È andato in scena, al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, lo spettacolo “Urotnici” (I cospiratori), firmato dagli scrittori Vladimir Arsenijević e Igor Štiks, per la regia del pluripremiato Boris Liješević. Il progetto, prodotto dal collettivo KROKODIL nell’ambito della rassegna Zajednička čitaonica, si presenta come un’inedita convergenza tra parola scritta, riflessione politica e rappresentazione scenica. A dar voce al drappello di figure intellettuali convocate sul palco – Miroslav Krleža, Bogdan Bogdanović, Danilo Kiš, Daša Drndić, Predrag Matvejević, Dubravka Ugrešić, Aleksandar Hemon, Svetlana Slapšak – è il cast di eccellenza del leggendario teatro belgradese “Atelje 212”: Svetozar Cvetković, monumento della scena serba, affiancato da Isidora Minić, Dejan Dedić e Marko Grabež. L’iniziativa è sostenuta dall’organizzazione CCFD – Terre Solidaire, in coproduzione con My Balkans.

Foto: DRAŽEN ŠOKČEVIĆ
La scena che non basta
Il dispositivo scenico nasce come estensione performativa del ciclo editoriale Zajednička čitaonica, un laboratorio che intreccia voci della letteratura (post)jugoslava in una costellazione di interrogativi sull’identità, l’esilio, l’antifascismo, la memoria storica, il multilinguismo come eredità comune e prospettiva. Traslato sul palcoscenico, questo corpus di riflessioni assume la forma di una “drammaturgia di presenze”, fatta di scambi immaginari tra figure intellettuali del Novecento, evocate attraverso citazioni, frammenti biografici e rimandi simbolici che attraversano epoche e geografie.
L’operazione si fonda sulla premessa chiara e dichiarata della lettura scenica, arricchita da minimi interventi performativi. Una scelta legittima e rispettabile, adottata in passato con esiti alti da artisti come Peter Weiss, Marco Baliani, Milo Rau, Ivica Buljan, Marco Paolini. Tuttavia, in questa configurazione, la struttura si mostra ancora incerta, appesantita da un eccesso di materia che non trova un contrappunto ritmico e narrativo adeguato. Alcuni passaggi affiorano con nitidezza – l’incontro paradossale tra Krleža e Bogdanović, l’ingresso di Daša Drndić con la lettura del documentario degli orrori, il cappello in paglia in stile Borsalino, il bagaglio errante – ma restano isolati, incapaci di comporre un disegno unitario. La frammentazione di tempi e personaggi, l’accumulo di livelli simbolici e la moltiplicazione di capsule spaziali (da Parigi del 1934 alla Sarajevo del 1995, passando per Belgrado, Chicago e Zagabria) non si saldano in un dispositivo coerente. La macchina teatrale, pur densa di contenuti e intenzioni, risulta debole nella costruzione interna, più orientata al piano intellettuale che a quello della necessità drammatica.
Un problema di forma
Il testo, denso e complesso, si regge su una lingua alta, consapevole, carica di eredità culturali e tensione etica. Ma la parola, se non trova corpo, se non si incarna nello spazio, resta a mezz’aria. In più punti l’eloquio si fa enunciazione, talvolta proclamazione, e fatica a trasformarsi in azione. L’affezione autoriale per la materia trattata è palpabile, ma proprio per questo sembra mancare quello sguardo esterno, drammaturgico, necessario in teatro per operare scelte drastiche, selezioni, tagli, rinunce. Anche la regia di Boris Liješević, essenziale fino all’ascetismo, si muove con una discrezione che a tratti appare timorosa. Le voci, le sedie, l’illuminazione pressoché immobile, il microfono asta, tutto è ridotto all’osso, e talvolta ciò funziona, lasciando spazio all’immaginazione. Ma in altri momenti espone le fragilità testuali, invece di trasfigurarle. Un lavoro più incisivo sul ritmo, sul paesaggio sonoro e sull’uso dello spazio avrebbe potuto restituire più forza alla parola.

Foto: DRAŽEN ŠOKČEVIĆ
Personaggi senza attrito
Il limite più evidente sta nella rarefazione dell’interazione scenica. I personaggi dialogano, ma senza reale attrito. Ognuno resta ancorato al proprio statuto simbolico, più vicino alla pagina che alla scena. I toni, le posture, le intenzioni si equivalgono, e l’assenza di variazione produce una monotonia che smorza la tensione drammatica. La lingua, pur autorevole, si muove in una dimensione saggistica, mentre il teatro esige metamorfosi, frizione, imprevedibilità. Un maggiore lavoro sulla coralità, sulle dissonanze, sull’ironia potenziale e sulle discontinuità tonali avrebbe potuto far emergere la vitalità latente del testo. Eppure, la materia resta fertile. L’immagine dell’Enciclopedia jugoslava gettata al macero è una metafora potente; il cappello che danza al centro di Parigi, un frammento teatrale di eccezionale efficacia; la valigia illuminata da un fascio di luce, un oggetto che si carica di senso storico e poetico. Le riflessioni metateatrali su cosa significhi “ritornare a casa” o se “l’intero mondo non sia già un esilio” aprono orizzonti che meritano di essere esplorati.
La letteratura come luogo di ritorno
Nonostante le fragilità formali, “I cospiratori” è un progetto prezioso. Al centro c’è l’intuizione lucida che la parola, nel suo farsi collettivo, possa ancora offrire una dimora condivisa. Gli autori evocati – Krleža, Kiš, Drndić, Matvejević, Ugrešić – hanno tracciato rotte mentali, custodito domande essenziali, sfidato la storia con la lucidità dell’intelligenza critica. Raccoglierne le voci significa restituire loro presenza nel presente, trasformare la memoria in azione, aprire alla letteratura uno spazio attivo. Perché, come lo spettacolo suggerisce, la parola è pur sempre l’unico luogo dove possiamo incontrarci senza passaporto. E se il teatro non ha ancora dato forma compiuta a questo coro, non è detto che non possa riuscirci. Alcuni spettacoli nascono compiuti, altri iniziano come tentativi. La performance proposta allo “Zajc” è un laboratorio in divenire, un’intelaiatura ancora aperta, un’esplorazione da non abbandonare, ma da accompagnare nella sua evoluzione. Resta l’augurio che l’idea si trasformi, trovi il suo passo e continui a cercare ciò che il teatro ancora può diventare.

Foto: DRAŽEN ŠOKČEVIĆ
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