità e la ricerca di giustizia restano la forma più profonda di resistenza.
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