L’amicizia è una delle forme più profonde della fedeltà umana. Più resistente dell’amore alle trasformazioni del tempo, meno esposta alle retoriche della passione, essa custodisce spesso le mappe più intime dell’identità individuale e collettiva. In “Do Amiche (Le vie del cor)”, edito dalla Comunità degli Italiani di Fiume nel 2026 con il contributo della Città di Fiume e insignito del primo premio per la prosa in uno dei dialetti della CNI – Categoria Letteratura al Concorso d’arte e di cultura “Istria Nobilissima” 2022, Florinda Klevisser e Ivana Precetti Božičević fanno di questo legame il centro di una narrazione che è insieme racconto privato, esercizio della memoria e testimonianza culturale. Nel volume, corredato dalla prefazione di Rina Brumini, dalla postfazione di Melita Sciucca e dagli interventi artistici di Helena Labus Bačić e Maja Subotić, la vicenda di Anita e Milvia, compagne di scuola cresciute a Fiume, separate dalle vicende della vita e riavvicinate negli anni della maturità, si trasforma progressivamente in qualcosa di più di una storia d’amicizia. Diventa una riflessione sulla persistenza delle radici, sulla forza dei luoghi interiori e sul modo in cui una comunità continua a riconoscersi attraverso la lingua, il ricordo e gli affetti.
L’altra forma del ritorno
Il romanzo “curto” nasce da una telefonata e da un’attesa. Anita sale trafelata le scale del Calvario per non fare aspettare l’amica, perché “la sua Milvia no la gaveva pazienza de spetàr”. In questa annotazione apparentemente marginale si cela già l’intero universo affettivo delle protagoniste, dove la fretta della prima diventa il segno concreto di un legame che gli anni non hanno scalfito. La letteratura, spesso, nasce proprio da questi gesti minimi, da quelle attenzioni quotidiane che rivelano la profondità di un sentimento meglio di qualsiasi dichiarazione. Milvia vive da decenni a Pescara, dove ha costruito una famiglia e un’esistenza apparentemente compiuta, mentre Anita è rimasta a Fiume, custode di una quotidianità fortemente radicata nella città natale. Quando le due donne si ritrovano e progettano finalmente un ritorno, il destino interviene improvvisamente a spezzare quell’attesa. La morte inattesa di Milvia trasforma il viaggio mancato in un percorso diverso, più intimo e simbolico, nel quale il ricordo custodito, l’amicizia e il senso di appartenenza diventano i veri protagonisti del racconto. Non è casuale che sia proprio lei a formulare quella che può essere letta come la chiave interpretativa dell’intera opera, racchiusa nelle parole: “L’amicizia xe come le orchidee del Monte Magior, che cresse anca sui prati più aridi e le resiste a tuto”, immagine semplice e potentissima nella quale si condensa la sostanza stessa del romanzo. Le orchidee crescono dove non dovrebbero crescere. Così fanno i legami autentici. Così fa la memoria. Così fanno le comunità che la storia ha disperso senza riuscire a cancellarle. Vi è, in fondo, una verità filosofica che attraversa queste pagine e suggerisce che non siamo soltanto ciò che abbiamo vissuto, ma anche ciò che continuiamo a coltivare e a condividere con gli altri. Qui il passato conserva tutta la forza di una presenza.
Due donne e molte vite
La forza dello scritto risiede anzitutto nella costruzione delle sue figure umane, tratteggiate con una sensibilità che privilegia l’osservazione minuta e la verità emotiva a qualsiasi forma di idealizzazione. Anita e Milvia incarnano due modi diversi di vivere il rapporto con le proprie origini; la prima è la donna che è rimasta, professionista stimata, attiva nel sodalizio locale e profondamente inserita nel tessuto cittadino, espressione di una continuità mai interrotta, mentre l’altra ha costruito altrove il proprio matrimonio e la propria famiglia, senza mai recidere del tutto il legame con la città natale. Tra queste due condizioni si riflette una parte significativa della storia novecentesca di Fiume.
Senza mai scivolare nell’allegoria, il romanzo conserva le proprie protagoniste nella loro piena concretezza umana: una è generosa ma ostinata, l’altra affettuosa ma incline al silenzio. Si punzecchiano, si prendono in giro, si vogliono bene senza bisogno di dirlo. “Nervoseta la Milvia”, pensa Anita. Bastano tre parole per restituire un carattere.
Altrettanto significativa è la centralità della cucina nella costruzione di una delle due figure femminili. “Ogni volta se scominziava con un bel monologo dela Milvia che ghe contava per filo e per segno quel che la gaveva cusinado durante la setimana”. Le papriche impinide, la jota, i gnochi col gulash, le palacinche e le landize sono molto più che pietanze tradizionali e compongono un vero e proprio archivio sentimentale, un patrimonio di gesti, sapori e appartenenze che il tempo non riesce a dissolvere. Attraverso il cibo sopravvive ciò che la storia rischia di disperdere.
E poi c’è Corrado, forse il personaggio più sorprendente dell’opera. Il marito rimasto vedovo guida il lettore verso una Fiume sconosciuta e, insieme, verso il nucleo più segreto della moglie. Il suo è un pellegrinaggio laico alla ricerca di una persona che credeva di conoscere. È un uomo comune che soffre e continua a camminare.
“Driin – ti chama Milvia”
La stessa autenticità che caratterizza i personaggi si ritrova nella rappresentazione del quotidiano, elevato a materia narrativa. Le lunghe conversazioni dedicate alle ricette, ai ricordi scolastici, agli ex compagni di classe, alle passeggiate sul Corso o alle immancabili telefonate del martedì diventano così lo spazio in cui prende forma la sostanza stessa dei rapporti umani. “Viva la tecnologia!”, esclama Anita rispondendo alla videochiamata, in una battuta apparentemente lieve che suggerisce con naturalezza una delle intuizioni del romanzo. La modernità, infatti, non viene contrapposta nostalgicamente al passato, bensì accolta come uno strumento in grado di mantenere vivi i legami e di alimentare quell’eredità di affetti e appartenenze che percorre l’intera narrazione. WhatsApp, gli incontri virtuali e i telefoni cellulari contribuiscono a prolungare il lascito di ciò che è stato e a rinsaldare una comunità dispersa ma ancora in grado di riconoscersi.
Anche il motivo ricorrente della suoneria assume una funzione narrativa sorprendente. “Driiiin – ti chiama Milvia”. La frase ritorna più volte come un discreto ritornello che accompagna il procedere del racconto, scandendone il ritmo e conferendo familiarità alle giornate delle protagoniste. Quando quella voce viene meno, il silenzio acquista improvvisamente consistenza e diventa una realtà tangibile. In questo senso l’opera rivela una cifra riconducibile alla migliore narrativa europea dedicata al tema della perdita e della persistenza degli affetti, poiché comprende che la vita non è composta soltanto da eventi straordinari, ma soprattutto da consuetudini, ritorni, rituali e gesti destinati a ripetersi nel tempo. Sono proprio quelle realtà apparentemente insignificanti, spesso ignorate nella loro immediatezza, ad acquistare valore quando vengono a mancare.
Le autrici mostrano inoltre il coraggio di accogliere nella pagina anche le imperfezioni dell’esistenza, dai malintesi alle esitazioni, dalle telefonate interrotte alle paure irrazionali, dalle ostinazioni alle piccole goffaggini della vecchiaia. Sono questi dettagli, lontani da ogni compiacimento idealizzante, a conferire autenticità alla narrazione.
L’attesa e l’assenza
Dal punto di vista della costruzione narrativa, “Do Amiche” è innanzitutto un romanzo dell’attesa. Fin dalle prime pagine tutto converge verso un momento preciso, il ritorno di Milvia nella sua città. “Vegniremo per San Vito”, una promessa apparentemente semplice e ordinaria che finisce tuttavia per trasformarsi in un motivo simbolico centrale del racconto. L’aspirazione a quel rientro si dilata pagina dopo pagina; il viaggio viene preparato, immaginato e desiderato, ma continua a sottrarsi alla sua realizzazione. “No posso tornàr a Fiume”, confessa a un certo punto, e proprio in queste parole si concentra uno dei nuclei psicologici più intensi dell’opera. Talvolta i luoghi che amiamo maggiormente sono gli stessi che temiamo di ritrovare cambiati, perché la nostalgia non è mai del tutto innocente e chi torna rischia di scoprire che la meta cercata non esiste più oppure che continua a vivere soltanto dentro di sé. Quando infine il ritorno si compie, esso prende forma attraverso l’assenza. La morte di Milvia modifica profondamente la prospettiva narrativa e conferisce all’opera una tonalità elegiaca che non scivola mai nel patetico. Il romanzo approda così a una riflessione sul tempo e sulla condizione umana; siamo portati a immaginare la vita come una successione di presenze, eppure una parte significativa della nostra esistenza si costruisce attorno alle assenze con cui impariamo a convivere.
Il suono delle radici
Il dialetto fiumano rappresenta il nucleo vitale del romanzo e ne anima ogni pagina. “Alo Anita, movite!”, “Majko mila”, “Moniga”, “In malòrsiga”, “Ti ghe la pol far”, insieme a molte altre espressioni, racchiudono un intero universo culturale. La parlata che affiora da queste pagine possiede una straordinaria musicalità e, attraverso parole che scorrono con naturalezza, evoca ritmi, gesti e modi di stare al mondo. Come ricordano le stesse autrici, il dialetto è “pien de sfumature” e continua a evolversi. Un aspetto essenziale, poiché viene trattato come una realtà viva e in continuo movimento, ed è proprio questa vitalità a conferire al romanzo una particolare rilevanza. In “Do Amiche” prende voce un patrimonio linguistico di frontiera nel quale convivono memorie veneziane, italiane, slave, adriatiche e mitteleuropee, custodendo la storia stessa della città e rappresentando una peculiare interpretazione del mondo. Perdere una lingua significa perdere una prospettiva sull’esistenza, motivo per cui il valore dell’opera oltrepassa la dimensione narrativa e contribuisce a salvaguardare un retaggio culturale.
El nostro mar
Al termine della lettura appare evidente come la vera protagonista del romanzo sia Fiume, la città vissuta e abitata dalle persone, dagli affetti e dai ricordi, ben lontana da quella delle ideologie o delle contrapposizioni storiografiche. “El nostro Quarnero, el tramonto sul Monte Magior… el nostro mar”, parole che da sole bastano a evocare una dimensione emotiva e identitaria. Anita sale il Calvario, la memoria si sofferma su Cosala, il cimitero diventa uno spazio di riconciliazione, mentre il Quarnero continua ad aprirsi come un orizzonte insieme visivo e simbolico. Luoghi e sentimenti finiscono così per sovrapporsi, fino a comporre un orizzonte interiore nel quale l’esperienza individuale si fonde costantemente con quella collettiva.
Florinda Klevisser e Ivana Precetti Božičević sanno cogliere anche le rughe del capoluogo quarnerino, le sue malinconie, le sue ferite e le trasformazioni che il tempo ha impresso sul suo volto, scegliendo di offrirne un ritratto autentico, fatto di luci e di ombre, di permanenze e di cambiamenti. L’amore che attraversa queste pagine accoglie le sue crepe come parte essenziale di ciò che viene amato. La Fiume raccontata in “Do Amiche” è una realtà modellata dagli affetti e tramandata dalla lingua, che continua a vivere tanto nelle parole di chi è rimasto quanto nella nostalgia di chi è partito.
Giunti alle battute finali del romanzo, Anita, Milvia e Corrado sembrano quasi arretrare pur restando figure indimenticabili, perché attraverso le loro vicende prendono voce una comunità, una parlata e una realtà cittadina. Forse è proprio questo il risultato più alto raggiunto dalle due autrici, che trasformano una storia privata in una narrazione corale senza smarrire il calore dell’esperienza umana e ricordano che la letteratura può ancora essere il luogo in cui una comunità riconosce se stessa.
“Driiiin – ti chiama Milvia”. E per un dolcissimo istante, quella voce sembra vicinissima.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.







































