Le dita che disegnano il suono

Virtuosismo, repertorio e un successo senza confini per i «40 Fingers». Il gruppo si è esibito con successo al Centro culturale Gervais della Perla del Quarnero

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Le dita che disegnano il suono
Riccardo Staraj e la “Midnight Blues Band”. Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

Sabato sera, presso il Centro culturale Gervais di Abbazia, si è tenuto il concerto del quartetto acustico “40 Fingers”, formato da Matteo Brenci, Emanuele Grafitti, Enrico Maria Milanesi e Andrea Vittori. L’evento è stato organizzato dall’Università Popolare di Trieste, dalla Comunità degli Italiani di Draga di Moschiena e dalla Regione Friuli Venezia Giulia, con il supporto dell’Unione Italiana, del Consolato Generale d’Italia a Fiume e del Festival Opatija, che ha messo a disposizione la sala. Il teatro si è riempito piano. Persone sole, famiglie, gruppi di amici hanno preso posto senza fretta. Le porte erano aperte, il palco già illuminato. Nessun suono usciva dalla sala, solo qualche scambio a bassa voce. L’aria era calma, definita, con una tensione leggera che si percepisce prima delle cose belle. Gli strumenti aspettavano, ordinati. Ogni dettaglio sembrava in equilibrio. Prima della musica, si è dedicato spazio per una parte inevitabile e dovuta: i saluti, le parole, i ringraziamenti. Molto era già stato detto nel pomeriggio, durante la conferenza stampa. I discorsi ufficiali, quindi, non portavano novità. Ma servivano lo stesso, come premessa, come riconoscimento, come traccia di un lavoro fatto a più mani.

La diplomazia delle corde
Larisa Gasperini, con la consueta eleganza, spigliatezza e padronanza, ha tenuto le redini dell’apertura, ricordando che dietro allo spettacolo c’era una macchina organizzativa mossa dalla volontà, dalla passione, dalla cura. Ha ringraziato gli enti, i tecnici, i collaboratori e ha sottolineato come si trattasse di un concerto voluto con forza dagli organizzatori dell’Università Popolare di Trieste, dalla Comunità degli Italiani di Draga di Moschiena e dalla Regione Friuli Venezia Giulia, anche contro gli imprevisti del tempo. Riccardo Staraj, nella duplice veste di padrone di casa e artista, che si è eccelsamente esibito con tre brani insieme alla sua “Midnight Blues Band”, ha proseguito nel solco: parole semplici, dirette, affettuose. Ha ringraziato il pubblico, le comunità, le autorità italiane, e ha ricordato che quel palco sarebbe dovuto essere a Draga, non ad Abbazia. Ma il maltempo non ha fermato nulla. Ha solo spostato la bellezza di qualche settimana.

Parole che uniscono
Edvino Jerian, presidente dell’Università Popolare di Trieste, ha spinto un po’ più in là il discorso, portandolo su un piano personale. Ha raccontato la sua generazione, cresciuta con le chitarre elettriche, con il suono che si faceva largo nei salotti e nelle autoradio. Ha riconosciuto nei “40 Fingers” non solo la bravura, ma la scelta di suonare senza artifici, senza effetti, senza maschere. Solo legno, corde e dita. Una dichiarazione d’intenti che vale più di qualsiasi slogan. Il vicepresidente dell’UPT, Paolo Rovis, ha tracciato la rotta di ciò che sta dietro: le leggi regionali, il sostegno concreto, la visione a lungo termine, una strategia culturale ampia, capillare, che mira a mantenere vive le relazioni tra le comunità italiane d’Istria, Slovenia, Montenegro, Croazia. Ha chiesto idee per il futuro, proposte da altre comunità. Marin Corva, presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, ha chiuso il cerchio con semplicità. Ha ripreso i ringraziamenti, ha sottolineato la vicinanza della madrepatria, ha parlato del valore culturale di questi eventi. Ma soprattutto ha detto una cosa chiara: i protagonisti sono i connazionali presenti. Infine, Iva Palmieri, la Console generale d’Italia a Fiume, ha parlato di collaborazione, di orgoglio, di promozione della lingua e della cultura italiane. Ha spiegato che essere presenti conta, ma soprattutto ha detto: “Noi, tutti insieme”. Un noi che non escludeva nessuno. Che conteneva artisti e spettatori, enti e cittadini, funzionari e appassionati. Il “sipario” si è sollevato poco dopo. Ma in qualche modo, l’inizio era già cominciato.

Quando il tempo si piega al suono
Uno sguardo veloce, quasi impercettibile, ed è come se tutto cominciasse da lì. Un’intesa silenziosa tra chi suona e chi ascolta. È da quello sguardo che i “40 Fingers” partono, ogni volta. Non è un gesto calcolato, è parte del loro respiro condiviso. In quel teatro raccolto, protetto dalle mura del Gervais, la bellezza non è entrata in punta di piedi. È esplosa. Ma con misura, con grazia, con la precisione chirurgica di chi non vuole stupire, ma svelare. “Highway Star” ha incendiato l’aria. E subito dopo, Astor Piazzolla ha trovato spazio nelle stesse mani che avevano appena attraversato i Deep Purple. Come se l’Argentina e l’Inghilterra si toccassero davvero. Poi “Hotel California”, e il tempo ha cambiato ritmo. La memoria collettiva si è accesa, eppure nulla sapeva di nostalgia. Ogni brano è rinato sotto le dita dei musicisti, con nuove armonie, nuovi incastri ritmici, nuovi spessori.

L’invisibile disciplina del miracolo
È facile restare affascinati da ciò che suonano. Ma ancora di più affascina come lo suonano. La tecnica, che da sola non basta. La concentrazione, che non serve se non è sostenuta dalla passione. L’equilibrio costante tra controllo e libertà. Le mani che colpiscono la cassa percussiva della chitarra, che sfiorano, pizzicano, arpeggiano, modulano. Tutto sembra naturale, ma dietro c’è un lavoro meticoloso. Ore, notti, errori, ripetizioni, ascolto. Chi ha studiato musica sa che una pulizia sonora simile non nasce per caso. E chi non l’ha studiata lo capisce lo stesso. Perché ciò che è autentico arriva comunque. E poi c’è il repertorio. Mozart e Michael Jackson nella stessa scaletta. Beethoven e gli ABBA. Simon & Garfunkel accanto ai Dire Straits. Trattasi di un linguaggio musicale nuovo, costruito su combinazioni sorprendenti, pensato per raccontare qualcosa che la musica, fino a ieri, forse non sapeva ancora esprimere.

La delicatezza che trascende l’orecchio
Lì, in mezzo a tanta energia, si è fatto spazio anche il raccoglimento. “The Sound of Silence” ha sospeso il tempo, l’”Ultimo dei Mohicani” è arrivato lieve, come un respiro, con “Hey Jude” il teatro intero è diventato coro, anima, battito, respiro. L’impatto è stato totale. Ogni suono aveva un posto, ogni gesto un senso. Le luci hanno accompagnato ogni momento con una presenza raffinata, mai ornamentale. Eleganti nei passaggi più intimi, esplosive nei picchi più forti, sembravano seguire il ritmo di chi stava suonando. Due ovazioni hanno attraversato la sala come un’onda. Sono arrivate senza forzature, spontanee, sentite. Chi era in teatro ha restituito ai musicisti la stessa intensità che aveva ricevuto. Uno scambio limpido, sincero. E quella semplicità costruita con rigore, passata attraverso lo studio, si è fatta presenza. Ogni sguardo, ogni applauso, ogni istante di silenzio hanno detto ciò che le parole spesso non riescono a dire. Non sembrava che i “40 Fingers” calcassero il palco, ma che lo abitassero con leggerezza, con precisione, con un’intesa che si percepiva anche da lontano. C’è qualcosa tra loro e chi ascolta che non si può spiegare del tutto, un legame che si crea all’improvviso, ma resta. Una presenza fatta di ascolto, ironia, generosità. E musica, sempre.

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