L’altra sera, nel Salone delle Feste di Palazzo Modello, si è tenuta la presentazione del volume “Le streghe e i benandanti di confine. Una comparazione tra le streghe, gli sciamani friulani e i loro omologhi sloveni e croati” (Editrice Selvaggia). Con la moderazione di Rina Brumini, Nataša Cvijanović ha condotto il pubblico dentro un insieme di testimonianze, simboli e credenze che si estende dal Friuli all’area slava, un universo spesso relegato ai margini, ma ricco di risonanze culturali. L’autrice goriziana ha spiegato come la sua ricerca affondi le radici nella propria biografia. Cresciuta tra Italia e area balcanica, educata ai racconti della nonna bosniaca, non ha conosciuto la fiaba edulcorata dell’infanzia, bensì narrazioni severe, popolate da streghe, vampiri e demoni, che sono diventate un viatico intellettuale. Nel gruppo archeologico goriziano ha iniziato a occuparsi dei culti precristiani del Friuli, raccogliendo materiali che hanno poi orientato gli studi universitari e la tesi triennale intitolata “Una comparazione tra i benandanti e le streghe del Friuli e i loro omologhi sloveni e croati”.
Benandanti, kresniki e rituali
Tra i primi nuclei tematici emersi durante l’incontro vi è la figura del benandante, un individuo che veniva al mondo avvolto nella membrana embrionale e riconosciuto fin dalla nascita come dotato di prerogative particolari. La levatrice conservava un frammento della stessa, utile per proteggere il neonato e identificarne l’inclinazione a muoversi in spirito durante equinozi e solstizi. Secondo tali credenze, finocchio e sorgo diventavano strumenti di battaglia nelle radure invisibili dove benandanti e streghe si contendevano il destino dei raccolti. Se prevaleva il primo, la comunità godeva di salute e abbondanza; in caso contrario, sopraggiungevano malattie e sterilità. La studiosa ha illustrato anche le tradizioni slave, dove i benandanti assumono il nome di kresniki e la sacca amniotica chiara è segno favorevole, mentre quella scura indica una natura stregonica. Ha descritto rituali come lo “spiedamento”, attraverso il quale alcune levatrici friulane cercavano di neutralizzare tali virtù occulte, contrapponendoli ai metodi croati, nei quali si proclamava pubblicamente la nascita di un kresnik.
Riti e accuse
L’incontro ha toccato la storia dell’Inquisizione friulana, attiva tra XVI e XVIII secolo e responsabile di un corpus documentario di particolare interesse. La scrittrice ha chiarito come i casi di stregoneria costituissero solo una parte delle oltre quattromila denunce registrate ad Aquileia e Concordia, segnate da misoginia e da un approccio inquisitorio che spesso travisava pratiche magiche diffuse. In parallelo, nei territori sloveni e croati, regolati da tribunali secolari, i processi seguivano dinamiche differenti e potevano anche concludersi con esiti assolutori.
La presentazione ha dato anche spazio a episodi più cupi, come il rogo di Antonia e Lucia nel 1647 a Cormòns, vittime non solo delle accuse ma anche della rimozione successiva, e alla figura inattesa di una “strega contessa”, coinvolta in un tentato omicidio tramite un feticcio composto da cera, capelli, vestiti e una costola di cadavere. La studiosa ha illustrato questi casi come esempi della complessità del repertorio magico europeo e balcanico. Ha suscitato particolare interesse il tema delle zopronizze slovene e delle more croate, donne che, secondo le testimonianze, agivano di notte, talvolta per nuocere, talvolta per proteggere il villaggio una volta riconosciute nella loro natura.
Pratiche che permangono tuttora
Alcune pratiche permangono tuttora, come le colature di cera per verificare malocchi o gli uroci, incantesimi dissolti tramite formule che contano all’indietro fino ad annullare simbolicamente la negatività. Cvijanović ha raccontato anche due vicende legate alle neuroscienze contemporanee. Un docente dell’Università di Udine, proveniente da una famiglia di sciamane, ha studiato le esperienze di uscita dal corpo collegandole a specifiche aree cerebrali. Un fisico teorico triestino, invece, ha dichiarato pubblicamente di essere venuto alla luce con quella stessa membrana, affermando di aver vissuto un’esperienza di volo in spirito verso il nonno morente. Questi episodi dimostrano che la scienza, pur con strumenti differenti, continua a interrogare fenomeni liminali. La serata si è chiusa con un dialogo con il pubblico, tra curiosità, riflessioni e sollecitazioni di approfondimento.
Le copie del volume, alcune donate alla biblioteca della Comunità, hanno accompagnato il congedo da un incontro che ha restituito voce a un patrimonio antico, riportandolo nel presente attraverso il rigore della ricerca e la vitalità della tradizione orale.

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