Ogni volta che un classico torna sul palcoscenico, il teatro si confronta con il tempo. Boris Liješević, con “Le tre sorelle, io”, produzione del Dramma Croato del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, messa in scena sabato scorso, affronta questa tensione con un gesto di intelligenza poetica. Čechov viene riportato al respiro del presente, come materia viva che si rinnova nell’incontro con gli attori e con lo sguardo del pubblico. Il titolo, che unisce le tre sorelle all’io, annuncia la direzione della regia quale dialogo interiore e confessione collettiva. Il regista costruisce un percorso che attraversa la soglia tra l’autore e gli interpreti, tra la parola letteraria e la componente biografica. Il risultato è un’opera che esplora, che invita a guardare dentro, a riconoscersi nei silenzi e nelle attese. Le due ore e quarantacinque della pièce scorrono come una meditazione sul tempo, sulla sua immobilità e sulla fatica del desiderio.
Un progetto autoriale
Con il drammaturgo Dimitrije Kokanov, Liješević concepisce un progetto aperto, dove la scrittura nasce dall’ascolto reciproco e dall’esperienza concreta. In tale contesto, a firmare il testo compaiono infatti Anton Pavlovič Čechov, il regista e gli interpreti Olivera Baljak, Ana Marija Brđanović, Aleksandra Stojaković Olenjuk, Jelena Lopatić, Sabina Salamon, Nika Grbelja, Petar Baljak, Denis Brižić, Damir Orlić, Jasmin Mekić, Deni Sanković e Mario Jovev. L’ensemble lavora come un unico organismo di pensiero, dove ogni attore porta in scena frammenti della propria vita, lasciando che la realtà filtri nel testo cechoviano. L’autore belgradese sviluppa un teatro che cresce per stratificazioni, in cui la parola si trasforma in rivelazione e gli artisti si fanno attraversare dai personaggi, ne accolgono le emozioni, le memorie, i silenzi. Da questo dialogo profondo nasce la verità di una scena fragile, imprevista, autentica.
L’autore come specchio dell’animo
La struttura drammaturgica rimane fedele all’originale. Olga (Jelena Lopatić), Maša (Ana Marija Brđanović) e Irina (Nika Grbelja) Prozorov vivono in una cittadina di provincia insieme al fratello Andrej (Mario Jovev), prigioniere di un tempo che scorre senza mutamento.
La loro aspirazione a Mosca diventa il simbolo universale del desiderio di altrove, della speranza che si consuma nell’attesa.
Attorno a loro ruotano figure che amplificano la stasi e l’inquietudine: Veršinin (Deni Sanković), uomo pensoso e malinconico; Čebutikin (Damir Orlić), medico disilluso che osserva con tenerezza; Tuzenbach (Jasmin Mekić), custode di un’innocenza irrimediabilmente perduta; Solënyj (Petar Baljak), ironico e tragico insieme; Kulygin/Ferapònt (Denis Brižić), marito di Maša, insegnante onesto e ingenuo, fedele fino alla fragilità, figura di bontà disarmata che cerca di dare senso alla vita attraverso la dedizione e la misura; Natalija (Aleksandra Stojaković Olenjuk), energia concreta che abita la scena con realismo implacabile. Olivera Baljak, nel ruolo dell’ottantenne balia Anfisa che da oltre trent’anni vive in casa Prozorov, è straordinaria per delicatezza e verità: la sua presenza è un filo di continuità tra passato e presente, una memoria viva che protegge e consola.
Con pochi gesti e sguardi restituisce tutta la dignità di chi ha servito senza mai rinunciare alla propria umanità. Sabina Salamon suggerisce la figura della moglie di Veršinin, la racconta e la accompagna, le offre una presenza di sostegno e di umanità. Tutto si muove in un territorio di percezioni interiori, dove la vita non si mostra ma si lascia intuire nei dettagli minimi, nei gesti, nelle pause.
Il metodo Liješević
La regia prosegue la ricerca che Liješević aveva intrapreso in “Čekaonica” (La sala d’attesa), “Plodni dani” (Giorni fertili), “Očevi su gradovi” (I padri sono città), “Peti park” (Il quinto parco), approfondendone qui la dimensione filosofica. Gli attori aprono se stessi al testo, lasciano emergere memorie, paure, riflessioni. L’io del titolo diventa la chiave di accesso a una dimensione comune: un pronome che si dilata, che accoglie la pluralità dell’esperienza umana. Il teatro del pluripremiato autore si manifesta come spazio in cui la parola diventa gesto e il gesto pensiero, nonché ciò che accade sul palcoscenico appartiene tanto a chi interpreta quanto a chi osserva. Ogni istante rivela un frammento di verità, un passaggio di consapevolezza che unisce scena e platea in un unico respiro.
Le tre sorelle, qui e ora
Jelena Lopatić costruisce un’Olga di intensità trattenuta, attraversata da una lucidità malinconica che conserva un piccolo filo di speranza. Ana Marija Brđanović interpreta Maša come un’anima febbrile, piena di contraddizioni e di grazia ferita. Nika Grbelja restituisce a Irina la tenerezza inquieta della giovinezza, l’innocenza che resiste. Le tre sorelle incarnano tre forme dell’esistenza: la consapevolezza, la ribellione, l’attesa. Mario Jovev dà vita a un Andrej disarmato, prigioniero delle proprie fragilità; Aleksandra Stojaković Olenjuk dona a Natalija un’energia ruvida, concreta, inarrestabile; Deni Sanković e Jasmin Mekić rappresentano due tensioni maschili differenti, una riflessiva e l’altra impulsiva. Gli interpreti si muovono come su una linea sottile tra realtà e finzione, portando sul palco la propria verità più segreta.
Spazio e luce
La scenografia di Igor Vasiljev si presenta come un paesaggio mentale: ampia, disseminata di sedie di vari tipi e colori, con pochi accenni di porte e stanze sempre aperte, mai chiuse. È uno spazio dell’attesa e della memoria, dove ogni oggetto diventa traccia di un passato che non passa. Nella scena dell’incendio (terzo atto), gli abiti sparsi sul pavimento e sulle sedie si trasformano in immagine del caos interiore, dell’impossibilità di rimettere ordine nella vita. I costumi di Marina Sremac uniscono misura e accuratezza. Le pellerine, le giacche e gli stivali di Deni Sanković e Jasmin Mekić evocano una rigidità antica, in contrasto con il disordine emotivo che domina la scena. La luce di Dalibor Fugošić accompagna la narrazione con precisione poetica, modella i corpi, accarezza le superfici, suggerisce il passaggio tra realtà e sogno.
Eco del corpo, voce dell’anima
Il movimento curato da Dénes Döbrei introduce una dimensione fisica che dialoga con la parola. I corpi diventano pensiero, il gesto si fa linguaggio. Indimenticabile la danza di Jelena Lopatić, che trova riflesso negli alberi – abeti, aceri, betulle – incarnati dagli altri attori. Anche l’albero seccato, impersonato da Jasmin Mekić, si muove insieme agli altri, come se la vita non conoscesse confini. È un’immagine intensa, in cui la natura diventa simbolo dell’esistenza che continua, del tempo che, pur ferito, non smette di avanzare. La musica originale di Damir Urban, eseguita da Luka Toman alla chitarra acustica, attraversa la scena come un flusso di memoria. Si ascoltano anche “Ogledalo” (Specchio), composta da Mario Jovev, e “Can’t take my eyes off you” (Per ricominciare) di Robert Gaudio e Bob Crewe, scelta da Liješević per la sua dolce malinconia. Le melodie si intrecciano alla parola, la prolungano, la amplificano. La musica diventa pensiero sonoro, si muove dentro e fuori la scena, come un’eco dell’anima.
Un classico che resiste
Mettere in scena Čechov oggi significa restituirgli la vita, lasciarlo scorrere dentro la contemporaneità senza artifici. Le sorelle Prozorov parlano ancora di noi, della difficoltà di cambiare, del desiderio che si logora nell’attesa. Liješević costruisce un teatro che respira nel presente, un luogo dove il tempo smette di essere cronologia e diventa condizione esistenziale. Gli oggetti in disordine, le numerose sedie, le stanze sempre aperte restituiscono il senso di un mondo precario, dove nulla è stabile, nulla si compie davvero. Il colpo di pistola che riecheggia da lontano evoca la tragedia come segno di ciò che resta invisibile. L’ultima immagine, con le tre sorelle che si stringono l’una all’altra, è una dichiarazione di resistenza: vivere, anche quando non si conosce il perché. Con “Le tre sorelle, io”, l’impegnato regista riporta Čechov al nostro tempo e restituisce all’arte teatrale la funzione di interrogare la vita. Gli attori respirano insieme agli alberi, la scena si dissolve in un chiarore lieve. È Olga a pronunciare, con voce limpida e sommessa, le parole che sigillano la rappresentazione: “Ah, saperlo, ah, saperlo…”.
Il pubblico ha applaudito a lungo, come liberato da un peso, in segno di riconoscimento, come se, per un istante, ciascuno avesse visto riflessa la propria vita sul palcoscenico e, insieme agli attori, avesse respirato la stessa verità. In quella frase conclusiva, e in quel suono collettivo di mani che si sono incontrate, si racchiude il senso più profondo dello spettacolo: la fragile grandezza di continuare a cercare anche quando ogni risposta sembra impossibile.


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