Le piazze italiane [in]visibili nel lockdown

Da Trieste a Bari, da Torino a Catania passando per Ascoli Piceno. Sono soltanto alcune delle città al centro del progetto editoriale ideato da Marco Delogu, che da domani sarà in visione per un mese nell’Istituto italiano di cultura di Zagabria. Le immagini sono state scattate tra la fine di marzo e l’inizio di maggio di quest’anno. Il fotografo, curatore ed editore ci ha concesso un’intervista

Il fotografo, curatore ed editore, Marco Delogu

Quando si pensa alle città e ai mille borghi d’Italia, l’immagine che immediatamente ci viene in mente è quella della piazza, che è insieme la cornice e la tela su cui si disegnano palazzi, chiese, monumenti e la vita che si svolge intorno a essi.

Le piazze sono i luoghi per eccellenza che, sin dall’antichità, rappresentano il cuore pulsante di una civiltà, sono simbolo di un patrimonio storico, culturale e dell’identità collettiva dell’Italia. La piazza diventa sinonimo di patrimonio culturale, ma anche di luogo dell’incontro e della socialità, dello scambio commerciale e della dialettica delle idee.

 

Immagini scattate la scorsa primavera
Ventuno piazze italiane, 21 simboli delle città, fotografate durante la prima ondata del lockdown, in una strana atmosfera surreale. È questo il contenuto de “Le piazze [in]visibili”, una pubblicazione curata da Marco Delogu, fotografo italiano che propone un suggestivo viaggio nella bellezza delle piazze italiane, fotografate tra fine marzo e l’inizio di maggio di quest’anno, in un momento d’isolamento e “sospensione”, accompagnato da scritti di memoria, suggestioni e riflessioni.

Il volume descrive l’istantanea della bellezza, il ritratto di un’Italia, museo a cielo aperto che preserva in un silenzio irreale, la maestosità della cultura che custodisce. L’edizione in anteprima dell’ebook è stata realizzata per la Festa nazionale del 2 giugno ed è stata inviata dalla Farnesina a tutte le Ambasciate italiane nel mondo.

“Il mio lavoro ‘Le piazze [in]visibili’, rappresenta 21 piazze italiane viste e narrate da fotografi e scrittori che le vivono, o hanno vissuto per forte appartenenza a quei luoghi i giorni del Covid per rivedere e ripensare le località in modo diverso, ‘originario’ senza turismo o imbarazzanti sovrastrutture. La piazza come elemento centrale del paesaggio italiano, luogo di molti significati, con una riflessione di Joseph Rykwert a cui il libro di Italo Calvino deve molto – ha scritto Delogu sulla sua pagina Facebook –. Nei giorni di lockdown per fortuna passati in campagna, ho ideato e curato questo progetto. Inizia tutto con una foto del 2004 di Olivo Barbieri su piazza del Popolo, e poi solo foto e scritti realizzati in questi giorni”.
Hanno contribuito alla realizzazione dell’ebook importanti autrici e autori come Olivo Barbieri, Luca Campigotto, Michele Cera, Alessandro Dandini, Eva Frapiccini, Raffaela Mariniello, Edoardo Albinati, Liliana Cavani, Nicola Lagioia, Helena Janececk, Sandro Veronesi e molti altri ancora.

 

L’anima dei luoghi «svuotati»
Diversi per età, formazione e tecnica impiegata, gli autori hanno fotografato e descritto l’anima dei luoghi “svuotati” per la prima volta di ogni vita e di ogni attività, catturandone la bellezza e la maestosità nonostante la tragicità del momento. Dall’imprescindibile piazza del Popolo a Roma – fotografata da Olivo Barbieri e raccontata da Edoardo Albinati – all’iconica piazza San Marco di Venezia, vista attraverso l’obiettivo e le parole di Luca Campigotto e Francesco M. Cataluccio. E poi ancora la penna raffinata di Valerio Magrelli, lo scatto di Paolo Ventura e i testi di Salvatore Silvano Nigro e Sandro Veronesi – quest’ultimo vincitore dell’edizione 2020 del Premio Strega.

 

Il fondatore di «Fotografia»
Il fotografo, curatore ed editore Marco Delogu, classe 1960, vive e lavora tra Londra e la Maremma toscana. Ha diretto e fondato “Fotografia” – Festival internazionale di Roma in tutte le sue sedici edizioni dal 2002 al 2017. Ha inoltre curato tutti i 18 progetti della Commissione Roma da lui ideata nel 2003. Nel 2006 ha fondato la casa editrice Punctum. Da luglio 2015 a luglio 2019 è stato direttore dell’Istituto italiano di cultura di Londra. I suoi libri monografici sono stati pubblicati dalle principali case editrici italiane quali Einaudi e Bruno Mondadori.

Le città coinvolte nel progetto

Abbiamo chiesto al curatore della mostra Marco Delogu di illustrarci il progetto e la mostra che da domani fino all’8 gennaio 2021 sarà allestita negli spazi dell’Istituto italiano di cultura di Zagabria.

Da dove ha tratto ispirazione per il progetto e per la sua denominazione?
“L’ispirazione l’ho tratta dalla forza della storia delle piazze italiane e dal fatto che per la prima volta si vedevano vuote, molto simili a quando furono state realizzate. L’ispirazione per questo lavoro nasce da qui, dal lavoro di Joseph Rykwert e quello di Calvino, dal desiderio di scoprire la ‘mia’ Roma in altre città, nelle immagini e nelle parole dei tanti autori che hanno preso parte a questo progetto. Ho deciso quindi di unire fotografi e scrittori in questo progetto, ognuno con la forza espressiva del proprio mezzo, per raccontare su binari paralleli una piazza che per loro rappresentasse una piccola ‘motherland’. In questo progetto si è cercato di ribaltare una situazione difficile, di saperne trarre un vantaggio, o meglio un’occasione. ‘Le piazze [in]visibili’ diventano una mappatura, sia geografica che di autori. Si conferma come la cultura e la bellezza dell’Italia siano grandi, oltre che nelle monumentali opere artistiche e architettoniche, anche nella diffusione della scrittura e della fotografia e nel suo ampio e promettente ricambio generazionale. Il coinvolgimento dei quaranta autori e il dialogo generato tra loro, sono stati la parte entusiasmante di questo lavoro, che credo fortemente abbia ampi margini d’espansione lungo tutta l’Italia e oltreconfine per raggiungere così l’obiettivo per nulla irrealistico di restituire la fotografia di cento piazze”.

Qual è il rapporto tra le “Città invisibili” di Italo Calvino e le sue piazze (in)visibili?
“È il rapporto che esiste tra il libro ‘L’idea di città’ di Rykwert e il successivo libro di Calvino. Deltesto che prende Calvino e lo declina in mille modi, ma in questo caso l’operazione nasce da Rykwert che ispira Calvino e ispira me come curatore”.

Ci descriva l’atmosfera che appare nelle immagini.
“Sono molteplici le atmosfere nelle immagini a seconda dell’identità del fotografo. Benassi vive vicino a piazza Brin (La Spezia) e la sua poetica è quella che si vede nelle sue immagini ed è così per molti fotografi, per Barbieri tra Carpi e Roma, per Graziani per Trieste, per Ventura ad Anghiari e altri. Sono autori che vivono quella piazza. Molti autori hanno trascorso il lockdown a pochi metri dalla piazza scelta, altri invece vi hanno abitato per lunghi anni. La sfida è stata complessa, bisognava agire subito, trovare idee, punti di vista, mischiare il personale con la storia, valorizzare l’autorialità di tutti, tenendo conto di alcune linee guida. Per molti scrittori non era semplice trovare la concentrazione necessaria; per i fotografi era invece difficile uscire di casa (e lo hanno fatto richiedendo i permessi alle autorità competenti). Si è proceduto anche cogliendo le opportunità così come queste si presentavano: alle volte veniva scritto prima il testo, altre veniva prima la fotografia”.

Quali sono gli effetti positivi e quali invece quelli negativi della pandemia che si sono riflettuti nell’arte?
“La domanda è abbastanza complessa, ma diciamo che nelle situazioni difficili spesso si segnano dei cambi epocali nell’arte. La situazione di difficoltà, di dolore e d’immobilità crea strane reazioni, sicuramente non lascia indifferenti e questo sentire può essere colto dall’arte. Onestamente ho visto anche milioni di immagini oltre il limite della stupidità”.

Quanto c’è di De Chirico nelle piazze deserte di questo momento?
“C’è sia De Chirico ma anche Donghi, Sironi e altri autori anche non italiani”.

Qual è il simbolismo di una piazza e di una piazza (in)visibile?
“Il simbolismo di una piazza è enorme, specie in Italia e lo spiega benissimo Rykwert nel suo testo nel catalogo.
‘L’Italia è il Paese delle cento piazze’, ricorda ancora Rykwert. Queste piazze, simbolo di una bellezza diffusa italiana, ora ritornano a essere, forse per la prima volta nella vita di ognuno di noi, dei luoghi immaginari ‘visti’ così soltanto dai grandissimi artisti e le menti che le hanno pensate, progettate, realizzate e ornate. Le piazze ‘invisibili’ restituiscono una visione diversa, scarnificata della piazza che per tradizione è il luogo dell’aggregazione e della socialità”.

Le piazze invisibili sono diventate dei non luoghi?
“Preferisco lasciare i non luoghi agli aeroporti e agli autogrill”.

Le piazze definite invisibili preludono forse a un futuro in cui prevarrà la malinconia come misura sociale?
“Nell’arte la malinconia ci accompagna sempre, molto prima della pandemia. Penso che pandemia e malinconia non vadano d’accordo. La pandemia porta all’inizio una reazione e con il passare dei mesi disperazione, psicosi e paranoia”.

Come trasforma il tempo in uno spazio che si riversa su sé stesso?
“Mediante osservazioni personali realizzate con linguaggi diversi”.

Qual è il messaggio delle piazze abbandonate alla nostra solitudine?
“Il messaggio è quello che in un momento drammatico possiamo ritornare a visioni completamente nuove dove non ci sentiamo soli perché sappiamo che quel luogo è stato pensato per noi. La solitudine è un sistema e logicamente può essere tale anche in una moltitudine di persone. Siamo coscienti di essere di fronte a grandi sfide, ma consapevoli al tempo stesso di avere la capacità di affrontarle. E dallo sguardo rivolto verso il futuro traiamo la spinta per vincerle”.

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