L’incanto di Nevia fra le cisterne di Castua

L’evento poetico-musicale è stato promosso dall’associazione Kanat in collaborazione con l’Estate culturale di Castua e l’UI

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L’incanto di Nevia fra le cisterne di Castua
Alla serata hanno partecipato amici e colleghi di Nevia. Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

La piazza Lokvina, nucleo antico di Castua, ha ospitato una serata destinata a restare incisa come una di quelle pagine che frullano a lungo nella testa e nell’anima. Tra le cisterne che ancora custodiscono echi d’altri tempi e le casette silenziose che sembravano respirare insieme al pubblico, le melodie del ciacavo e del fiumano sono riaffiorate con naturalezza, come se il tempo stesso si fosse seduto tra le sedie a godere della musica. Il concerto di Nevia Rigutto, “Naš Ča, dragi, lipi – A brazeto con el ciacavo e el fiuman” (Il nostro Ča, caro, bello – A braccetto con il ciacavo e il fiumano), ha inaugurato la ventunesima edizione del ČAnsonfest e ha avvolto la città in una luce intima, fatta di nostalgia e riconoscenza. L’appuntamento poetico-musicale “Na kastafskeh šternah” (Alle cisterne castuane), che tradizionalmente apre le giornate del festival, si è fatto scenario di un evento dal carattere unico, promosso dall’associazione castuana Kanat, in collaborazione con l’Estate culturale di Castua e sotto l’egida dell’Unione Italiana. Ogni pietra della piazza sembrava risuonare con un calore particolare, quasi a testimoniare la gioia di ritrovare la voce di chi, pur lontano, continua a tornare con lo stesso affetto.

Grazie, Nevia
La bella corte castuana ha accolto volti familiari e presenze affezionate, amici di lunga data, parenti arrivati anche da lontano, colleghi, collaboratori e ammiratori che negli anni hanno seguito con costanza il cammino della cantante. La sensazione era quella di una comunità raccolta intorno a un’amica fidata, in cui ogni sguardo lasciava trasparire un’emozione sincera. Dopo l’apertura di Nevia e di David Danijel, che con naturalezza ha alternato il canto al ruolo di conduttore, hanno preso la parola anche le istituzioni. Marin Corva, presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, ha ricordato come fosse stato immediato e spontaneo accogliere l’idea di sostenerla, segno di una stima profonda e di un rispetto autentico. Le sue parole hanno rimarcato quanto Rigutto meriti ammirazione e sostegno, riconoscendo in lei un patrimonio prezioso. Poi è intervenuto il vicesindaco Dean Jurčić, con accenti di orgoglio che trasparivano nitidi. Ha sottolineato il valore della cittadinanza onoraria conferita all’artista e ha rievocato con gratitudine la sua costanza nel tornare ogni anno per i festival, in particolare per il ČAnsonfest. Le sue parole hanno restituito l’immagine di un luogo che si specchia in una figura vicina e che individua, nell’attaccamento della cantante, un dono che continua a promuovere Castua ben oltre i suoi confini.

Ogni ritorno è una promessa
Chi conosce Nevia sa che la sua presenza a Castua non è un’eccezione, bensì un gesto che ritorna con la forza dei rituali autentici. Sebbene viva da anni in Svezia, non ha mai rinunciato a raggiungere la sua terra, anche solo per poche ore, anche solo per una canzone. È un ritorno che non conosce clamore, ma si rivela nella semplicità di chi sente che certe radici non possono essere dimenticate. Le lingue materne e le melodie dell’infanzia continuano a richiamarla con dolcezza, e lei risponde con il canto, ogni volta. Il titolo della serata riprendeva un brano storico composto da Adela Dobrić-Jelača su testo di Ivan Brdar, portato per la prima volta sul palco del festival delle Melodie dell’Istria e del Quarnero nel 1980 proprio dall’artista connazionale. Riproporlo come apertura del concerto ha avuto la forza di un simbolo, come se un filo invisibile unisse quel momento lontano all’oggi, creando una trama di memorie che si rinnovano in forma sempre diversa. Le note, pur conosciute, hanno assunto una risonanza nuova, e nella piazza si percepiva la sensazione di assistere non a una replica, ma a una rinascita.

Un palco chiamato casa
Accanto a lei, sul palco, vi era una sorta di famiglia elettiva, fatta di amicizie e di fedeltà artistiche. Duško Jeličić Dule, Francesco Squarcia e Sandro Bastiančić hanno portato le loro voci come compagni di viaggio di lunga data. Accanto a loro, Alida Delcaro, Ana Blečić Jelenović, David Danijel, Tamara Brusić e Mauro Staraj hanno arricchito il tessuto musicale della serata, mentre la danza dei giovani ballerini Nikol Car e Bartol Brusić ha aggiunto movimento e leggerezza. Il quartetto Čabba ha offerto un contributo di energia compatta, mentre le figlie Christina e Romina hanno regalato il segno più intimo, quello di una vita che continua e si prolunga nelle generazioni. A tutto questo si è aggiunta la presenza letteraria di Đurđa Grujičić, che con la lettura intensa della poesia “Dih” (Profumo) ha introdotto una sfumatura di lirismo che ha dilatato il respiro della serata. L’accompagnamento strumentale, affidato ad Aleksandar Valenčić, Zvonimir Radišić, Tonči Grabušić e Damjan Grbac, ha conferito solidità e raffinatezza all’esecuzione, sorreggendo con maestria ogni sfumatura interpretativa. Il repertorio, vasto e riconoscibile, ha attraversato alcune delle pagine più amate: “Tramonto fiuman”, “Naš Ča, dragi, lipi” (Il nostro Ča, caro, bello), “La Bora”, “Noć” (La notte), “Gravità”, “Kartulina” (Cartolina), “Pod ruku me ćapaj” (Prendimi a braccetto), “Tri nonice” (Le tre nonnine) e molte altre ancora. Le canzoni, eseguite nei dialetti ciacavo e fiumano, sono risuonate come voci di un’identità che non conosce confini temporali. E poiché Nevia vive in Svezia da molti anni, ha voluto inserire nel programma anche “Ulika na njivi” (L’ulivo nel campo) in lingua svedese. È stato un gesto che ha unito due mondi, rivelando come il canto possa racchiudere più patrie senza tradirne alcuna, come possa abbracciare i luoghi della vita e restituirli in una sola melodia.

L’applauso che resta
Tra battute affettuose, sorrisi autentici e abbracci che parlavano da soli, anche le emozioni più intime hanno trovato spazio. Nulla è sembrato costruito o scenico, era l’autenticità a guidare ogni momento. Il pubblico ha seguito ogni brano con attenzione e partecipazione, come si ascolta una storia che appartiene anche a chi la riceve. Lo spiazzo, illuminato da luci discrete e da sguardi compiaciuti, è diventato il teatro di una suggestione condivisa che non aveva bisogno di essere dichiarata. E poi, al termine, quando le ultime note si sono dissolte nell’aria, è salito un applauso lungo, profondo, senza la fretta di finire. Era un consenso che parlava di gratitudine, di radici mai recise, di un legame che continua a nutrirsi nonostante la distanza.

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