La poesia visiva di «Alle spalle di Trieste»

LE MOSTRE DI PANORAMA La Fondazione CRTrieste e il Museo Ugo Carà di Muggia propongono la quinta mostra del ciclo dedicato alla relazione tra letteratura e arti visive dedicandola a Fulvio Tomizza

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La poesia visiva di «Alle spalle di Trieste»
Foto Goran Žiković

“Quest’anno festeggiamo un grande scrittore della nostra macroregione, Fulvio Tomizza. Un autore amatissimo, celebrato nel suo novantesimo anniversario… Abbiamo voluto farci ispirare da una sua opera letteraria, intitolata Alle spalle di Trieste. Si tratta di un libro che raccoglie pensieri, articoli e sguardi su questa nostra terra complicata.”
Con queste parole ha aperto la mostra Massimo Premuda, direttore del Museo d’Arte Moderna “Ugo Carà” di Muggia, introducendo al pubblico non solo un’esposizione, ma un vero e proprio attraversamento della memoria. È proprio da questa “terra complicata” – ricamata di storia e lacerata da memorie – che prende forma la mostra Alle spalle di Trieste. Storie e territori di confine, inaugurata il 2 ottobre 2025 negli spazi del Museo Ugo Carà di Muggia.

Alessandro Del Puppo, Nicola Delconte ed Enrico Eva Foto Goran Žiković
Alessandro Del Puppo, Nicola Delconte ed Enrico Eva Foto Goran Žiković

DALLA PAROLA ALL’IMMAGINE: IL FILO CONDUTTORE DELLA MOSTRA

Il titolo non è stato scelto a caso: omaggia la raccolta saggistica di Fulvio Tomizza, pubblicata nel 1995, in cui lo scrittore istriano tornava con voce intima e dolorosa su ciò che resta dietro le spalle. Dietro le spalle dell’esule e del nostalgico. A novant’anni dalla sua nascita, Fulvio Tomizza è diventato il filo conduttore di un percorso che va oltre la semplice esposizione di opere d’arte, esplorando il paesaggio e il confine come esperienze di vita.
La mostra, curata da Alessandro Del Puppo, storico dell’arte e professore ordinario all’Università degli Studi di Udine, è il quinto capitolo di un ciclo che la Fondazione CRTrieste e il Museo Ugo Carà dedicano alla relazione tra letteratura e arti visive, proseguendo un filone già tracciato con Stelio Mattioni, Scipio Slataper, Italo Svevo e Umberto Saba. In questo nuovo episodio, l’arte visiva accompagna le parole di Tomizza lungo un percorso diviso in tre parti: Conflitti e contatti, Le geografie e la memoria e il Paesaggio come stato d’animo.

Foto Goran Žiković

UN MOSAICO DI MEMORIE

Il viaggio si apre con una frattura. Il dipinto Strada di Sarajevo dell’artista Marcello Ostrogovich è molto di più di un acquerello urbano. La luce che attraversa l’opera richiama l’attimo dell’attentato del 1914, cioè l’inizio di un secolo destinato a lasciare ferite profonde nella storia e nella memoria collettiva. È una strada che divide, come la storia che l’ha segnata, e introduce il tono elegiaco del percorso: più che una narrazione, un mosaico di ferite e memorie.
A ricordarci che il confine non è solo una questione geopolitica, ma anche una zona affettiva, sono le opere di Gianna Lampe. Presente all’inaugurazione, l’artista ha donato alla Fondazione CRTrieste alcuni dei suoi lavori, che si sono inseriti nella sezione più poetica della mostra. I suoi paesaggi, come l’opera Val Rosandra, sembrano suggerire che l’altrove non è solo una distanza geografica, ma anche uno stato interiore di un individuo. I suoi quadri non raccontano luoghi, ma il modo in cui quei luoghi rimangono impressi nella memoria di quelli che li hanno lasciati. “Ci sono dei quadri bellissimi,” ha dichiarato durante l’evento il vicesindaco di Muggia, Nicola Delconte, “io personalmente sono rimasto colpito dalle opere di Gianna Lampe, che veramente ci onora. Fulvio Tomizza scrisse delle cose meravigliose… Ha raccontato il dramma, il grande passaggio, ma anche la rinascita.”
Non è un caso che la mostra si concluda con visioni crepuscolari. Tra le ultime opere in esposizione, Tramonto di Pietro Lucano restituisce la malinconia silenziosa di un villaggio al calare del sole. E accanto, Pesca sul lago di Adolfo Levier trattiene il tempo come sospeso, in una scena che sembra immobile da sempre o forse solo in attesa di essere ricordata.

La pittrice Gianna Lampe Foto Goran Žiković
La pittrice Gianna Lampe Foto Goran Žiković

IMPARARE A DIALOGARE TRAMITE IMMAGINI E MEMORIE

“La Fondazione CRTrieste si dedica da anni alla valorizzazione del proprio patrimonio artistico,” ha raccontato Enrico Eva, della Fondazione CRTrieste, “ma non si tratta solo di promuovere dei quadri. La nostra missione è stare accanto a tutte le forme di povertà, comprese quelle letterarie, culturali e artistiche. Ecco perché la Fondazione si dedica nell’implementare queste mostre e di mettere a disposizione gratuitamente i quadri di propria proprietà. Portare queste opere a Muggia, in un luogo così bello, significa anche valorizzare un territorio. La collaborazione con il Comune prosegue da cinque anni, ed è diventata, a questo punto, parte della nostra identità. Ormai ha un significato storico.”
Alle spalle di Trieste non è dunque una mera esposizione, ma un dialogo sottile tra immagini e memorie, tra sguardi antichi e presente incerto. Ogni quadro esposto è una domanda aperta: cosa significa vivere sul confine e come si trasmettono le memorie della perdita? Forse è questa la chiave della mostra: come viene trasformata la nostalgia in opere d’arte? Trieste, Muggia, Fiume, l’Istria e la Dalmazia sono nomi che non si dissolvono, ma che restano come ombre nelle rughe della storia. Proprio lì, tra quelle rughe, si infilano le immagini di questa mostra. Come chi si volta a osservare il passato, non per tornare, ma per custodirne la memoria.

Foto Goran Žiković
Massimo Premuda, direttore del Museo d'arte moderna Ugo Carà  di Muggia Foto Goran Žiković
Il direttore del Museo d’arte moderna Ugo Carà di Muggia, Massimo Premuda Foto Goran Žiković
Foto Goran Žiković
Uno degli acquarelli di Guglielmo Grubissa esposti a Muggia

Dentro la mostra, con Alessandro Del Puppo

Alle spalle di Trieste è un titolo che suggerisce uno sguardo retrospettivo, ma forse anche marginale. Cosa c’è, oggi, ‘alle spalle’ di questa città?
“Non parlerei di marginalità, anzi: è esattamente il contrario. Il punto di partenza è la raccolta di saggi di Tomizza, testi scritti nel corso di diversi anni, in cui racconta la sua esperienza di esule, da istriano che ha vissuto il dramma dell’esodo. Forse, più di ogni altro, Tomizza è riuscito a restituire quelle complesse ragioni con profondità e verità.
Con questa mostra abbiamo voluto dire che esiste una città che si chiama Trieste, ma anche un territorio che le sta intorno, e che c’è una possibilità – anche simbolica – di guardarla “alle spalle”. Si tratta di uno sguardo sia cronologico che geografico. Per questo motivo l’esposizione inizia con opere che evocano la Prima Guerra Mondiale, la Seconda, e infine l’esodo istriano: eventi che rappresentano le premesse storiche da cui partire per costruire anche una riflessione più ampia sulla mobilità dei confini, sul paesaggio come contenitore di memorie. Dietro ogni paesaggio – anche il più semplice – si può celare una storia. Una verità storica che può essere drammatica, ma anche elegiaca, intima, non di rado piacevole.”

Come si è costruita la relazione tra le opere selezionate e l’eredità letteraria di Fulvio Tomizza? È un dialogo o una traduzione visiva del suo mondo?
“In questo caso abbiamo fatto qualcosa di diverso rispetto alle mostre precedenti. Con Svevo, Saba o Slataper potevamo immaginare un dialogo diretto tra il loro immaginario e la rappresentazione visiva. Con Tomizza invece, l’approccio è stato più indiretto, ma forse anche più profondo.
Abbiamo voluto restituire attraverso l’arte visiva quella stessa sensibilità con cui lui ha raccontato l’Istria, la sua memoria biografica, la sua esperienza dell’esilio e dello “stare alle spalle” – cioè in una posizione altra, decentrata ma piena di significato. Anche gli artisti presenti in mostra, in vari modi, esprimono un vissuto simile. Non a caso, alcuni – come Guglielmo Grubissa – sono nati in Istria. La loro è una narrazione parallela, che attraversa il paesaggio e il ricordo proprio come ha fatto Tomizza con la parola.”

C’è un’opera in mostra che l’ha sorpresa per come dialoga col tempo presente?
“Direi quella che, anche fisicamente, è la più grande in mostra: il dipinto di Edgardo Sambo che raffigura l’esplosione di una granata sul Piave. È una scena che ci riporta alla guerra del ‘15-’18, a un’Europa segnata dai conflitti. Purtroppo, è anche un’immagine che ci parla del nostro presente, perché stiamo vivendo in un tempo in cui certe ferite sembrano ripetersi, direttamente o indirettamente.
Ecco, forse è questa l’opera che più di tutte ci mette di fronte a una ciclicità della storia da cui fatichiamo a liberarci.”

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