L’evoluzione della fama del «divino pittore»

L’esposizione, in visione fino al prossimo 6 giugno, è incentrata su 110 stampe ispirate alle opere di Raffaello e realizzate tra il XVII e il XIX secolo da incisori italiani ed europei

Roberta D’Adda, Miroslav Gašparović, Francesca Bazoli e Pierfrancesco Sacco

Le celebrazioni in occasione del cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio da Urbino (1483-1520), il genio rinascimentale, sono state ostacolate l’anno scorso dallo scoppio della pandemia da coronavirus. Le mostre allestite nella ricorrenza hanno dovuto chiudere dopo poche settimane e, nell’insieme, l’importante anniversario è trascorso in sordina. A Zagabria, il progetto Raffaello era stato pianificato già l’anno scorso dall’Istituto Italiano di Cultura, ma l’emergenza sanitaria e in seguito il forte terremoto che ha danneggiato il centro della capitale ha costretto i responsabili a rimandare il tutto al 2021. Il nuovo anno è iniziato con una ventata d’ottimismo e con la speranza che il 2021 sarà l’anno di un graduale ritorno alla normalità.

L’installazione interattiva

Evento di stampo internazionale
Un simbolo della ripresa di eventi di stampo internazionale è la mostra “Raffaello – alle origini del mito”, inaugurata al Museo dell’Arte e dell’Artigianato (MUO) di Zagabria, realizzata dall’IIC in collaborazione con la Fondazione Brescia Musei che, come noto, è incentrata su 110 stampe ispirate alle opere di Raffaello e realizzate tra il XVII e il XIX secolo da incisori italiani ed europei, che testimoniano l’evoluzione del mito del “divino pittore” nei secoli. La mostra comprende anche un grande plastico realizzato in base al progetto originale di Raffaello della facciata di Palazzo Branconio dell’Aquila a Roma, demolito nel 1660, un vaso di maiolica, un dipinto che riproduce la celeberrima “Scuola di Atene” del grande urbinate e un’installazione interattiva che permette di ammirare nei particolari la composizione dei dipinti di Raffaello.

“La deposizione Borghese”

Un lavoro di squadra
Come rilevato dal direttore del MUO, Miroslav Gašparović, il progetto Raffaello è stato portato a Zagabria grazie all’impegno dell’Ambasciatore d’Italia in Croazia, Pierfrancesco Sacco, il quale a sua volta ha sottolineato l’importanza della mostra sia per quello che c’è dietro, sia per quelli che sono i messaggi che vuole trasmettere e gli obiettivi che vuole raggiungere. “Dietro c’è innanzitutto l’amicizia tra Italia e Croazia espressa in un bellissimo lavoro di squadra tra l’Ambasciata, l’Istituto Italiano di Cultura, il MUO, la Fondazione Brescia Musei e il Centro Studi vitruviani di Fano – ha proseguito Sacco – in un collegamento ideale che abbiamo voluto fare con la straordinaria mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale dello scorso anno”, ha rilevato, aggiungendo che il messaggio della mostra è la resistenza e il rilancio dopo i durissimi mesi di restrizioni imposte dalla pandemia. “Il rilancio può avvenire anche grazie alla cultura, alla bellezza e all’arte”, ha concluso l’Ambasciatore. La presidente della Fondazione Brescia Musei, Francesca Bazoli, ha spiegato che la mostra presentata al MUO era stata allestita a Brescia l’anno scorso per onorare e partecipare ai festeggiamenti in occasione del cinquecentenario della morte di Raffaello. “Purtroppo, a Brescia è stata aperta al pubblico per soltanto un mese e mezzo a causa delle restrizioni del Covid. Per noi questa è anche un’occasione per riconoscere Brescia, che non è certamente una delle città più note in Italia per quanto riguarda gli aspetti artistici, ma che invece vanta un vastissimo patrimonio artistico, di grande interesse, che la rende degna di collocarsi tra le città italiane più importanti dal punto di vista artistico”, ha concluso Francesca Bazoli.

A sinistra la curatrice Roberta D’Adda durante la visita guidata

Il pittore più amato e ammirato
La curatrice e autrice della mostra, Roberta D’Adda, responsabile del settore collezioni e ricerca della Fondazione Brescia Musei, ha dichiarato che la mostra è pensata per illustrare il modo e i mezzi attraverso i quali Raffaello divenne il pittore più amato e ammirato in Europa per secoli. “Nei secoli passati, prima dell’invenzione della fotografia e della diffusione del turismo, queste stampe stavano nelle collezioni degli amatori d’arte, nelle accademie dove si istruivano i pittori e nelle botteghe degli artisti, e servivano per documentare l’opera del ‘divino pittore’ – ha spiegato la curatrice -. All’origine di questo fenomeno c’è la volontà di Raffaello, che non solo aveva costituito una bottega capace di soddisfare richieste vastissime e complessissime che andavano dall’architettura alla decorazione e alle opere da cavalletto, ma che aveva nella sua bottega degli incisori proprio per affidare a loro la riproduzione delle sue opere, affinché queste circolassero nel tempo e nello spazio rendendo eterna la sua memoria”, ha rilevato Roberta D’Adda, aggiungendo che dal punto di vista economico, la stampe valevano molto di più in passato che oggi. Infatti, l’opera che era considerata più preziosa tra quelle esposte nell’ambito dell’allestimento valeva circa nove volte di meno di un dipinto originale di Raffaello. Oggi, invece, la disparità è enorme. “Le opere originali di Raffaello valgono milioni di euro, mentre questi fogli si possono acquistare facilmente sul mercato. Alcuni, però, hanno un pregio particolare e sono quelli più antichi che provengono da collezioni importanti, per cui il loro valore va aldilà di quello materiale ed è legato alla loro storia”. Le stampe – ha proseguito la curatrice – sono molto delicate perché sono opere su carta e quindi la luce le danneggia. Per questo motivo devono essere esposte come norma novanta giorni ogni tre anni.

Stampe che riprendono le decorazioni nelle Logge vaticane

La seconda parte della cerimonia d’inaugurazione ha visto la partecipazione del vicesindaco di Zagabria, che ricopre la funzione di sindaco, Jelena Pavičić Vukičević, e, a nome del ministro della Cultura Nina Obuljen Koržinek, Anja Jelavić del Ministero della Cultura. All’evento ha preso parte anche l’on. Furio Radin, vicepresidente del Sabor e deputato della CNI.
Disegni come base delle incisioni
L’inaugurazione della mostra è stata seguita da una visita all’allestimento che ha visto in veste di Cicerone la curatrice Roberta D’Adda. L’esposizione si apre con una serie di incisioni realizzate da artisti incaricati dallo stesso Raffaello a svolgere questo compito. “Le stampe erano importantissime per Raffaello, tant’è che nel suo testamento lasciò delle indicazioni molto precise su quale dovesse essere la destinazione delle matrici originali di queste stampe e quale dovesse esserne l’uso economico – ha spiegato la curatrice -. Raffaello, infatti, realizzava dei disegni apposta per le stampe, quindi non erano opere d’arte secondarie, ma erano importanti tanto quanto i dipinti. Si tratta di composizioni molto complesse e molto ricche di riferimenti all’arte classica, con temi come ‘La strage degli innocenti’ e ‘Il giudizio di Paride’”. Grazie alle stampe, il linguaggio artistico di Raffaello si diffuse in tutta l’Italia e trovò la sua espressione anche nelle maioliche realizzate nella prima metà del Cinquecento. Dopo la sua morte – ha proseguito Roberta D’Adda – il patrimonio dei suoi disegni, delle matrici e delle stampe rimase nella sua bottega, ma il sacco di Roma nel 1527 determinò la dispersione degli artisti che erano raccolti intorno a Raffaello. Quindi, da Roma, l’idea di realizzare delle stampe dalle opere di Raffaello si diffuse insieme agli artisti fuggitivi in tutta l’Italia. Nel Seicento, i due centri principali che si dedicarono alla riproduzione delle opere del “divino pittore” furono i due grandi centri del classicismo europeo: Roma e Parigi.

Il presunto ritratto della Fornasina

Stampe sempre più complicate
“Le stampe diventano sempre più complicate, più grandi e di conseguenza sempre più costose non solo da acquistare, ma anche da realizzare – ha puntualizzato la curatrice -. Nel corso del tempo cambiano anche i soggetti di queste stampe e dai disegni pensati da Raffaello per l’incisione si passa alle sue opere pittoriche e ai grandi e celebri capolavori. Questo processo raggiunge il culmine nel Settecento, quando a Roma vengono prodotte le straordinarie incisioni che illustrano le logge del Vaticano nella loro interezza e che erano destinate al pubblico dei grandi viaggiatori europei che visitavano Roma e volevano portare a casa questi importanti souvenir”. La mostra si completa con un’installazione multimediale interattiva che è stata realizzata appositamente e che permette di entrare in queste opere d’arte per apprezzarne non solo la composizione, ma anche i dettagli esecutivi e tecnici più sottili. Il percorso espositivo si conclude nella grande sala dedicata all’Ottocento e in particolare alle opere raccolte da Paolo Tosio, collezionista bresciano, fondatore dei Musei di Brescia e grande amatore di Raffaello. La sua casa – ha spiegato la curatrice – è stata pensata come un grande museo, ma anche come un tempio del culto di Raffaello.

Il pannello che descrive in breve la vita del genio rinascimentale

Interesse per la figura storica di Raffaello
Per questa ragione, Tosio fece realizzare una copia pittorica dell’opera oggi più nota di Raffaello, “La scuola di Atene”. “Il suo amore per Raffaello lo portò ad acquistare il Cristo Redentore, qui riprodotto in una litografia, che è il capolavoro più importante della Pinacoteca di Brescia. All’amore per la pittura di Raffaello si unisce anche un grande interesse per la sua figura storica e per gli aspetti più privati e umani della sua vita. In particolare, c’era allora grande curiosità per l’amore di Raffaello per una donna, che sembra sia stata del popolo, chiamata Fornarina. Nella casa di Paolo Tosio, insieme alle riproduzioni dei più importanti capolavori pittorici del grande urbinate si potevano vedere anche quelli che allora erano creduti i ritratti di Raffaello e della Fornarina”, ha aggiunto la curatrice, la quale ha infine precisato che nel corso della sua vita Raffaello non fece incisioni. “Non è chiaro se non ne fosse capace o non avesse tempo di applicarsi, o, più probabilmente, se nella sua visione dell’artista come un intellettuale lui fosse interessato più all’invenzione che non alla realizzazione”, ha concluso Roberta D’Adda.
La mostra rimane in visione fino al 6 giugno 2021.

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