L’Arco romano, una presenza antica e ancora viva

Negli spazi della Galleria Garbas a Fiume è stata presentata la complessa operazione di restauro del più antico monumento architettonico conservato nel capoluogo quarnerino, con l’intervento di studiosi e specialisti della conservazione

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L’Arco romano,  una presenza  antica e ancora viva

L’altra sera, negli spazi della Galleria Garbas a Fiume, si è svolta una conferenza dedicata al lungo intervento conservativo e restaurativo sull’Arco romano, uno dei segni più riconoscibili e preziosi della topografia storica cittadina. Dopo il saluto introduttivo di Lilian Stošić, responsabile dell’Istituto di conservazione, e alla presenza della sindaca Iva Rinčić, hanno preso la parola Ivan Jengić e Boris Mostarčić, conservatore senior e responsabile dell’Istituto nazionale di restauro, che ha illustrato gli aspetti strutturali e metodologici della tutela. L’incontro ha offerto alla città una ricostruzione ampia, documentata, fondata su un impianto metodologico chiaro, in grado di riportare il monumento dentro la sua vera scala storica e dentro la complessità di un cantiere che ha richiesto competenze alte, tempi lunghi e una continua misura tra prudenza, sapere tecnico e visione culturale. È stato spiegato che il lavoro si è sviluppato dal 2018 al 2025, che fino ad oggi sono stati spesi 130mila euro, e che ogni fase ha seguito un principio preciso: custodire la materia antica, consolidare la struttura, restituire leggibilità al manufatto senza indulgere in effetti ornamentali o in soluzioni esibite.

Varco di pietra

Da quanto illustrato da Jengić, nel tessuto della città antica l’Arco romano si presenta come l’ingresso al complesso del principia, il comando militare del sistema difensivo tardoantico del Claustra Alpium Iuliarum, il cui presidio meridionale trovava sede proprio nell’antica Tarsatica, l’odierna Fiume. È stato rimarcato che si tratta di uno dei nuclei più importanti della tarda antichità croata e che il sito fiumano, dentro questa geografia storica, possiede un rilievo urbanistico e simbolico di primissimo ordine. Il relatore ha raccontato anche la lunga vicenda interpretativa che accompagna il monumento fin dall’età moderna. Per secoli l’arco ha attirato l’attenzione di eruditi e studiosi, ciascuno desideroso di offrirne una lettura, di ricondurlo a un episodio, a un imperatore, a una funzione precisa. È stato ricordato il nome del patrizio Claudio de Marburg, che tentò di collegarlo alla vittoria di Claudio II sui Goti. In seguito altre interpretazioni hanno orientato il dibattito, compresa quella che lo voleva arco trionfale. La lettura oggi accolta, ha detto l’esperto, è maturata progressivamente tra la seconda metà dell’Ottocento e il secondo dopoguerra, quando fra le rovine degli edifici circostanti emersero resti di architettura antica utili a chiarire il contesto. In quel percorso di studi è stato poi aggiunto il rilievo dei contributi di Mate Suić e Radmila Matejčić.

La memoria ferita

Nel corso della conferenza è stata affrontata anche la storia della conservazione del monumento, presentata con tono analitico e puntuale, come una vicenda parallela fatta di interventi, scelte tecniche e orientamenti culturali differenti. È stato spiegato che già agli inizi del XIX secolo compaiono testimonianze allarmate sul rischio di caduta dei blocchi lapidei. Già allora, è stato detto, attorno all’arco si addensavano preoccupazioni, interpretazioni, timori. Nel corso dei decenni si susseguono interventi diversi. Il relatore ha ricordato il trattamento del 1880 con la cosiddetta acqua di vetro, mentre per la seconda metà del Novecento è stato evocato un passaggio assai eloquente della storia urbana, quando, durante gli interventi edilizi e la costruzione dell’edificio che ospita la società Jadroagent, la volta venne perfino ridimensionata per consentire il transito dei camion. In questa sequenza si coglie con chiarezza il mutamento del rapporto tra città e vestigia antiche. Ogni stagione imprime la propria idea di tutela e ogni tecnica porta con sé una visione della materia storica. È stato poi rimarcato con grande chiarezza il tema del cemento, entrato per lungo tempo nell’immaginario della conservazione come soluzione efficace e risolutiva. Oggi, ha spiegato Jengić, la cultura del restauro guarda a quella prassi con estrema cautela; il cemento trattiene umidità, libera sali, altera gli equilibri della pietra e della muratura. Proprio per questo, là dove le condizioni lo consentono, le vecchie integrazioni cementizie vengono progressivamente rimosse e sostituite con materiali più consoni, più compatibili, più rispettosi del comportamento fisico del manufatto storico.

Il cantiere della conoscenza

La parte centrale dell’incontro ha seguito il percorso delle indagini avviate nel 2018 dall’Istituto nazionale di restauro. Prima del cantiere operativo, ha spiegato il conservatore, è stata costruita una vera mappa della condizione del monumento; sono stati registrati i danni, le erosioni, le fratture, le incrostazioni, i residui delle passate campagne di intervento. L’arco appariva coperto da una patina scura molto estesa, mentre la parte sommitale si presentava chiusa da una cappa cementizia sotto la quale si conservava una struttura in laterizio. Accanto all’osservazione visiva si è proceduto con analisi diagnostiche, prove non distruttive, campionamenti e verifiche di laboratorio su pietra, malte e sali idrosolubili. È stato eseguito anche un controllo statico specialistico e, parallelamente, un rilievo architettonico completo dello stato di fatto. Da questi dati, ha detto Jengić, è emerso un quadro assai più delicato di quanto l’esterno lasciasse intuire. A un certo punto si è resa necessaria perfino una struttura lignea di protezione, predisposta con urgenza, perché la stabilità del monumento richiedeva una misura immediata di sicurezza. Nel 2019 sono cominciate le prime operazioni di rifinitura. È stato raccontato che il lavoro ha seguito una sequenza graduale, dalla pulitura manuale a quella idromeccanica, fino all’impiego del laser per rimuovere la crosta scura senza gravare ulteriormente sulla superficie lapidea. Ogni fase è stata calibrata sulla risposta del materiale. Ogni passaggio è stato verificato, dosato, accompagnato da una continua osservazione.

La forza discreta della ricostruzione

Il tratto più decisivo dell’intero intervento, è stato aggiunto durante la conferenza, appartiene alla sfera meno appariscente e insieme più determinante, quella della statica e del consolidamento. Dopo il rallentamento imposto dalla pandemia e dopo l’impegno straordinario dell’Istituto nazionale di restauro sui cantieri urgenti seguiti ai terremoti di Zagabria e Petrinja, il lavoro sull’arco è ripreso con ulteriore precisione. Le piccole fratture sono state trattate con iniezioni di adesivo bicomponente, mentre le lacune e le zone maggiormente vulnerabili sono state colmate per favorire il corretto deflusso dell’acqua e per preservare la continuità della materia. È stato spiegato anche che tutte le parti di nuova modellazione sono state rifinite a mano con strumenti da taglio lapideo, secondo una prassi orientata a mantenere coerenza formale e misura. Il momento strutturalmente più rilevante è arrivato nel 2024. Secondo la documentazione progettuale, sono stati eseguiti interventi di consolidamento profondo attraverso l’inserimento di una trave in acciaio inossidabile e di ancoraggi metallici studiati per dare coesione all’arco e per garantirne la tenuta nel tempo. Qui è intervenuto Boris Mostarčić, che ha chiarito quanto fosse ridotto il margine delle alternative; la posizione del monumento, stretta fra edifici su entrambi i lati, richiedeva una soluzione estremamente calibrata. Metodi più antichi avrebbero comportato supporti metallici a vista, cerchiature invasive, presenze fortemente percettibili nello spazio urbano. È stato quindi cercato, ha detto Mostarčić, un equilibrio tra efficacia tecnica e discrezione visiva. Il fine del progetto risiedeva nella salvezza del monumento, nella sua durata, nella sua integrità.

La pelle del tempo

La fase conclusiva, portata a termine nel 2025, ha restituito all’arco una nuova unità di lettura. Sono state realizzate ulteriori puliture, un ritocco scultoreo finale e la ricomposizione di minute porzioni mancanti con impasti di pietra artificiale. Anche la nuova cappa sommitale è stata eseguita con una miscela a base di calce, sabbia fluviale, aggregati lapidei e acrilati, poi armonizzata cromaticamente con le superfici storiche. Infine, la pietra è stata protetta con un trattamento idrofobico destinato a favorirne la conservazione e la manutenzione. Jengić ha insistito su una formula che riassume con esattezza il senso complessivo dell’intervento. Il restauro, ha detto, è stato minimo nel ritocco e massimo nella salvaguardia della statica e nella riparazione costruttiva. In questa frase si raccoglie l’intera filosofia del progetto. La bellezza del monumento si manifesta oggi proprio attraverso questa sobrietà, attraverso questa rinuncia all’effetto, attraverso questa fedeltà alla sua verità materiale.

La città e la sua eredità

Nel corso della conferenza si è aperto anche un tema più ampio, quello del rapporto fra opinione pubblica, patrimonio e comunicazione. La presenza della sindaca Rinčić ha dato rilievo istituzionale a una questione che tocca direttamente la vita culturale della città. È stato osservato quanto le pratiche restaurative suscitino oggi attenzione, partecipazione, discussione. Mostarčić ha aggiunto che il dialogo con la comunità locale rappresenta una condizione essenziale, perché dopo il lavoro degli specialisti serve uno sguardo collettivo in grado di riconoscere valore, continuità e responsabilità. Da questo punto di vista, la conferenza ha avuto anche il merito di offrire un quadro finalmente ordinato, limpido, documentato, teso ad accompagnare i cittadini dentro le ragioni del cantiere. L’interesse pubblico verso la sorte dei monumenti costituisce una risorsa alta, una forma di vigilanza civile, una testimonianza di appartenenza. Quando questo interesse incontra una comunicazione puntuale, la tutela diventa un’esperienza condivisa e matura. L’Arco romano di Fiume riappare così per quello che realmente è, una presenza antica e ancora viva, un frammento di città romana consegnato ai secoli e oggi restituito alla città con una nuova solidità, con una nuova chiarezza, con una dignità pienamente riconquistata. In quella pietra attraversata da lesioni, da depositi, da restauri, da secoli di interpretazioni, si raccoglie una lezione preziosa. La conservazione autentica sceglie la pazienza, la precisione, la competenza. E proprio per questo riesce a dare futuro alla memoria.

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