L’idioma rovignese tra «Cenere e braci»

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L’idioma rovignese tra «Cenere e braci»
Libero Benussi

Tra i premiati alla 54.esima edizione del Concorso d’Arte e Cultura “Istria Nobilissima” si è trovato pure il rovignese doc Libero Benussi, ingegnere di biochimica ed ex professore del liceo di Rovigno, che per il suo immenso apporto alla salvaguardia dell’idioma della sua terra natale ha conseguito il primo premio nella sezione Poesia in uno dei dialetti della Comunità Nazionale Italiana per la raccolta di liriche intitolata “Siènare e bronse” (Cenere e braci).

La giuria ha motivato la scelta riconoscendo nelle sue poesie uno “sguardo attento alle cose nelle quali si rivelano l’uomo, il suo destino e anche la sua pace” siccome “la silloge usa l’espressione dialettale per disvelare compiutamente il proprio mondo e la propria identità”. Per saperne di più sulla raccolta e sul peso che essa sostiene nel far perdurare l’idioma istrioto di Rovigno, abbiamo scambiato quattro “ciacole” con l’autore.

Quale significato ha per lei questo premio?

“Questo premio è una sorta di gratifica e, di certo, un’ennesima coronazione del mio impegno e del mio lavoro, che svolgo con amore ormai da anni nel campo della produzione nel dialetto istrioto di Rovigno. Il fine ultimo di questa mia attività è, infatti, preservare gli aspetti quanto più validi del retaggio linguistico, folcloristico e culturale, che sebbene possano apparire desueti e trasandati, continuano a persistere, com’è deducibile da questo tipo di concorsi, ben custoditi nel profondo di noi rovignesi”.

Cosa l’ha portata a dedicare parte del suo operato, se non tutto, alla produzione in istrioto?

”Premetto che il rovignese è la mia lingua madre e che di conseguenza penso e vivo nell’idioma della mia Rovigno. In quanto all’attività che svolgo, per molti anni mi sono servito di tutti gli interlocutori possibili, generalmente persone dell’età dei miei genitori, per poter concepire fino in fondo tutte le sfaccettature di questo particolare idioma; sono stati loro i maestri che mi hanno permesso di comprendere e amare il rovignese ed è anche a loro che va la mia gratitudine, in quanto l’apporto non indifferente che mi hanno offerto va considerato parte integrante di questo premio”.

Perché ha deciso di candidare al concorso proprio questa raccolta?

”La raccolta è costituita da una quindicina di liriche che trattano argomenti che mi stanno particolarmente a cuore e che ho voluto esternare con il fine ultimo di lasciare una traccia, un’orma, di questa grande passione che ho nutrito e continuo a nutrire nei confronti del dialetto rovignese. In questo modo ho cercato di affiancarmi e di tenere il passo con tutti coloro che hanno scritto prima, e certamente anche meglio, di me. Devo puntualizzare però, che esiste una differenza sostanziale che discosta la mia lirica dalle produzioni poetiche in rovignese di autori del calibro di Curto e di Zanini, in quanto le mie liriche sono pervase da un assiduo uso di aggettivi che dimostrano una ricchezza espressiva che l’istrioto condivide con l’italiano; sfaccettatura, questa, che permette di definire un concetto con un numero molto vasto di epiteti e che non credo sia stata messa in luce prima d’ora nei tanti componimenti in rovignese di cui disponiamo”.

In “Siènare e bronse” è raccolta la sua identità, come pure quella dei rovignesi. Partendo da questa asserzione, quali sono le caratteristiche che ritiene la rappresentino meglio in quanto autore in uno degli ultimi idiomi dell’Istria?

“Questa è un’ennesima raccolta in cui rievoco molti elementi a cui tengo particolarmente, a partire dai ricordi e dai sentimenti scaturiti dal mio passato, fino ad alcune prospettive rivolte alla nostra storia e al futuro del nostro patrimonio culturale, che ho cercato di porre su uno stesso piano quasi a costruire una critica nei confronti dell’alquanto complessa situazione attuale. D’altro canto, non mi sono lasciato prendere troppo dall’emotività, in quanto non ritengo sia uno di quegli autori ‘sentimentalissimi’ indirizzati unicamente verso le passioni amorose. Come sempre, mi sono prefisso di proporre il mio rovignese parallelamente quale sì, linguaggio delle emozioni, ma anche quale idioma che è insito fermamente in queste terre e che va tutelato e sostentato. In una delle mie liriche spiego, infatti, come, sebbene non essendo un profeta, non sento più discorrere nel nostro dialetto e spero, in conclusione, che qualche ‘piccolo usignolo’ si ricordi di tutti quei nidi che si sono spenti. È in questo usignolo che io pongo tutte le mie speranze e come avrete certamente inteso, esso non è altro che la personificazione delle nuove generazioni”.

Come descriverebbe la sua raccolta in rapporto alle produzioni in rovignese che l’hanno preceduta?

“Di sillogi in istrioto ne ho scritte parecchie e sebbene non tutte siano state premiate, in ognuna il contesto è rimasto sempre quello di cercare di usare delle sfumature, nel lessico e nei temi, per evitare di scrivere nuovamente ciò di cui gli altri avevano ormai già trattato. Sebbene alcuni argomenti possano a prima vista sembrare reiterati, leggendo le liriche nel loro complesso si ha comunque una visione organica della vita, della storia, come pure dell’estremamente nutrito linguaggio di Rovigno e dei suoi grandi autori, il cui rilievo e la cui produttività continuano ad ispirarci tutt’oggi”.

Questa non è la prima volta che partecipa (e vince) al Concorso. Quale esperienza ha tratto da quest’ennesima partecipazione?

“Sebbene il mio lavoro sia stato premiato più di venti volte al concorso, ribadisco che il mio intento non è stato mai scrivere per il premio in sé, quanto per dar testimonianza dell’idioma a cui tengo. A seguito dell’ennesimo riconoscimento, ciò che mi rallegra particolarmente è vedere che la commissione apprezzi effettivamente questi lavori, che oltre a rappresentare la nostra identità, hanno un’importanza senza pari nel testimoniare ciò che siamo stati e che continuiamo ad essere”.

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