Le culture si compenetrano e arricchiscono

Il premio «Opus Histriae» e quello alla carriera «Summa Histriae» sono stati conferiti rispettivamente per «il valido compimento del progetto di restauro del castello di Pietrapelosa» e per gli «eccezionali traguardi nell’ambito della ricerca storica»

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Le culture si compenetrano e arricchiscono
I benemeriti: Nataša Nefat e Miroslav Bertoša con i responsabili della Società. Foto: DARIA DEGHENGHI

Modesta ma toccante cerimonia di conferimento di due benemerenze nei campi della storia, dell’arte e della cultura istriana in senso lato: sono stati insigniti dei premi della Società umanistica transfrontaliera e trilingue “Histria”, con sede a Capodistria, l’archeologa e conservatrice di beni culturali Nataša Nefat e lo storico Miroslav Bertoša. La cerimonia ha avuto luogo nell’aula intitolata a Slavko Zlatić della Facoltà di Lettere e Filosofia di Pola che si fregia di due corsi di laurea collegati, affini e complementari di grande pregio: Archeologia e Storia.

Superamento dei confini amministrativi
Il presidente Robert Matijašić ha spiegato che i due premi sono stati assegnati nel 2021 e si riferiscono al 2020, ma vengono consegnati solo ora per l’impedimento dovuto alla pandemia. Di più. I due benemeriti appartengono al milieu culturale croato, ma le benemerenze, come la società stessa, sono transnazionali e trilingui, regionali in termini geografici e storico-culturali sicché si riferiscono tanto all’Istria croata quanto a quella italiana e slovena: all’Istria, insomma, come concetto storico e geografico, non politico o amministrativo nei termini odierni.

Restauro e rivitalizzazione
Il segretario ha esposto le motivazioni per entrambi i riconoscimenti. La giuria d’esperti presieduta da Mihovil Dabo ha assegnato il premio “Opus Histriae” per il miglior lavoro riguardante la storia, l’arte o la cultura istriana del 2020 a Nataša Nefat “per il valido compimento dell’impegnativo progetto pluriennale di restauro del castello di Pietrapelosa, quale apprezzabile esempio di rivitalizzazione e presentazione del patrimonio architettonico istriano attinente a uno straordinario esempio di maniero medievale”. Nataša Nefat è storica dell’arte e archeologa, nonché conservatrice di beni culturali materiali e immateriali al servizio della Soprintendenza ai beni culturali della Repubblica. Oltre al progetto di riqualifica del Castello di Pietrapelosa ne ha curati diversi di non minore importanza, tra cui il restauro della chiesa di San Giorgio il Vecchio del sistema fortificatorio di Fianona, quello della Chiesa parrocchiale di Santo Stefano a Montona, del Chiostro del Monastero paolino di San Pietro in Selve, del Convento francescano di Pola e della Chiesa di San Gerolamo a Colmo. È autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e dottoranda presso il Dipartimento di Storia dell’arte dell’Università di Zara.

Un lavoro di gruppo
Nel ritirare il premio, l’archeologa ha dichiarato che “Pietrapelosa è un esempio modello del fatto che grandi restauri come questo sono il frutto del lavoro e delle sinergie di un elevato numero di professionisti di vari campi complementari, dai progettisti agli appaltatori, agli autori delle presentazioni e naturalmente delle autorità locali, in questo caso quelle di Pinguente, che non hanno smesso di premere e spingere affinché l’opera giunga felicemente in porto a distanza di anni. Non c’è restauro che sia dovuto a una persona sola”, ha concluso con umiltà e gratitudine al suo team Nataša Nefat che ha coordinato le attività del restauro per conto della Soprintendenza ai beni culturali della Repubblica con sede a Pola.

Il Castello tra alti e bassi
In virtù della sua lunghissima operazione di recupero (venticinque anni suonati), il nome del maniero e della famiglia possidente è ben conosciuto e a ragione. Quel che ne rimane svetta su una roccia che sovrasta la valle del fiume Quieto presso il torrente Brazzana, entrambi un tempo navigabili. Il castello sorvegliava e controllava il traffico fluviale e stradale ma anche i feudi sotto il suo dominio. I documenti lo nominano per la prima volta in relazione al patriarca di Aquileia che lo dona alla Diocesi di Parenzo nel X secolo. Nel XIII passa sotto il dominio della famiglia germanica a cui deve il nome di Pietrapelosa nel significato letterale del termine “pietra pelosa”. Venezia se ne impadronisce nel XV secolo con Taddeo d’Este. Successivamente appartiene a Nicolò Gravisi e famiglia fino all’abolizione della servitù della gleba nel 1869. La sua storia è segnata da tradimenti, congiure, cospirazioni, uccisioni e soprusi. La proprietà è stata persa anche a causa di debiti di gioco, vi sono stati perpetrati tradimenti e omicidi, consumati amori e vendette. Il Castello è stato abitato fino al devastante incendio del 1620, mentre la Cappella di Santa Maria Maddalena del XII secolo è rimasta in uso fino al 1793, quando venne abbandonata definitivamente dopo che vi fu celebrata l’ultima messa.

L’Istria durante il dominio di Venezia
Il Consiglio della Società umanistica “Histria” presieduto da Robert Matijašić ha conferito invece allo storico Miroslav Bertoša il premio alla carriera “Summa Histriae” per “eccezionali traguardi nell’ambito della ricerca storica relativa all’Alto Adriatico in epoca moderna che hanno aperto il campo a nuovi approcci storiografici sul passato e sul presente dell’Istria”. Bertoša è professore ordinario, consulente scientifico, membro associato dell’Accademia croata delle Arti e delle Scienze (HAZU), direttore dell’Istituto di scienze storiche e sociali di Fiume. In cinque decenni di attività incentrata perlopiù sul Cinquecento, Seicento e Settecento, ha prodotto più di mille unità bibliografiche tra cui una ventina di monografie. L’ultimo, “Historabilia XVI-XVIII. Il piccolo mondo dell’Istria al tempo di Venezia” costituisce un insieme integrato di cenni storici e documenti d’archivio, già divulgati in precedenza ma ora aperti a nuove possibilità interpretative e nuovi punti di vista. Nel ricevere il premio Bertoša ha dichiarato che i suoi primi contatti con la storia dell’Istria si devono appunto al Capodistriano, dai cui storici viene ora insignito del premio alla carriera. “Per l’oggetto dei miei studi ero perennemente ospite dell’Archivio di stato di Venezia, ed ogni qualvolta mi capitava d’imbattermi in un toponimo familiare come Pinguente o Capodistria, ero certo di trovarmi a casa mia, in un territorio le cui culture si compenetrano”.

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