L’eco di un impero sepolto

Alla scoperta di Narona, la metropoli dalmata dimenticata

77
0
L’eco di un impero sepolto
I resti dell'Augusteum con le statue "decapitate"

Quando la Repubblica Romana iniziò a estendere la propria influenza oltre i confini della penisola italica, lo sguardo del Senato si volse verso la sponda orientale dell’Adriatico, inaugurando un lungo e logorante processo di sottomissione militare protrattosi per quasi tre secoli. Questa complessa transizione geopolitica si concluse definitivamente all’alba del I secolo dopo Cristo, trasformando la Dalmazia in una provincia imperiale stabilizzata e saldamente integrata nelle strutture di Roma. Fu proprio in questo contesto di ritrovata sicurezza stradale e amministrativa che la regione si preparò a vivere un profondo mutamento storico, diventando il territorio in cui si diffuse, attraverso le prime missioni apostoliche e le vie commerciali, una nuova fede: il Cristianesimo.
Se Salona – situata nei pressi dell’odierna Spalato e oggi ridotta a suggestivi resti archeologici – s’impose ben presto come la capitale politica della provincia e il fulcro amministrativo della futura Ecclesia dalmata, al sud, nei pressi dell’odierna Metković (Metcovich), sorgeva un’altra grande e sfolgorante realtà romana: Narona, la terza città più grande sulla sponda orientale dell’Adriatico.
Questa monumentale metropoli divenne lo scenario perfetto per un delicato equilibrio: un centro in cui i fastosi culti pagani ufficiali delle legioni, l’apparato monumentale dello Stato romano e le antiche tradizioni indigene coesistettero per generazioni, prima che l’avvento della nuova fede ridefinisse profondamente l’identità stessa del territorio e trasformasse la città in una sede vescovile. Questo splendido capitolo della Narona cristiana, tuttavia, non era destinato a durare: tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo, sotto l’impatto delle incursioni avaro-slave e del progressivo collasso dell’Impero, la gloriosa metropoli romana si avviò verso un definitivo abbandono, scomparendo per sempre dalle carte geografiche dell’antichità.
Oggi, i resti di Narona riposano sotto due metri di sedimenti fluviali, laddove le acque della Narenta rallentano la propria corsa. Eppure, per comprendere appieno l’ascesa e il declino di Narona – il cui glorioso passato trovò nell’avvento del Cristianesimo il suo ultimo e splendido capitolo – occorre tornare indietro nel tempo, fino alle radici stesse della sua fondazione.

L’emporio greco
Molto prima che i calzari delle legioni romane calpestassero le pietre della valle, il destino di Narona era già stato segnato dall’intuito commerciale ellenico. Nel corso del III. secolo a.C., navigatori greci decisero di risalire la corrente della Narenta per oltre venti chilometri, spingendosi in un entroterra fitto e apparentemente inospitale. Non cercavano terre da coltivare né avamposti militari da presidiare, bensì una materia prima botanica di inestimabile valore: l’Iris illyrica, ovvero il giaggiolo selvatico dalmata.
Gli autori classici hanno ampiamente documentato come i tuberi di questa specifica varietà possedessero proprietà aromatiche e curative, che la rendevano una delle piante più pregiate e ricercate dell’intero bacino mediterraneo. Per il mondo antico, l’essenza estratta dal giaggiolo rappresentava la base insostituibile per la distillazione di unguenti medicinali, oli essenziali sacri e, soprattutto, di profumi raffinatissimi, ambiti dalle corti e venduti a peso d’oro.
Attorno a questa tratta d’oro vegetale nacque l’emporio originario. Nella concezione urbanistica ed economica dell’antichità, tale insediamento si configurava come una zona di frontiera, uno spazio di mediazione protetto dove civiltà diverse potevano incontrarsi per ragioni di mutuo interesse. Tra i mercanti greci e le tribù illiriche dell’interno si stabilizzò così un canale di scambio straordinariamente lucroso. I Greci offrivano ciò che la manifattura ellenica produceva ai massimi livelli: armi di bronzo e ferro battuto – spade, punte di lancia e raffinati elmi –, ceramiche decorate, anfore destinate a contenere vino e olio, e delicati manufatti in vetro policromo. In cambio, gli Illiri garantivano l’afflusso sistematico dei preziosi tuberi d’iris, raccolti ed essiccati nelle valli retrostanti. Nasce così un primo nucleo urbano, un florido e strategico punto d’incontro in quel cruciale nodo fluviale che fungeva da fulcro per il mercato e lo scambio tra le due civiltà.

La geopolitica del sangue
Tuttavia, lo splendore di questo emporio di frontiera, fondato sulla diplomazia delle merci e sulla preziosa essenza del giaggiolo, era destinato a infrangersi contro i nuovi equilibri geopolitici dell’Adriatico. Nel corso del III secolo a.C., l’ascesa del potente e bellicoso Regno illirico degli Ardiei alterò radicalmente lo scenario. Sotto la guida di re Agrone e della regina Teuta, gli Ardiei estesero la propria egemonia e allestirono una temibile flotta di navi, i velocissimi lembi. Il loro avvento inaugurò una stagione di pirateria che prese a flagellare le rotte dei mercanti italici e a insidiare gravemente i ricchi traffici ellenici in questa parte del Mediterraneo.
La crisi precipitò quando le navi illiriche strinsero d’assedio la fiorente colonia greca di Issa (l’odierna Lissa/Hvar). Consapevoli di non poter arginare da soli l’avanzata dei corsari ardiei, i Greci insulari inviarono un’ambasceria a Roma per invocare l’aiuto della Repubblica. Il Senato romano, i cui commercianti subivano già ingenti perdite a causa delle incursioni, colse l’occasione per intervenire sul fronte balcanico. Con la liberazione di Issa nel 229 a.C. da parte delle legioni, ebbero ufficialmente inizio le Guerre Illiriche: una logorante stagione di conflitti che, tra fasi alterne, si sarebbe trascinata per ben 150 anni. Durante i conflitti contro gli Ardiei, i Romani notarono che la posizione di Narona era ideale per il forzamento e per le incursioni nel territorio centrale dei Delmati, attorno alle pianure di Duvno, Livno e Glamoč. I Delmati erano una forte comunità militare. Roma decise così di occupare l’insediamento e di stabilirvi, all’interno o nelle sue immediate vicinanze, un nevralgico accampamento militare fortificato. Da questo punto strategico, infatti, presero il via alcune importanti operazioni militari romane.
“La secolare resistenza illirica fu definitivamente piegata dopo la drammatica rivolta dalmato-pannonica del 6-9 d.C., il cui soffocamento inaugurò la definitiva pacificazione della regione. Attraverso questo lungo e sanguinoso processo, Narona si romanizzò completamente e le sue mura vennero progressivamente ampliate. Già nella transizione tra l’epoca cesariana e i primi anni del principato di Augusto, l’insediamento mutò per sempre il proprio status giuridico, venendo elevato al rango supremo di Colonia Iulia Narona. In questo periodo, la città accolse numerosi coloni provenienti dall’Italia, mentre nell’entroterra i veterani militari ricevevano in dono dall’impero appezzamenti di terreno da coltivare.
A giudicare dalle pietre miliari giunte fino a noi, Narona era ottimamente collegata a livello viario con Salona e con Epidaurum (l’odierna Ragusa Vecchia/Cavtat). La rete stradale collegava la colonia anche verso l’interno, poiché per i Romani erano di notevole importanza i bacini minerari situati nell’odierna Bosnia centrale. All’interno della città, l’integrazione culturale trovò il suo massimo simbolo nell’Augusteum, un tempio dedicato al primo imperatore romano Augusto, fondatore del culto imperiale. Nelle province, monumenti di questo tipo venivano eretti per dimostrare fedeltà e devozione al potere centrale. Eppure, proprio in quel momento di ritrovata stabilità, in cui nulla lasciava presagire un cambiamento, di lì a poco avrebbe iniziato a diffondersi dall’Oriente una nuova fede che avrebbe cambiato per sempre il destino non solo di Narona e della Dalmazia, ma dell’intero Impero Romano.

La moderna struttura che ospita il Museo archeologico Narona (AMN)

Una nuova fede
Mentre il giovane Impero Romano, mosso dall’ambizione di conquista, spiegava le sue ali d’aquila ed estendeva progressivamente i propri confini con la forza irresistibile delle legioni, una nuova fede – un messaggio rivoluzionario e travolgente – iniziava a germogliare nel centro pulsante dell’Oriente. Era un credo destinato a espandersi capillarmente lungo le medesime vie commerciali e militari create da Roma, conquistando i cuori delle persone con una speranza radicale, impensabile fino a quel momento: la promessa della vita eterna accessibile a tutti, che avrebbe per sempre trasformato il mondo antico.
Il primo, monumentale manifesto di questa inarrestabile espansione spirituale verso il bacino adriatico rimane impresso nelle parole di un uomo la cui opera di diffusione di questo annuncio è stata elevata a missione di vita: l’apostolo Paolo. Nella sua Lettera ai Romani, pilastro teologico della letteratura cristiana, l’Apostolo delle Genti rivendica con orgoglio l’epica ampiezza del suo ministero: “Non oserei infatti dire nulla se non di quello che Cristo ha operato per mezzo mio per condurre le genti all’obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la forza dello Spirito. Così da Gerusalemme e in tutte le direzioni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo.” (Rm 15,18-19). Con questa folgorante dichiarazione, Paolo annunciava che la nuova fede aveva ufficialmente raggiunto le sponde dell’Adriatico orientale, deponendo nei territori dell’antico Illirico – raggiungendo probabilmente le terre dell’odierna Albania – un seme che nessuna forza imperiale sarebbe più riuscita a estirpare.
Se il transito di Paolo lungo i confini meridionali dell’Illirico rappresentò la prima apertura di questo nuovo orizzonte spirituale, il contatto diretto con la Dalmazia si consolidò pochi anni più tardi, nella seconda metà degli anni Sessanta del I secolo d.C. L’Apostolo si trovava allora a Roma, giunto nella capitale dell’Impero dopo essersi appositamente appellato al giudizio del Cesare durante un processo in Giudea – un diritto legittimo che gli spettava in quanto cittadino romano. Questo suo soggiorno nell’Urbe si divise in due fasi ben distinte: un primo periodo di arresti domiciliari, relativamente blando, e una seconda e ben più dura prigionia, iniziata dopo la violenta ondata di persecuzioni dei cristiani scatenata dall’imperatore Nerone.
È nel contesto di tale drammatica carcerazione che si colloca l’epilogo dell’esperienza terrena dell’Apostolo. Rivolgendosi a Timoteo, suo fedelissimo discepolo considerato un figlio nella fede, egli attesta una missione di vitale importanza già in corso. La Seconda Lettera a Timoteo rappresenta infatti l’ultimo testo scritto da San Paolo, il suo vero e proprio testamento spirituale e affettuoso messaggio d’addio. Fu da quella oscura cella romana, mentre attendeva la condanna a morte in un clima di doloroso isolamento, che Paolo compose tali pagine. In un testo così drammatico, l’Apostolo traccia un ritratto toccante della sua solitudine, annotando che ormai solo Luca – l’uomo che avrebbe in seguito scritto il Vangelo e gli Atti degli Apostoli – era rimasto al suo fianco.
Eppure, di fronte all’abbandono e alla fine imminente, Paolo descrive il proprio destino con una metafora liturgica di straordinaria potenza visiva: ”Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione” (2Tim 4,6). Il richiamo a tale rito evoca una pratica ben nota nel mondo antico, sia greco-romano che ebraico, legata a un liquido prezioso, come il vino puro o l’olio, che veniva versato sull’altare come dono totale a Dio. Era un gesto definitivo: una volta versata, l’offerta sacra non poteva più essere sottratta da nessuno, ma veniva interamente assorbita dalla terra o consumata dal fuoco.
Con questa immagine, Paolo eleva il proprio martirio a una dimensione sacrale e trasfigura il senso della fine imminente: egli nega alla morte il valore di una condanna, ma la nobilita, riconoscendola come l’evento liturgico conclusivo della sua vita. In un’offerta tanto estrema si compie l’essenza stessa del martirio cristiano: il suo sangue non viene semplicemente versato dalla spada romana, ma si unisce al sacrificio di Cristo, diventando il supremo sigillo impresso non solo sulla sua missione, ma su tutta la sua esistenza.
All’interno di un così solenne compendio di una vita spesa per l’annuncio, Paolo rivela un dettaglio cruciale per la sponda adriatica, specificando che Tito, un altro dei suoi collaboratori più stretti, era già partito alla volta della Dalmazia. L’Apostolo riconosceva in quel territorio un terreno fertile per la diffusione del nuovo credo, affidando al discepolo il compito di seminarvi la Parola.
Nelle pagine del Nuovo Testamento, tale menzione rappresenta un documento inestimabile: la Dalmazia viene infatti citata esclusivamente in questo passo, considerato la testimonianza storica del primo contatto della regione con la nuova fede. Tuttavia, al di là di tale isolato riferimento, la scarsità delle fonti avvolge completamente il successivo lavoro missionario di Tito in terra dalmata, lasciando la sua opera nell’oscurità.
Precedentemente, egli era stato costituito da Paolo come primo vescovo dell’isola di Creta. Delle sue spoglie oggi si custodisce soltanto la reliquia del cranio, le cui traversie rispecchiano le complesse vicende del Mediterraneo. Nel 1669, con la caduta di Candia nelle mani degli Ottomani, i Veneziani, che governavano l’isola, trasferirono il teschio a Venezia per metterlo in salvo. La suddetta reliquia è stata infine restituita a Creta nel 1966, un anno dopo la storica dichiarazione di riconciliazione ed ecumenismo del 1965 tra Paolo VI e Atenagora, patriarca di Costantinopoli.

La località di Vido (Vid)

Il lungo silenzio
Dopo la metà del I secolo d.C., sulla provincia della Dalmazia calò un lungo periodo di relativo silenzio storiografico, durante il quale la nuova fede rimase in tutto l’Impero una realtà intimistica, circoscritta alla sfera privata e vissuta all’interno di ristrette cerchie. Sebbene nei primissimi tempi l’annuncio evangelico fosse stato proclamato apertamente, le nascenti comunità si trovarono ben presto a dover fare i conti con episodici fenomeni di ostilità locale e restrizioni mirate. Questa diffusa diffidenza costrinse i fedeli a rifugiarsi nella dimensione protetta delle domus ecclesiae: spazi domestici in cui i sacri misteri venivano celebrati al riparo dalle istituzioni. Per quasi due secoli, questa dottrina radicale venne così discretamente custodita e tramandata, affrontando un’andata di persecuzioni che fu inizialmente sporadica e frammentaria, prima di tramutarsi in un fenomeno sistematico. In questo modo, la nuova fede continuò a configurarsi come un’alternativa spirituale che parlava alle coscienze, in aperto e sommesso contrasto con i fasti esteriori della religione di Stato.
Il motivo principale di un simile accanimento risiedeva proprio nel radicale monoteismo della nuova fede. Per le autorità romane, il culto dell’imperatore e i sacrifici agli dei dello Stato non erano semplici atti religiosi, ma il massimo dovere civico per dimostrare la propria lealtà politica. Di conseguenza, il rifiuto dei cristiani di piegarsi a questi riti pagani, disconoscendo il pantheon tradizionale e la sacralità del Cesare, smise presto di essere percepito come una libera scelta di coscienza. Agli occhi dell’Impero, quella ferma opposizione divenne un intollerabile atto di ribellione e di alto tradimento. Con il passare del tempo, i fedeli iniziarono così a essere trattati alla stregua di veri e propri nemici dello Stato. Furono proprio quelle stesse parole del Credo, che ancora oggi i fedeli professano ogni domenica durante la santa messa e che i primi cristiani non vollero mai rinnegare, a spingerli inevitabilmente verso il martirio.
In questo lungo spazio di tempo, la vita pubblica e monumentale di Narona continuò a essere interamente dominata dai fasti della religione pagana ufficiale dello Stato e dalla celebrazione del potere imperiale, il cui simbolo supremo era rappresentato dall’Augusteum, un imponente tempio dinastico edificato nel core pulsante del foro cittadino e consacrato alla venerazione di Augusto e della dinastia Giulio-claudia. A Narona sono conservati i resti di questo tempio dedicato ad Augusto, che istituì il culto imperiale. Al suo interno, una ricca e straordinaria collezione di diciannove statue di marmo a grandezza naturale, raffiguranti i primi Cesari e i membri delle loro famiglie, celebrava visivamente la sacralità degli imperatori.
Questo assetto tradizionale, che per generazioni era apparso eterno e incrollabile, iniziò a incrinarsi e a mutare radicalmente a partire dalla metà del III secolo dopo Cristo, quando l’Impero Romano venne travolto da una profonda crisi istituzionale, economica e morale. Fu in questo momento di smarrimento collettivo che il messaggio cristiano uscì definitivamente dall’ambito privato e domestico per vivere una travolgente esplosione comunitaria; con la successiva svolta costantiniana e la definitiva cristianizzazione delle strutture imperiali, la Chiesa dalmata si strutturò capillarmente attorno ai grandi centri romani. Il definitivo trionfo della nuova fede riscrisse profondamente l’urbanistica e l’estetica degli insediamenti, ivi inclusa quella di Narona: i vecchi templi pagani vennero progressivamente abbandonati o sistematicamente smantellati cedendo il passo agli edifici di culto della nuova fede. Sorse la nuova realtà paleocristiana e il cristianesimo perseguitato conquistò lentamente l’intero Impero.
Per quanto riguarda la sponda orientale dell’Adriatico, se la splendida Salona si impose come la sede metropolitana del nord, la fiorente Narona si affermò come il polo ecclesiastico della Dalmazia meridionale, venendo solennemente elevata al rango di sede vescovile di notevole importanza, menzionata anche nei rilevanti documenti storiografici ed eclesiastici del VI secolo.

Il declino
Quando nel VI e VII secolo i barbari fecero irruzione nel territorio dell’Impero Romano, gli abitanti di Narona si trasferirono sulla penisola di Sabbioncello (Pelješac), probabilmente a Stagno (Ston), e la loro città fu nel tempo completamente dimenticata. Non si conosce l’evoluzione storica di Narona dal VII secolo in poi.
La formidabile transizione storica a Narona, rimasta per secoli sepolta sotto i sedimenti fluviali nell’area dell’odierna località di Vido (Vid), nei pressi di Metković, è stata svelata da memorabili stagioni di ricerca archeologica.

Le scoprte archeologiche
Il momento di massimo stupore si registrò durante la campagna del 1995 quando gli archeologi riportarono alla luce i resti dell’Augusteum. Sul pavimento del foro giaceva una straordinaria galleria di statue imperiali, abbattute e acefale. Le celebri sculture si sono conservate perché, tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, il tempio fu demolito e riconvertito.
Le indagini su questo fulcro monumentale hanno ricomposto i tasselli di un quadro urbano diviso tra due mondi speculari. Da una parte si stagliava la secolare memoria pagana dell’Augusteum, integrata nelle dimore private dei patrizi e nelle case dei veterani da are e altari votivi in pietra iscritta, un tempo consacrati ai larari domestici e al culto degli antenati. Dall’altra parte, a scardinare questo assetto, si affermò la nuova fede con ben tre basiliche cristiane e un battistero ben conservato – fatti che testimoniano l’importanza di Narona quale centro urbano cristiano e sede vescovile – scoperti negli anni precedenti.
Questo inestimabile patrimonio epigrafico e strutturale documenta il passaggio definitivo dalla devozione ufficiale dell’Impero alla trionfante spiritualità cristiana.
Oggi, la città di Narona rappresenta un mirabile e fulgido riflesso di un glorioso passato, in cui la monumentale grandezza romana si fonde indissolubilmente con la millenaria tradizione cristiana. Questo sito archeologico, unico nel suo genere, si erge a custode eterno di questi due mondi grazie al Museo Archeologico Narona (AMN), edificato direttamente in situ sopra i resti del tempio. Questa struttura non solo protegge i reperti nel luogo esatto del loro ritrovamento, ma documenta in modo tangibile un cruciale passaggio epocale che ha impresso un segno indelebile nella storia del territorio.

 

Un antico battistero paleocristiano
I resti dell’Augusteum con le statue “decapitate”

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display