«L’identità non è statica Fiume ha diversi volti»

Il prof. Irvin Lukežić è l’ideatore del convegno dedicato alla cultura borghese

Irvin Lukežić. Foto: Željko Jerneić

Le varie sfaccettature della cultura borghese di Fiume nel XIX secolo sono il tema del convegno che domani, venerdì (ore 9), si terrà nell’Aula consiliare del Municipio. L’evento, organizzato dal Dipartimento di Croatistica della Facoltà di Filosofia con il patrocinio della Città di Fiume, è concepito in modo da offrire un affresco intrigante ed esauriente della vita nell’epoca d’oro del capoluogo quarnerino e dovrebbe attirare l’attenzione dei cittadini interessati al passato della loro città. Il convegno si inserisce nei progetti “L’ambiente culturale croato di Fiume nel XIX secolo”, guidato dal prof. Irvin Lukežić, e “Liber Fluminensis – contributi per lo studio della lingua croata nelle opere delle stamperie di Fiume fino al XX secolo”, gestito dalla prof.ssa Sanja Zubčić. Ricordiamo che in quest’ambito si potranno seguire anche le lezioni della nostra giornalista Kristina Blecich sul dialetto fiumano, della prof.ssa Corinna Gerbaz-Giuliano del Dipartimento di Italianistica, che tratterà il tema “Fiume nella letteratura italiana della fine del XIX secolo”, e della prof.ssa Rina Brumini, che parlerà della Comunità ebraica a Fiume.
Uno studioso instancabile
L’ideatore del convegno è il prof. Irvin Lukežić, docente al Dipartimento di Croatistica dell’Università di Fiume, instancabile studioso del passato di Fiume e autore/redattore di decine di volumi in cui ha raccontato la sua città con passione e autentico desiderio di comprendere le condizioni storiche e gli influssi che l’hanno modellata. Il suo impegno gli è valso diversi premi, tra cui spicca il Premio della Città di Fiume nel 2006 per il suo particolare contributo allo studio della storia culturale della città. Il convegno nell’Aula consiliare è stato un’occasione ideale per approfondire un po’ di più il tema della cultura borghese a Fiume nel XIX secolo.
La borghesia di Fiume vive un periodo di notevole sviluppo nel XIX secolo, mentre il boom industriale in città ha inizio nel XVIII secolo.
“Ovviamente, questa classe sociale nasce nei secoli precedenti, ma noi ci siamo concentrati sul XIX secolo. Nel XVIII secolo, come ha giustamente notato, a Fiume vengono poste le basi dello sviluppo della cultura borghese. Infatti, il ‘700 fu il secolo del mercantilismo, di riforme statali avviate dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria con l’obiettivo di ammodernare il suo Impero. In questo contesto, Fiume e Trieste, due città portuali, ebbero un ruolo di spicco. Con la proclamazione di Fiume a Porto franco nel 1719 ebbe inizio un periodo di forte espansione della città che comprese la costruzione di importanti strade e la fondazione di fabbriche. Il XIX secolo fu un periodo d’oro per la borghesia e per la cultura borghese. Al termine borghese si lega uno spirito liberale che pervase tutta l’Europa dell’epoca e che portò a un forte sviluppo in tutti i campi. Senza la fiducia in sé e lo spirito di iniziativa, caratteristico della borghesia, non ci sarebbe stato l’enorme progresso verificatosi nel XIX secolo. Se tralasciamo i problemi politici legati a Fiume, si verificò uno sviluppo economico che favorì contemporaneamente anche quello culturale”.
Uno spirito nuovo
“Fiume iniziò ad attirare persone da tutta l’Europa, il che incise ovviamente anche sulla struttura della popolazione, che inizia a mescolarsi. Nacque uno spirito nuovo, caratteristico per tutta l’Europa dell’epoca, che a Fiume diede, però, vita a un modello particolare di convivenza. La città era propriamente multilingue, multietnica e multiculturale: oltre all’italiano e al croato, venivano parlati pure l’ungherese, il tedesco, il francese, che era la lingua internazionale del commercio e della diplomazia, lo sloveno, come pure i dialetti fiumano e ciacavo. Però, ciò che diede un’impronta allo sviluppo della borghesia in Europa fu la popolazione ebraica, che era molto variegata, in quanto era composta da ebrei ashkenaziti (provenienti dalla valle del Reno, nda) e dai sefarditi (giunti dalla penisola iberica, nda). Anche se conservavano e tramandavano la loro cultura e le loro tradizioni, gli ebrei effettivamente trasformarono Fiume in una città cosmopolita”.
In che modo contribuirono allo sviluppo della città?
“Questa componente della popolazione conferiva vivacità alla città, soprattutto nel campo del commercio e dell’imprenditoria. Insomma, lo straordinario miscuglio di popoli e di influssi portò alla creazione di un ambiente molto particolare.
Purtroppo, oggigiorno questo spirito cosmopolita non è più così pronunciato. Nonostante ciò, credo che si tratti di un fenomeno che finora non è stato studiato in profondità e che meriterebbe l’attenzione degli studiosi. Ritengo che non abbiamo ancora analizzato e studiato questo aspetto di Fiume in maniera approfondita, in quanto mancano i resoconti sulla storia delle singole famiglie, ricerche legate alle biografie di personaggi importanti nella storia di Fiume, studi legati all’economia e via dicendo”.
Mi sorprende questa sua affermazione, considerato che diversi studiosi hanno svolto ricerche legate a diversi aspetti della storia fiumana nel XIX secolo…
“Il punto è che lo sviluppo di Fiume non si è verificato per caso. Ad esempio, l’industria è giunta in questi territori anche grazie all’acqua che qui scorre e che si rivelò ideale per lo sviluppo di fabbriche, come la Cartiera e il Zuccherificio. Le condizioni erano dunque ideali per lo sviluppo, al quale ha contribuito pure la laboriosità e lo spirito d’iniziativa della popolazione residente. I fiumani erano anche molto inclini ad accogliere le novità. Nel XIX secolo, Fiume divenne una città importante e rilevante nel contesto europeo, dal momento che aveva dei forti legami con centri come Budapest e Vienna. All’epoca erano tutti collegati in una comunità politica, l’Impero austro-ungarico, ricca di diverse influenze. Da rilevare che Vienna era pure una città internazionale dove vivevano diverse etnie. Questa grande comunità di popoli che convivevano pacificamente è stata effettivamente una prefigurazione dell’Unione europea odierna, salvo l’ordinamento politico, ovviamente”.
Un tassello nella tradizione di Fiume
“Ritengo che il nostro compito sia riconoscere la nostra vera tradizione. Il Carnevale fiumano è, ad esempio, soltanto un piccolo tassello nella tradizione di Fiume, che troviamo in tutto il Mediterraneo. Sarebbe bene arricchire il fondo di tradizioni fiumane attingendo dal suo ricco passato. Fiume non fu mai una grande città né una metropoli, e non potrà mai esserlo, ma nel XIX secolo possedeva qualcosa che altri centri urbani non avevano: uno spirito vivace, aperto e tollerante. Queste sue caratteristiche scaturiscono proprio dalla sua multietnicità, che porta gli abitanti a comunicare, a comprendere e a capire il prossimo, a convivere, a non litigare. Credo che oggigiorno questo spirito di comprensione e convivenza manchi proprio, nella nostra società in generale”.
Quali sono i valori che caratterizzano la società borghese?
“In generale, la borghesia tiene in grande considerazione la proprietà privata e la libertà. Lo stesso vale anche per la classe borghese a Fiume. Questo è uno dei motivi che accende nei fiumani il desiderio di autonomia. Oggi questa tendenza viene osservata da un’ottica diversa, ma effettivamente si trattava di una lotta per il mercato libero e per lo sviluppo economico. I fiumani erano abituati a comunicare con i centri del potere, come Vienna, Budapest, Roma, Belgrado nell’ex Jugoslavia e oggidì con Zagabria. Ciò che di questi tempi manca è una visione di sviluppo. Non è possibile tornare indietro e rivivere il passato, ma credo che sarebbe utile e proficuo trarne degli insegnamenti. Fiume è stata sempre un motore di sviluppo, ma oggi purtroppo non si percepisce più questo suo carattere”.
Com’erano i fiumani?
“I fiumani (intesi come abitanti di Fiume, nda) del XIX secolo avevano uno spirito libero ed erano aperti al mondo, erano interessati alle novità che accadevano nei centri europei e le portavano a Fiume. La cosa più importante è, però, che i fiumani non coltivavano sentimenti di odio verso nessuno. Ritenevano che ognuno avesse il diritto di parlare la propria lingua e che fosse necessario rispettare ogni persona. Al contempo, esigevano dagli altri il medesimo rispetto. I fiumani erano molto legati alla loro città, ma non erano nazionalisti, anche se erano fieri delle loro origini e della loro appartenenza nazionale. L’italiano era la lingua della cultura, dell’educazione, del commercio, ma non era legata all’appartenenza nazionale. La mescolanza di etnie rappresentava un punto di forza della città e non era mai un ostacolo. Non lo è nemmeno oggi”.
Fiume: ricca o povera?
Tra i vari resoconti e testimonianze su Fiume scritte da contemporanei del XIX secolo e del primo Novecento, spiccano per la loro carica critica, anzi dispregiativa, i pensieri del poeta, scrittore e giornalista A. G. Matoš. Infatti, in uno dei suoi scritti, dopo un soggiorno a Fiume e nel suo circondario, egli scrive che durante la sua prima visita al Litorale croato si sentì come se fosse stato all’estero. Una citazione recita “Ci sono altre città del commercio nel mondo, ma da nessuna parte il denaro, il denaro e soltanto il denaro non pervade così brutalmente e assolutamente la superficie di ogni cosa: i volti, le anime e le vite, in nessun’altra parte il più puro, il più volgare e il più ripugnante egoismo non è esploso e non ha spiegato le ali in questa maniera”, mentre in un’altra Matoš descrive Fiume come la città più antipatica, il buco più antipatico del mondo, una fossa priva di alta cultura e un posto senza nazionalità. “Fiume, la nostra città più ricca, è invece la città croata più misera e povera”.
Come commenta le parole di Matoš?
“Matoš giunge a Fiume da un contesto diverso. Egli appartiene alla Croazia continentale, a Zagabria, e osserva la città da un aspetto nazionale croato non vedendo ciò che rendeva diversa e particolare la nostra città. Fiume faceva sempre, in un modo o nell’altro, parte del territorio croato, ma funzionava in un modo particolare. I fiumani non ostentavano mai la loro appartenenza nazionale, in questo caso croata, ma appoggiavano le attività di organizzazioni fondate da croati. Così, ad esempio, a Fiume c’era la Sala di lettura (Narodna čitaonica) che non ha mai interrotto la sua attività. I croati di Fiume non sbandieravano la loro appartenenza nazionale, ma appoggiavano le attività volte alla sua affermazione. Fiume era semplicemente diversa, mentre i suoi cittadini erano persone perbene, gentili, nobili a prescindere dal grado d’istruzione, raffinate, che apprezzavano il lavoro, avevano la gioia di vivere e adoravano il teatro. Il lavoro era importante, ma sapevano anche godere della vita”.
Una città che canta l’opera
Che cosa si può scoprire ancora del suo passato?
“In città si cantava molto, come testimonia nell’articolo intitolato ‘Nješto o kazalištu’ (Cenni sul teatro) Adolfo Veber Tkalčević, nel 1848. Egli scrive, infatti, che per strada si potevano sentire arie di opere italiane, in quanto gli abitanti di Fiume amavano molto andare a teatro. Se parliamo dello sviluppo della società moderna, allora a Fiume troviamo la prima forma di società moderna in Croazia. Oggidì questo tipo di società lo troviamo in Europa occidentale, che è un collettivo di diversità. Si può imparare molto dallo studio del passato di Fiume. Un altro aspetto molto pronunciato nel XIX secolo era la filantropia. In città c’erano diverse famiglie molto ricche che, però, investivano parte della loro ricchezza in opere di beneficienza. Uno dei più ricchi era lo sloveno Josip Gorup, ma nonostante la sua ricchezza era molto modesto. Queste persone si ritenevano responsabili dei cittadini meno fortunati e cercavano di migliorare le loro condizioni di vita”.
L’apertura verso il mondo e la diversità erano due tratti distintivi di Fiume nel XIX secolo. Oggi, soprattutto nell’ambito del progetto Fiume Capitale europea della Cultura, si insiste molto su questi due aspetti della città; mi chiedo, però, in quale misura questi descrivono veramente lo stato della società fiumana e in quale misura si tratti di qualcosa che crediamo di essere, ma che forse non siamo più?
“Credo che sia un bene che l’apertura e la diversità vengano enfatizzate nel progetto Fiume CEC. D’altro canto, tutti noi dovremmo riflettere sullo stato della nostra società. Fiume ha subito drastici cambiamenti nel corso del XX secolo e sta ancora cambiando. Ciò che oggi ci dà fastidio è il fatto che la città si trovi ormai da diverso tempo in uno stato di ristagno. Sì, dobbiamo apprezzare il nostro passato, ma non si può vivere di passato”.
Per molto tempo Fiume era considerata una città priva di identità.
“Fiume aveva un’identità diversa, multiforme, era una città industriale, la città dei lavoratori. L’identità non è una cosa tangibile, l’identità si percepisce o no. L’identità non è statica, essa cambia. Fiume nel XIX secolo aveva diverse identità: vi coesistevano il circolo culturale italiano, quello croato, ungherese e via dicendo. Fiume ha diversi volti”.

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