Giovedì scorso, sulla Scena estiva di Abbazia, una tempesta si è abbattuta con forza, precisione e bellezza. Non era fatta di vento o pioggia, ma di suono, memoria e luce. È accaduto qualcosa che ha superato i confini dell’intrattenimento e ha travolto il pubblico con l’intensità di un evento spirituale, emotivo e artistico. Un impatto che ha scosso, emozionato, interrogato. Zvjezdan Ružić, pianista e compositore tra i più profondi e innovativi della scena musicale croata ed europea, è tornato nel luogo in cui da bambino aveva sognato il suo primo vero palco. E lo ha fatto con un concerto che non è stato solo un ritorno, ma una dichiarazione d’essenza. Dopo anni di silenzio creativo, di scavo interiore e di un lungo pellegrinaggio spirituale che da Mattuglie lo ha condotto fino a Londra, Ružić ha portato in scena “A Storm in a teacup” (Una tempesta in una tazza di tè), album che è al tempo stesso spartito e diario, sinfonia e soliloquio. La sua opera più nuda e, proprio per questo, la più coraggiosa. Un gesto d’arte potente, sostenuto da un ensemble eccezionale di sette musicisti che hanno condiviso e amplificato ogni frammento emotivo della serata.
Partiture di un’anima esposta
Tre ore di musica senza presentatore né voce narrante. Le parole di Ružić scorrevano sullo schermo, scritte. Mai pronunciate, ma lasciate leggere, come pagine di diario consegnate con pudore e fiducia. Il pubblico le leggeva in silenzio, per poi ascoltare ciò che le stesse avevano generato: suono, tensione, memoria. Ogni brano nasceva da una fessura emotiva: “44 Russell Road”, “Cyclone of dread” (Ciclone d’angoscia), “Echoes from the other side” (Echi dall’altro lato), “My first heart storm” (La mia prima tempesta del cuore), finestre su una vita interiore attraversata da domande, risvegli, implosioni. Ogni nota portava dentro la traccia di un’urgenza vera, di un’esperienza vissuta. Il poliedrico artista ha guidato l’intera serata dal suo pianoforte Yamaha CFX, arrivato appositamente da Vienna per l’occasione. Ogni musica è stata suonata come se fosse l’ultima, o la prima, con un’energia che non cercava l’effetto, ma la verità.
Tempesta interiore
Accanto a lui, hanno suonato Anita Primorac, Saša Miljanović, Ivo Heder e Borko Rupena alle percussioni orchestrali, i quali hanno magistralmente reso la materia sonora un paesaggio in continuo mutamento. Ogni colpo, ogni risonanza di timpani, tubular bells, gong e vibrafono ha dato corpo alla tempesta interiore evocata nei brani. La splendida e virtuosa Teja Udovič Kovačič, alla fisarmonica, ha avuto un ruolo centrale e simbolico. Non solo per l’importanza dello strumento, il primo studiato da Ružić, abbandonato per anni e poi riapparso come chiamata profonda, ma anche per la forza emotiva del suo intervento. La giovane musicista, al termine della serata, ha dichiarato: “È stato il mio primo concerto su questa scena, e suonare con questi musicisti è stato come entrare in una verità più grande. Sono felice che Zvjezdan abbia dato spazio alla fisarmonica, che ancora oggi porta con sé pregiudizi. Questa musica era piena di energia, profondità, emozione autentica”.
Tea Kulaš ha suonato l’organo con una delicatezza e potenza che ha trasformato l’aria in preghiera. Maasej Kovačević, ai mellotroni, ha generato texture dense come nebbia emotiva. Insieme, questi strumenti hanno costruito una vera scenografia acustica, tridimensionale, come se il concerto stesso si muovesse attraverso spazi interiori sempre più profondi.
La regia delle emozioni
Il concerto ha avuto un impianto fortemente cinematografico. Le 33 tracce che compongono l’album sono state presentate come frammenti di una narrazione spirituale. Il pubblico, leggendo le parole sullo schermo prima di ogni brano, ha potuto entrare nella genesi di ogni composizione, piccole epifanie autobiografiche in cui l’esperienza visiva ha affinato quella musicale. Ogni immagine si accordava alla musica, echeggiandola, e le luci, piuttosto che illuminare, accompagnavano le emozioni. Una regia silenziosa che scolpiva ogni respiro sonoro, trasformando la scena aperta in un santuario visivo. Così, in “Remind me who I am”, si intravedeva la richiesta più urgente, in “Teacup void”, il senso di smarrimento diventava quasi tangibile, in “Dancing through the tempest”, la resistenza si faceva danza. L’intera costruzione del concerto ha evitato ogni enfasi retorica. Non c’era spettacolo. Solo verità. Come ha detto Ružić stesso, “questa musica è nata nella quiete, nutrita dalla fede, portata dal vento della mia tempesta. Oggi l’ho suonata per la prima volta davanti a qualcuno. E non so bene come mi sento. Non c’è esaltazione. C’è pace”.
Nel grembo della brace
Nel cuore di questo concerto si muoveva un’energia che era anche mistica. Senza proclamazioni, senza dogmi, ogni nota lasciava trasparire una tensione verso il divino, una fede cresciuta per attrito. Come se Dio, nelle mani di Ružić, fosse un compagno silenzioso di tempesta. Lo stesso artista ha descritto “A storm in a “teacup” come un’opera nata da una lunga battaglia interiore. Anni di silenzio, di distanza, di prove invisibili. E poi, quasi impercettibilmente, un ritorno. Ma non al mondo esterno. A un se stesso che non teme più l’imperfezione, il dubbio, il dolore. Ogni brano, suonato con la sincerità radicale di chi non deve più dimostrare nulla, ha mostrato che esiste una bellezza che non consola, ma accompagna. Il culmine della serata è giunto, com’era naturale, con l’esecuzione dell’omonimo pezzo. Una chiusura che lasciava sospeso, una resa che era consapevolezza. Come guardare indietro, finalmente, e capire che quella tempesta che sembrava la fine di tutto era solo il passaggio necessario per potersi dire: “Ci sono ancora. E va bene così”. E poi, il bis. Ancora “Keep moving” (presentato all’inizio). Ma stavolta, con il pubblico che batteva le mani, trasformando la musica in un gesto collettivo, un applauso interiore, un’ovazione che ringraziava una persona per essersi messa a nudo.
La quiete dopo l’essenza
Sul palco di Abbazia il sensibile musicista ha portato in scena un concerto che ha saputo oltrepassare ogni filtro. Zvjezdan Ružić ha suonato se stesso mettendo in campo le sue cadute, le sue rinascite, i suoi silenzi, e li ha fatti suonare con strumenti reali, vivi, suonati da mani umane. È stato un incontro che non si è spento con le luci del palco, facendo percepire che dentro ogni tempesta, per quanto spaventosa, esiste una possibilità di senso. Non serve che tutto vada bene. Serve che tutto abbia un significato. E dalle e nelle tempeste di Zvjezdan, mentre il cielo non diceva nulla e la musica diceva tutto, quel significato è apparso.
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