Il Premio LericiPea “Edito” 2025, uno dei più prestigiosi riconoscimenti italiani per la poesia, ha scelto la sua voce. È quella di Mauro Sambi, autore della raccolta “Cura”, edita da Ronzani Editore: un libro intenso e raffinato, capace di toccare corde profonde, in equilibrio tra rigore formale e tensione emotiva. Nato a Pola, professore ordinario di chimica presso l’Università di Padova, il connazionale ha conquistato giuria, proprietà e pubblico con la raccolta che nasce da una vicenda personale.
La poesia è una cura che va al di là del soggetto stesso e si offre con generosità e naturalezza al tu, ossia a tutti noi. Naturalezza è una parola chiave per la poesia di Sambi: anche il colpo più duro può trovare una intonazione, una vibrazione musicale che si modella con leggerezza, senza sforzo alcuno, dentro lo spartito del sonetto, la forma più amata. “Mettere in versi la vita” era il programma poetico di Giovanni Giudici, uno degli autori senz’altro più amati e frequentati da Mauro Sambi. Il quale può “trascrivere fedelmente, senza tacere/particolare alcuno l’evidenza” della propria condizione umana, e può come nel libro premiato, intenso e necessario, mettere in versi l’inciampo inatteso e spiazzante della malattia. Una malattia che chiama immediatamente in causa il bisogno e la responsabilità della cura, termine che ha molte sfaccettature ma che per Sambi è soprattutto legato all’esistenza stessa della poesia, alla possibilità che la poesia ha – con le parole dell’autore – di “tentare una forma di salvezza non effimera e non fallace di tutto ciò che abbiamo perduto, di tutto ciò che ha patito l’ingiustizia della fine e della morte, (e) farlo risuonare in una piccola durata che persiste quanto il presente della nostra eternità”. Da qui nasce una voce poetica che sa essere intimamente personale e insieme farsi attraversare e irrorare dalle voci del “grande stile” novecentesco.
Bellezza e caducità della vita
Nel contributo intitolato “‘Cura’ di Mauro Sambi: quando la malattia sconvolge la vita” – a firma di Elis Deghenghi Olujić – pubblicato ne “La Battana” num. 235, leggiamo che PARKINSON Ipersonettino, la seconda delle cinque sezioni in cui si articola il libro, è il nucleo centrale dell’opera e la prima in ordine cronologico.
“In PARKINSON Ipersonettino – scrive Deghenghi Olujić – l’io poetico esprime il tumulto emotivo generato dalla scoperta della diagnosi con misurata riservatezza, sensibilità e cordialità: con una dizione sempre elegante e raffinata, esente da sterili pietismi e mai patetica, Sambi esprime una dedizione incondizionata e appassionata alla vita, esplorata e amata nella sua essenza di bellezza e caducità, dà voce alla speranza con un discorso fondato non sulla rassegnazione verso il dolore e la morte, ma sulla loro pacifica accettazione come parti integranti di un ciclo dell’esistenza da vivere e amare nella totalità”. Entrando nel contenuto, nel significato e nella forma di “Cura” abbiamo voluto capire quali sono gli elementi della poesia di Sambi che hanno conquistato la Giuria cittadina, formata da 66 spezzini precedentemente selezionati e di cui fanno parte anche le principali autorità cittadine.
Che cosa prova da vincitore del Premio?
“Sono contento, sono anche un po’ disorientato. In poco tempo la notizia è stata divulgata su diversi media nazionali”.
Legato alle sue origini
Perché è importante la Comunità Nazionale Italiana per lei in questo contesto?
“Perché ci sono nato e cresciuto; la CNI mi ha dato gli strumenti iniziali che mi hanno portato a questo risultato e di questo sono molto grato. Recentemente mi è stato segnalato un poeta inglese molto noto, ma che io non conoscevo. Si chiama Don Paterson. È un autore di sonetti. Ho trovato quindi un tratto in comune. Lui è scozzese e in un’intervista il giornalista gli chiede per quale motivo sia tanto legato alla Scozia, suo Paese natale. Paterson gli spiega che ci si accorge di questo legame soprattutto quando si va a vivere lontani dal posto in cui si è nati. Così è anche per me. Io sono molto legato ai posti in cui sono nato; mi hanno segnato, continuo a tornarci. Mi sento a tutti gli effetti istriano; un istriano temporaneamente all’estero, per quanto il tempo sia di lunghezza indefinita. Il fatto di vivere da tanti anni nel Veneto ha semmai rafforzato questo legame. Tutto ciò che scrivo in qualche modo è legato alle mie origini. I miei libri sono pieni d’Istria e di Pola e della duplicità che deriva da questa situazione”.
Ci descriva la situazione in cui la poesia assume una funzione lenitiva.
“Quando troviamo conforto a un dolore, a un’angoscia, a una paura, identificandoci con l’esperienza del poeta – che la poesia distilla con una chiarezza, una potenza, una forza comunicativa che alle nostre forze è preclusa– allora ne siamo confortati, curati. Riconosciamo la comune umanità che ci unisce. Leggiamo e pensiamo ‘Come è vero! Non avrei saputo dirlo meglio!’ Mettere in forma il dolore è un modo per dargli un contorno, un limite – per esorcizzarlo. Non bisogna temere la consolazione, il lenimento del dolore cercato nella poesia. Oggi, purtroppo, questa funzione sembra screditata. Troppo spesso si presume che per essere ‘scrittori adulti’ si debba registrare impassibilmente la realtà. Ma così facendo spesso si finisce per diventare, di fatto, i custodi della realtà così com’è, anche quando sarebbe urgente cambiarla. L’ho trovato benissimo espresso da Giancarlo Pontiggia: ‘non basta riprodurre naturalisticamente la realtà, quando è tremendamente mediocre. Bisogna pensarne un’altra’ (G. Pontiggia, ‘Un libro che divorerei. Pareri di lettura’, Venezia, Palingenia, 2024; p.155)”.
Uno specchio della realtà
Perché è necessaria una corrispondenza integrale della poesia con la verità della vita?
“Potrei citarle una frase celebre di Umberto Saba: ai poeti resta da fare la poesia onesta. È un compito sempre da compiere e mai interamente compiuto. Provo sempre una grande ammirazione per quei poeti in cui è evidente la coerenza tra ciò che scrivono e ciò che sono. La poesia non è ‘bella scrittura’ per amore d’effetto. Non è ritoccare la realtà per abbellirla. Quella è, semmai, letteratura, generalmente cattiva letteratura. La poesia è, piuttosto, un modo della verità. Uno dei più completi e compiuti. La poesia è ‘bella’ solo se, prima, è un modo della verità. In quanto tale è una delle più straordinarie forme di conoscenza della realtà. Bellezza e verità in poesia sono una cosa sola. Lo dice meravigliosamente bene Theodor W. Adorno in ‘Minima moralia’, là dove scrive: ‘Lo scrittore non deve accondiscendere alla distinzione tra espressione bella ed espressione adeguata. Non deve credere al critico premuroso che la formula, né tollerarla presso di sé. Quando gli è riuscito di dire tutto quel che voleva dire, ciò che ha scritto è bello. La bellezza dell’espressione che è fine a se stessa non è ‘troppo bella’, ma ornamentale, artigianale, brutta. Ma chi, col pretesto di sacrificare tutto alla cosa, rinuncia alla purezza dell’espressione, tradisce anche la cosa’”.
Nella silloge il morbo di Parkinson è l’“ospite ingrato”. Quali ne sono le conseguenze?
“La malattia di Parkinson è un guaio che capita a molti. Quando capita in prima persona, ci si accorge ben presto che è una malattia mal compresa, associata quasi solo al tremore, che per altro non tutti i malati sperimentano. È invece una patologia molto complessa che, oltre ai sintomi motori (rigidità muscolare, bradicinesia, tremore), presenta tutto uno spettro di sintomi quasi ‘invisibili’ agli altri. Questi – specialmente nella fase iniziale della malattia – possono essere addirittura più invalidanti: disturbi del sonno e dell’umore, dolori, problemi di memoria e cognitivi, stanchezza cronica, e molto altro. Ognuno ha il suo Parkinson, come un’impronta digitale. Io sono associato da poco all’Associazione Italiana Giovani Parkinsoniani, AIGP (www.parkinsongiovani.com), la cui sede è a Torino e il cui presidente è Massimiliano Iachini. Proprio all’AIGP e a Iachini ho voluto dedicare la vittoria al LericiPea, allo scopo di sensibilizzare il pubblico su quella che è la seconda malattia degenerativa più diffusa dopo l’Alzheimer, prevista in forte crescita nei prossimi anni. La scrittura di ‘Cura’ non ha avuto, infatti, solo uno scopo auto-terapeutico. Volevo far capire a chi è sano come si vive l’incontro e la convivenza con l’‘ospite ingrato’, e dar voce a chi è ammalato e non sa come esprimere ciò che prova. L’accoglienza del libro da parte di AIGP è stata calorosissima, confortante”.
Cercare la propria libertà
In tutta la raccolta è fedele al sonetto. Che cosa le consente di esprimere questa forma metrica?
“In ‘Cura’, in particolare, la forma rigorosamente chiusa corrisponde alla ‘gabbia’ sempre più stretta entro la quale ci si sente costretti dalla malattia. Il libro inizia con versi lunghi, distesi, quasi sovrabbondanti, e riduce il passo a mano a mano che avanza, fino a trovare la misura del settenario, il verso leggero per eccellenza della nostra tradizione. A voler dire: trattiamo con leggerezza, e anche con un filo d’ironia, un argomento pesante. La forma chiusa costringe, ed è dentro i vincoli della costrizione che si deve scavare la propria libertà”.
Nelle sue liriche prevale una vocazione autobiografica; alcuni versi sono dedicati alla consorte, ai figli e alla madre. Sono dei veri e propri “lasciti testamentari”. Questi ultimi possono essere una specie di “cura”?
“Sarebbe riduttivo considerare ‘Cura’ solo come un diario della malattia. Prenderne coscienza significa anche capire più a fondo quali sono i casi seri della vita, quelli essenziali. La mia conclusione, non da ora, ma ora in maniera definitiva, è che ciò che conta soprattutto è l’amore dato e ricevuto. In varie forme: per la propria compagna, per i genitori, per i figli, per gli amici, per gli allievi. Il significato di ‘cura’, allora, se parte da ‘pensiero molesto, affanno, preoccupazione’, muta ben presto in ‘riguardo, attenzione, premura vigile’, fino ad approdare a ‘oggetto costante (costituito da persone o cose) dei propri pensieri, delle proprie attenzioni, del proprio attaccamento’. In questa oscillazione sta il valore curativo, terapeutico, della scrittura”.
Un’interpretazione provvisoria
Si ispira a Goethe e Shakespeare; traduce i loro versi e li inserisce nel volume. Che cosa rappresenta il sonetto shakespeariano per lei?
“Un motivo pluridecennale di fascino. Inestinguibile. Ci sono suoi sonetti tradotti fin dal mio primo libro, nel 1998. Ciò che mi affascina, in essi, è la suprema eleganza del ritmo, del suono, del pensiero, l’enorme variabilità di modi, di toni e di registri, dall’alto al ‘basso’. La scommessa affascinante è trovare un ‘passo equivalente’, nella versione italiana, che rispetti il più possibile i vincoli imposti dalla forma-sonetto”.
Lei è dunque un poeta che traduce un altro poeta. Giacomo Leopardi ha riflettuto in modo molto profondo sulla questione della traduzione poetica. Leopardi riteneva che la poesia si potesse “sentire”, ma difficilmente “trasportare” da una lingua all’altra in modo fedele. È riuscito a “trasportare” i versi dal tedesco e dall’inglese all’italiano. Che cosa significa tradurre?
“Essenzialmente prendere a prestito parole altrui, perfette, per dire a qualcuno cose che mi stanno a cuore. Cercando di lavorare su quel margine dove, per ora, l’intelligenza artificiale fallisce. In essenza: dar forma efficace nella lingua di arrivo. Questo significa spesso dover fare scelte anche dolorose. Essenzialmente è una forma di interpretazione dell’originale, e in quanto tale mai esclusiva e mai definitiva”.
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