Il Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume ha ospitato il concerto “La playlist della mia vita” (Playlista mog djetinjstva) con il quale il rinomato pianista liburnico Zvjezdan Ružić assieme al suo Sextet ha celebrato il decimo anniversario dell’uscita del primo disco, “The Knightingale Cabaret”. Invece di limitarsi a proporre i brani del succitato album assieme ai suoi colleghi, Zvjezdan Ružić ha pensato di dare vita a una serata speciale presentando in una veste nuova una selezione di canzoni che amava ascoltare da bambino e da adolescente e che componevano, appunto, la “playlist della sua infanzia”. Nel progetto, oltre agli straordinari musicisti del suo sestetto – Tomaž Gajšt alla tromba, Vojkan Jocić al sassofono soprano, Lenart Krečič al sassofono tenore, Miha Koren al contrabbasso e Adriano Bernobić alla batteria –, ha coinvolto anche il Coro giovanile “Josip Kaplan” e il Coro da camera “Val” di Fiume, due compagini di alto livello entrambe dirette da Doris Kovačić.
Una serata fuori dagli schemi
Il risultato: una serata fuori dagli schemi realizzata secondo i più alti standard professionali da ogni punto di vista, un’infusione di magia operata tramite arrangiamenti fantasiosi e ottime esecuzioni, che hanno impreziosito ciascuno dei celebri brani proposti.
La serata è iniziata con “Mamurni ljudi” del gruppo macedone “Leb i sol”, un brano la cui energia, il ritmo trascinante e l’intrigante sezione degli ottoni hanno creato un’atmosfera elettrizzante sul palcoscenico e nella platea gremita. L’arrangiamento del brano ha dato spazio a tutti i componenti del concerto – al pianoforte di Zvjezdan Ružić, agli assoli dei membri del sestetto e agli interventi dei due cori –, creando un fitto tessuto armonico e sonoro. Lo stesso principio è stato applicato anche negli arrangiamenti delle altre canzoni, il che ha permesso a ciascuno degli ensemble coinvolti di brillare.
L’unico piccolo neo dell’immagine sonora, da tutti gli altri aspetti ineccepibile, è stato il fatto che nei momenti in cui gli ottoni del sestetto suonavano in contemporanea con gli interventi dei cori, questi ultimi risultavano “coperti” dal potente suono degli strumenti. Il problema, a nostro avviso, non sta nell’impianto sonoro, bensì nella natura stessa degli ottoni, che sovrasta regolarmente qualsiasi altro strumento e così anche la voce.
È stata quindi la volta dell’immortale canzone “O jednoj ljubavi” di Josipa Lisac, uno degli apici assoluti della musica leggera croata. Il pianista ha quindi voluto salutare i presenti spiegando che ha voluto celebrare il decimo anniversario del suo primo album con un progetto nuovo, in quanto lo stesso Zvjezdan Ružić Sextet ha avuto una pausa di quattro anni.
Continuare a sognare
“Eccoci nuovamente insieme sul palcoscenico con un programma ‘fresco’ – ha puntualizzato Ružić –. Le canzoni selezionate per questa sera non sono mie. Con esse ho voluto farvi ricordare i vostri sogni, così come questo concerto è una celebrazione del mio sogno giovanile, quello di diventare un pianista. Inizialmente suonavo la fisarmonica, ma poi ho combattuto per imparare a suonare il pianoforte e per diventare ciò che sono oggi. Vorrei che questo concerto vi sproni a continuare a sognare. Oggi celebriamo i nostri e i miei sogni diventati realtà”.
I musicisti hanno quindi proposto “Za koji život treba da se rodim” del gruppo “Time”, una delle canzoni più emblematiche della scena rock jugoslava degli anni Settanta, alla quale ha fatto seguito un altro brano imprescindibile dell’epoca, “Pristao sam biću sve što hoće” dei “Bijelo dugme”, che nella versione di Zvjezdan Ružić è stata trasformata in una vera e propria rapsodia. Dal delicato assolo al pianoforte di Ružić agli interventi del coro e dell’ensemble strumentale, tutti gli elementi dell’arrangiamento hanno concorso a creare un irresistibile crescendo di suono e intensità. “Par godina za nas” degli EKV è stato il brano proposto in seguito. Anche qui è emersa la libertà artistica di Ružić come pianista e arrangiatore, ma anche dei musicisti, che hanno trasformato il pianoforte e il contrabbasso in strumenti a percussione.
Fluidità delle interpretazioni
A questo punto va detto qualcosa anche sulla direzione di Doris Kovačić, senza dubbio uno dei migliori direttori di cori in Croazia. Nonostante il poco tempo a disposizione, la maestra di coro è riuscita a preparare i suoi cantori in maniera esemplare e ha contribuito con la precisione e la sicurezza del suo gesto al successo del concerto e alla fluidità delle interpretazioni.
Si sono susseguiti quindi i brani “Soba 23” dei “Denis&Denis”, “O kako tužnih ljubavi ima” di Đorđe Balašević (qui il fantasioso assolo di Ružić ci ha ricordato per il suo estro espressivo lo straordinario “The Köln concert” del grande Keith Jarrett), intercalati da simpatici aneddoti raccontati dal pianista. Sono state quindi proposte la meravigliosa “Da sam ja netko” degli “Index”, “Život je nekad siv, nekad žut” di Bajaga, “Pakleni vozači” del gruppo “Atomsko sklonište”, “Ponoćna zvona” di Neno Belan, “Kada me dotakne” dei “Parni valjak”. Nelle ultime due il pubblico si è timidamente unito cantando ai musicisti. La parte ufficiale del concerto si è conclusa con “Mi smo totalno drukčiji od drugih” dei “Vještice”, seguita dal bis “Dobre vibracije” di Jura Stublić.
“La playlist della mia infanzia” è un progetto di altissima qualità artistica che meriterebbe di venire proposto anche in altri ambienti e occasioni.




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