L’arte del riuso e la bellezza dei materiali di scarto

Al Salone degli Incanti di Trieste la mostra SCART trasforma attrezzature dismesse, componenti industriali e residui produttivi in abiti, immagini e robot monumentali

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L’arte del riuso e la bellezza dei materiali di scarto

Entrando nella mostra SCART al Salone degli Incanti di Trieste ci si ritrova improvvisamente davanti a un rovesciamento di prospettiva. In fondo alla grande navata dell’ex Pescheria Centrale si alzano dei robot giganteschi che sembrano usciti da un fumetto mentre lungo il salone si dispongono abiti, costumi e figure impressionanti e accattivanti. La prima impressione è quella di una mostra che opera sulla scala: da una parte il colpo d’occhio monumentale, dall’altra la pazienza del dettaglio, delle cuciture e degli incastri, delle superfici che rivelano solo dopo qualche secondo la loro origine di scarto. La rassegna, ospitata nel capoluogo giuliano fino al 3 maggio prossimo, è curata da Maurizio Giani e riporta in città un progetto che il Gruppo Hera porta avanti da quasi trent’anni per raccontare l’economia circolare attraverso l’arte.

Trasformazione continua

Il luogo conta molto; Il Salone degli Incanti conserva ancora oggi quell’ampiezza basilicale, quella frontalità verso il mare e quella luce che mettono in risalto lo spazio e le installazioni che ospita. In SCART questa dinamica funziona bene poiché il tema del riuso trova una corrispondenza concreta anche nell’edificio: una struttura nata per una funzione precisa, poi riletta e restituita alla città come sede espositiva. Parla di trasformazione in un luogo che della trasformazione porta già addosso le tracce.

L’allestimento si articola in due direttrici principali. La prima è quella della moda sostenibile, con abiti e costumi di scena ricavati da materiali di recupero e disposti su manichini come se il salone ospitasse una sfilata congelata nel tempo. L’elemento più interessante, guardando i pezzi dal vivo, è il fatto che lo scarto non viene nascosto né neutralizzato. Rimane immancabilmente riconoscibile. Tra i diversi costumi si notano un abito in lana d’acciaio, un altro costruito con mattoncini Lego, un terzo fatto di profili metallici, un altro ancora ottenuto da capsule di caffè. Il catalogo allarga ulteriormente il ventaglio dei materiali: linguette di lattine, scontrini in carta chimica, numeri della tombola, camere d’aria, reti da calcio, guanti da lavoro difettosi, piume di scarto. L’effetto complessivo non è quello del travestimento, ma di una materia che conserva memoria del proprio uso precedente caricandosi di un secondo significato. In questa sezione la mostra trova uno dei suoi nuclei più convincenti; l’idea di sostenibilità qui passa soprattutto per la qualità visiva e tattile delle opere. Alcuni abiti colpiscono per eleganza, altri per eccentricità, altri ancora per una frontalità quasi brutale nel mostrare il materiale di partenza. La distanza tra oggetto scartato e abito finito non viene cancellata: resta visibile e diventa il vero campo di tensione del percorso.

Dall’invisibile alla forma

A tenere insieme questa parte interviene anche il lavoro fotografico di Andrea Varani. Quindici donne, dipendenti del Gruppo Hera, sono state ritratte nei pressi del Teatro del Silenzio di Lajatico indossando costumi già utilizzati nelle edizioni passate. Le immagini esposte e riprodotte nel catalogo insistono su un punto preciso: rendere visibile il passaggio dall’invisibile alla forma, dallo scarto alla presenza. È una linea che nelle fotografie si percepisce bene, anche perché non sembrano cercare la semplice registrazione documentaria. Varani lavora invece su pose, fondali e contrasti, e in alcuni casi lascia intravedere persino il dispositivo del set, i sostegni, il telo nero o la macchina della rappresentazione. Questo cortocircuito tra scena e backstage aggiunge spessore alla mostra e ricorda che ogni trasformazione ha bisogno di lavoro, costruzione e sguardo.

Presente il gigantismo

L’altro polo dell’esposizione è affidato ai sei Super Robot, progettati da Giuseppe Camuncoli con Giacomo Gheduzzi e realizzati dagli studenti delle Accademie di Belle Arti di Firenze e Ravenna e del POLI.design a partire dagli scarti di produzione Automobili Lamborghini. Cofani, paraurti, cablaggi, fanali, sospensioni, prese d’aria e altri componenti vengono ricomposti in figure alte oltre quattro metri che incarnano terra, aria e acqua. Nomi come Gea Stone, Jotun Forge, Skyrenn, Jetron, Marixx e Mega Tide dichiarano apertamente la matrice narrativa dell’operazione. Il rischio, in un progetto del genere, sarebbe quello di fermarsi all’effetto spettacolare. In mostra, però, il gigantismo regge perché resta leggibile anche la provenienza industriale dei materiali. Il robot funziona quando appare insieme come personaggio e come montaggio, come icona pop e come archivio di pezzi dismessi.
SCART convince perché evita di ridursi a slogan ecologico e lascia che siano le forme a parlare per loro. Il messaggio di fondo è esplicito, e del resto la mostra nasce proprio per rendere accessibili i temi della responsabilità ambientale e del riuso. Il suo risultato migliore arriva altrove, ovvero nel punto in cui il discorso si fa meno dimostrativo e più concreto. Nella massa di un paraurti che diventa torace, nell’assemblaggio di piccole parti che diventa ornamento, nella luce del Salone che cade su materiali nati per essere buttati via ma che ora suscitano meraviglia.

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