La vita quotidiana a Fiume dopo la dissoluzione della Monarchia asburgica

A colloquio con la studiosa americana Dominique Kirchner Reill che sta lavorando a un saggio sul capoluogo del Quarnero nei primi decenni del XX secolo

Dominique Kirchner Reill

FIUME | “La Crisi di Fiume non fu una situazione di divertimento, festa e fanfare nazionaliste italiane, bensì una condizione in cui la popolazione multietnica di Fiume impiegò la rimanente infrastruttura della Monarchia austro-ungarica dissolta per evitare la rivoluzione, prevenire la violenza e governare la crisi economica”. A sostenerlo è la ricercatrice e studiosa Dominique Kirchner Reill dell’Università di Miami (Florida), attualmente impegnata nella pubblicazione del volume “The Fiume Crisis: Life in the Wake of the Habsburg Empire” (La crisi di Fiume: la vita sulla scia dell’Impero asburgico).
Dominique Kirchner Reill – già autrice del volume “Nationalists Who Feared the Nation: Adriatic Multi-Nationalism in Habsburg Dalmatia, Trieste and Venice” (Nazionalisti che temevano la Nazione: il multinazionalismo adriatico nella Dalmazia, Trieste e Venezia asburgica) – ha presentato parte delle sue ricerche relative al nuovo volume durante il convegno “Città e regioni in flusso dopo il cambio di confine” tenutosi di recente all’Università di Fiume. Il convegno, promosso dal Centro per gli studi avanzati dell’Europa sudorientale dell’Ateneo fiumano, ha riunito esperti, studiosi e ricercatori di stampo internazionale per approfondire la storia, la memoria e gli strumenti di mappatura nel contesto dei cambiamenti dei confini europei nel corso del XX secolo.

La storia della città

“La genesi di questo libro, la cui pubblicazione è stata concordata con la Harvard University Press e che spero sarà disponibile in tutto il mondo nel 2020, è strettamente legata al precedente volume – esordisce Dominique Kirchner Reill –. Dopo aver concluso la stesura di ‘Nazionalisti che temevano la Nazione: il multinazionalismo adriatico nella Dalmazia, Trieste e Venezia asburgica’, mi ero resa conto di avere scritto una storia sui personaggi storici che cercarono di prevenire gran parte delle violenze e dell’odio che si sarebbero verificati nell’area dell’Adriatico come conseguenza del nazionalismo. Decisi quindi di capire da dove provenissero la maggior parte di queste convinzioni. La storia di D’Annunzio a Fiume è stata ampiamente descritta in varie pubblicazioni – secondo alcuni, addirittura in maniera smisurata –, ma la storia della città, in quel particolare momento storico, è stata affrontata da pochi studiosi, soprattutto croati, e in formati mediatici che non raggiungono il grande pubblico, come lo è quello anglosassone. Ebbene, questo progetto parte proprio da tale posizione. Devo dire che non avevo idea di quali potessero essere i possibili sbocchi, finché non mi sono immersa completamente nella ricerca archivistica”.

Lo «Stato fantasma» degli Asburgo

Da dove proviene il suo interesse per l’argomento?

“Grazie alle straordinarie risorse dell’Archivio di Stato di Fiume e al prezioso sostegno dello studioso Boris Zakošek, mi sono avvicinata al mondo di Fiume dalla caduta della Monarchia asburgica fino alla costituzione dello Stato Libero di Fiume. L’ho fatto operando un’analisi su come la vita potesse svolgersi in mezzo a tutto questo caos dovuto al disfacimento dell’Impero. Per esempio, piuttosto che concentrarmi sul modo in cui i seguaci di D’Annunzio giocherellavano con le bombe a mano, ho scelto di scoprire come i fiumani valutassero i propri risparmi in una situazione in cui oltre il 60 percento del denaro in circolazione era contraffatto. Partendo da questi presupposti, ho scoperto che Fiume si trovava all’interno di una specifica struttura che definisco ‘Stato fantasma’ degli Asburgo. All’interno di quest’antica struttura, burocrati e cittadini autoctoni vivevano come meglio potevano, cambiandola soltanto quando ciò era indispensabile, e tutto ciò mentre era in atto una campagna mediatica per Fiume ‘italianissima’”.

Che cosa cela il titolo del volume “La crisi di Fiume: la vita sulla scia dell’Impero asburgico”?

“Il titolo intende evidenziare come la crisi di Fiume alla Conferenza di pace di Parigi e anche nel mezzo della campagna irredentista italiana fosse legata al fatto che la vita quotidiana andava avanti, nonostante il caos che dilagava in città. A differenza dei terribili bagni di sangue verificatisi nei Paesi baltici, in Ucraina e nel Mediterraneo orientale dopo la Prima guerra mondiale, Fiume non è stata teatro di violenza generale. E se ciò fosse accaduto, molto probabilmente le forze alleate e/o l’Italia stessa sarebbero intervenute con largo anticipo per mettere fine alla campagna di D’Annunzio. Considerato che la città si trovava in una condizione di relativa tranquillità, trascorsero molti anni prima che la ‘crisi di Fiume’ venisse affrontata e poi defiinitivamente risolta. In breve, sostengo che il modo in cui Fiume ha vissuto la dissoluzione della Monarchia asburgica abbia alimentato gran parte della suddetta crisi”.

Il patrimonio archivistico

Come si sono svolte le sue ricerche?

“La mia ricerca è stata quasi interamente di carattere archivistico, per cui ho consultato le collezioni dell’Archivio di Stato di Fiume e dell’Archivio del Vittoriale. Mi sono concentrata sulla vita ‘quotidiana’ immergendomi nei registri di Polizia, dei Tribunali, di ospedali, delle Camere di commercio, quelli scolastici e via dicendo. La quantità d’informazioni che è possibile ottenere su questo periodo storico, grazie ai due archivi, è sorprendente, soprattutto perché siamo fortunati di servirci della competenza di archivisti attenti e intellettualmente generosi”.

Alla conferenza “Cities and regions in flux after border change” ha presentato parte delle ricerche utilizzate per la stesura del libro?

“Negli ultimi anni ho presentato gran parte delle mie ricerche per questo libro in diversi centri mondiali, tra cui Shanghai, Roma, Londra, New York, Chicago, Zagabria e Berlino. Ma presentarli all’Università di Fiume è stato particolarmente importante per me, non solo perché è qui il fulcro della mia ricerca, ma anche perché la conferenza ha riunito un gruppo interessante di studiosi, molti dei quali conosco da anni e altri che ho incontrato per la prima volta”.

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