Alla Galleria Artsada di Volosca è in corso “Silente”, personale dell’artista zagabrese Paulina Jazvić, accompagnata dalla curatela di Matea Bakotić. La mostra apre la stagione autunnale dello spazio con un progetto compatto, che accosta pittura, parola e installazione in un ciclo di opere recenti, pensate per restituire una visione lucida, essenziale, a tratti ironica. Jazvić, presente da anni sulla scena contemporanea con una ricerca trasversale che include moda, tessile e pratiche concettuali, sceglie qui un linguaggio ridotto all’osso, senza perdere incisività.
L’esposizione arriva subito dopo “Incontro al Mandracchio”, evento inaugurale legato al concorso internazionale di pittura “Mandracchio 2025”, che ha visto protagonisti Vedran Ružić e Želimir Hladnik, vincitori della scorsa edizione. Bakotić racconta come il calendario della galleria proseguirà con nuovi appuntamenti entro fine anno, tra cui la mostra personale di Joško Eterović prevista per novembre, un albo illustrato per bambini dedicato al comportamento nei musei e il tradizionale mercatino natalizio. Una programmazione che conferma l’identità di Artsada, fondata due anni fa e ormai riconoscibile nel panorama locale per la capacità di coniugare attenzione artistica, accessibilità e apertura al territorio.
Il senso dentro una parola
Il titolo “Silente” proviene dall’opera che apre il percorso espositivo, dove il termine compare inciso sulla superficie pittorica, attraversata da una risoluta linea rossa. Una parola scelta per la sua forza diretta, ha spiegato la curatrice, perché sintetizza l’intero ciclo, che si propone quale riflessione visiva sul non detto, sul trattenuto, su ciò che rimane ai margini del linguaggio ma continua ad agire. L’artista lavora su una base cromatica neutra, prevalentemente beige, che introduce un’atmosfera di apparente quiete. Ma è una calma solo superficiale, subito incrinata dalla presenza di segni, figure stilizzate, frammenti testuali che disegnano un campo visivo teso e sfaccettato. Il contrasto tra la sobrietà del fondo e la presenza incisiva di parole e sagome genera un’oscillazione costante tra assenza e significato. L’occhio è invitato a fermarsi, a rallentare. Le opere richiedono tempo, attenzione, perché si lasciano attraversare senza offrire una lettura immediata. La leggerezza visiva non coincide con una leggerezza di contenuto. Al contrario, è proprio in questa essenzialità che si condensa la complessità del discorso visivo.
Presenze essenziali
Secondo Bakotić, in questo ciclo l’artista concentra l’attenzione sul linguaggio come campo problematico, indagandolo nei suoi limiti, nelle fratture che genera, nelle ambiguità che lo attraversano. La parola non compare mai come elemento ornamentale, è semmai un segnale di crisi, uno strumento che tradisce, che tende a spezzarsi. Le figure umane presenti sulle tele sono ridotte all’osso, delineate in sagome spoglie, prive di espressione e collocate in una dimensione di isolamento. Il vuoto che le circonda diventa parte attiva della composizione, suggerendo una distanza esistenziale, un’assenza di legami, una sospensione percettiva che riguarda anche chi osserva.
La gamma cromatica resta contenuta, giocata sul bianco-nero, fondi neutri, interruzioni rosse. I testi, brevi, essenziali, tratti dal lessico comune o da frammenti mediatici, appaiono come note marginali, affermazioni che interrogano il presente con tono diretto e talvolta sarcastico. Il tratto rosso che attraversa i quadri, ben marcato, funziona come un segnale continuo. Connette le opere, ne interrompe la linearità e introduce una tensione silenziosa che le rende tutt’altro che pacificate. Non c’è intento decorativo né distanza emotiva. Jazvić sceglie di entrare nel cuore delle contraddizioni, senza alleggerirle.
Nel chiarore, una tregua
Parlando della genesi di questo nuovo ciclo, Paulina racconta un’esigenza precisa: dopo un periodo dominato da colori intensi, sentiva il bisogno di tornare a una dimensione più raccolta, più nitida. Cercava luce, chiarezza, qualcosa che si avvicinasse a una forma di respiro, pur senza rinunciare alla componente di tensione che attraversa da sempre la sua ricerca. “Volevo quadri chiari, quasi rasserenanti – ha spiegato – ma senza perdere il filo rosso che da anni accompagna il mio lavoro. Il bianco e nero da soli diventano prevedibili”. Alle spalle c’è un percorso in cui si avvertono echi di riferimenti precisi, dalle figure femminili degli anni Venti, apprezzate per l’estetica e per la forza espressiva, alla produzione artistica degli anni Sessanta, quando le donne iniziano a emergere con maggiore visibilità nel panorama europeo.
Tuttavia, “Silente” rappresenta un momento di discontinuità. La scelta di lavorare su superfici più leggere, quasi trasparenti, nasce da un’urgenza interiore. In un contesto percepito come cupo, visivamente saturo, l’artista decide di sottrarre anziché aggiungere. Alcune delle parole che compaiono nei dipinti provengono da titoli di giornale o da contenuti letti online. Non c’è reinvenzione, né volontà di fiction. “È il loro sporco bucato, non il nostro”, osserva l’artista con tono diretto, chiarendo come la cronaca quotidiana entri nel suo lavoro non per essere commentata, ma per essere messa a nudo. Il gesto pittorico accoglie ciò che circola nel discorso pubblico e lo restituisce spogliato da ogni forma di spettacolarizzazione.
L’intimo come spazio politico
La serie “Dirty Laundry” introduce un elemento oggettuale che l’artista aveva già affrontato in lavori precedenti: la biancheria intima. Nella tela con le tre sagome di slip femminili, la forma è trattata con ironia, ma il riferimento non si esaurisce nel gioco visivo. Jazvić chiarisce che non si tratta di un tema privato, perché l’intento è metaforico. Ciò che viene considerato intimo non è necessariamente qualcosa da nascondere, e ciò che davvero scandalizza, secondo l’artista, non riguarda il corpo ma le dinamiche del contesto sociale. “Il nostro intimo è pulito, fine, persino sensuale. La vera sporcizia appartiene al mondo esterno”, afferma con fermezza. Il lavoro sulle forme quotidiane diventa così un’occasione per spostare il punto di vista. L’oggetto, nella sua semplicità, acquisisce una funzione critica. Non viene estetizzato né ridicolizzato, ma utilizzato come strumento per mettere in discussione stereotipi, automatismi, giudizi. La leggerezza apparente delle immagini non attenua il contenuto, semmai lo rende più accessibile, senza comprometterne la densità. Le dimensioni variano, ma ogni quadro mantiene una relazione precisa con gli altri, costruendo un insieme che alterna rigore e apertura.
Una resistenza silenziosa
Il lavoro di Paulina Jazvić si muove a partire da tecniche classiche, come olio e acrilico su tela, e si espande con naturalezza verso materiali e linguaggi eterogenei, accogliendo parole, oggetti quotidiani, tracce del presente. Il risultato è un insieme coeso, articolato senza ripetizioni, in cui ogni opera stabilisce un rapporto sottile con le altre. L’osservatore è invitato a percorrere queste connessioni senza essere guidato in modo rigido, cogliendo spostamenti, risonanze, frammenti che si aprono tra le immagini. Il filo conduttore resta evidente nella struttura complessiva e al tempo stesso consente una lettura personale, non vincolata. Per Matea Bakotić, la mostra assume la forma di un diario visivo che mette in relazione dimensione soggettiva e sguardo critico sul presente. Jazvić evita ogni forma di enfasi superflua e costruisce un linguaggio fondato su misura, controllo e precisione. La forza del suo lavoro emerge dalla capacità di scegliere con rigore e di attribuire significato a ogni elemento. La sua è una pittura che non espone tutto, che trattiene, e lascia affiorare ciò che conta attraverso ciò che resta ai margini. In questa discrezione si riconosce una forma di resistenza, coerente e ferma, capace di esprimersi senza bisogno di alzare il tono.

Foto: ŽELJKO JERNEIĆ
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