La musica, nel sangue e nell’anima

A colloquio con Osman Eyublu, musicista del Teatro Nazionale Croato «Ivan de Zajc», che racconta il suo percorso tra pianoforte e violino, tra Mosca, Baku e Graz, tra rigore, piacere e sperimentazione

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La musica, nel sangue e nell’anima
Osman Eyublu. Foto Roni Brmalj

Osman Eyublu porta con sé una formazione che nasce in casa, in un clima dove lo studio non era un’idea astratta, ma un’abitudine quotidiana. Attorno a lui, fin dall’infanzia, strumenti, lezioni, allievi, una disciplina che si sedimenta lentamente e diventa identità. Quando racconta i suoi inizi, non indulge in mitologie del talento. Parla di ore, di costanza, di fatica e anche di piacere, di una scelta che, pur iniziando presto, si è fatta via via più consapevole. Il suo percorso attraversa Baku, Mosca e Graz e mette in contatto scuole e metodi diversi. Da un lato l’impronta seria della formazione russa, dall’altro l’apertura europea verso linguaggi contemporanei, improvvisazione, teatro e cinema. Oggi, al TNC “Ivan de Zajc” di Fiume, l’artista vive la doppia appartenenza di violinista e pianista come una fedeltà quotidiana, mai risolta in una preferenza netta. In questa conversazione ripercorre tappe, incontri, convinzioni e dubbi con una lucidità che illumina, dall’interno, l’idea stessa di educazione musicale.

Una casa piena di suoni
Partiamo dalle origini. In quale momento della sua infanzia la musica ha iniziato a manifestarsi come una presenza concreta nella sua vita?
“Dal lato materno, quasi tutti si occupavano di musica. Mio nonno era violista, mia nonna aveva iniziato con l’arpa e poi si era dedicata al pianoforte, che ha insegnato per quasi quarant’anni. Nella nostra casa i suoi allievi andavano e venivano, e io, sin dalla nascita, assorbivo quelle melodie. Anche mia madre e mio zio, suo fratello, hanno studiato musica per nove anni. Lui, in seguito, è diventato musicologo e art manager, molto attivo nel panorama culturale; lei, invece, ha scelto la medicina, ma la musica è rimasta sempre una parte viva della sua identità. In un contesto simile, era quasi scontato che anch’io mi avvicinassi alla musica, anche se all’inizio non era chiaro quale strumento sarebbe diventato il mio. Fu mio zio a suggerire alla famiglia di farmi iniziare contemporaneamente con il pianoforte e con il violino, per darmi il tempo e lo spazio di scegliere. L’idea era quella di fare un esperimento, e vedere cosa sarebbe accaduto. E l’esperimento funzionò, perché mi innamorai subito di entrambi. Lo studio era intenso – per anni ho dedicato tre o quattro ore al giorno a ciascuno strumento, oltre alla scuola – ma non l’ho mai vissuto come un sacrificio. Era un gesto naturale, parte della mia quotidianità. Non ho mai avuto la sensazione di perdere qualcosa dell’infanzia”.

Nel suo percorso iniziale ha mai sentito una naturale inclinazione prevalere verso uno dei due strumenti, oppure il legame è sempre rimasto equilibrato?
“No, non ho mai sentito una vera preferenza. Ho amato entrambi gli strumenti, e continuo ad amarli allo stesso modo. Questo equilibrio mi ha accompagnato per tutta la vita. Da una parte, i professori di violino mi incoraggiavano a scegliere il violino; dall’altra, quelli di pianoforte mi spingevano verso il pianoforte. Per me era una scelta difficile, come se mi si chiedesse di scegliere tra due figli o tra due amici molto stretti. E, in fondo, è così ancora oggi”.

Da quell’avvio precoce, in che modo lo studio e l’attività concertistica hanno iniziato a strutturarsi con maggiore rigore?
“Avevo poco più di cinque anni, e a sei ho tenuto il mio primo concerto, sia come pianista che come violinista. Da lì in poi, tutto è proseguito con gradualità, ma anche con crescente impegno e serietà. Un momento decisivo è arrivato grazie al fondo russo ‘Nova Imena’, che mi ha permesso di accedere alla Scuola Superiore di Musica di Mosca, parte integrante del Conservatorio ‘P. I. Čajkovskij’. Il programma prevedeva che alcuni professori dello stesso o viaggiassero in diverse regioni dell’ex Unione Sovietica per ascoltare giovani talenti. Quando ne individuavano uno, lo invitavano a partecipare a masterclass e festival nella capitale. È così che hanno scelto anche me, riconoscendomi sia come pianista sia come violinista, e mi hanno offerto la possibilità di vivere quelle esperienze. Avevo dieci o undici anni, e dopo quell’incontro mi è stata proposta l’ammissione all’istituzione che ho appena menzionato”.

L’esperienza moscovita è arrivata prestissimo. Come ha vissuto, da giovanissimo, il trasferimento e l’ingresso in un sistema formativo così esigente?
“Non è stato facile, anche se la passione era molto forte. Dopo il secondo anno di studi, però, mia madre ha iniziato a interrogarsi su quella scelta. Si è trovata in una posizione delicata, perché ha cominciato a pensare che forse fossi troppo giovane per affrontare una vita così intensa, e che, in fondo, mi avesse lasciato andare troppo presto. Mi ha proposto allora di tornare a Baku e di concludere lì il baccalaureato. Ho accettato, e in seguito mi sono trasferito a Graz, dove ho frequentato il master in violino, completando così il mio percorso come violinista classico. A livello fisico, è diventato chiaro che non avrei potuto mantenere lo stesso livello su entrambi gli strumenti. Tuttavia continuo a coltivarli con dedizione: l’approccio richiesto da ciascuno è profondamente diverso, ma per me restano due grandi amici, e continuo a portarli avanti in parallelo”.

Guardando a quegli anni, quanto il senso del dovere ha inciso sul suo rapporto con la musica e quanto spazio restava al piacere dello studio?
“La responsabilità era enorme, ma nei primi dieci anni era inevitabile che fosse così. Credo che la musica, un po’ come lo sport, debba essere affrontata con grande serietà, soprattutto durante l’infanzia. È una scuola di disciplina e, al contempo, un’esperienza educativa molto formativa. Naturalmente esiste anche una dimensione giocosa, ed è giusto che ci sia piacere, ma si tratta comunque di un’arte, e come tale richiede impegno e dedizione. Quando sei piccolo, ogni giorno ti mette alla prova. Devi imparare a superarti, a restare sincero, a mantenerti aperto alla scoperta. Ma per farlo serve una base solida, una competenza reale che ti permetta di esprimerti. A cinque o sei anni, è normale voler uscire a giocare, tirare calci a un pallone. Tuttavia, se scegli questa strada, sai bene che non puoi farlo, e soprattutto che non devi. Devi restare seduto e studiare. Nel mio caso, i primi dieci anni non sono stati semplici, ci sono stati momenti difficili, lacrime, e anche tanta fatica. Ma poi qualcosa è cambiato. È arrivato il momento in cui non serviva più che qualcuno mi dicesse quanto fosse fondamentale esercitarmi, perché lo sapevo da solo. Lo studio era diventato un piacere pieno. Quando ho cominciato a intuire che un giorno avrei potuto godermi davvero il palco, ho capito anche che bisognava rinunciare a qualcosa nel presente, per non trovarsi in futuro a rimpiangere il tempo perso o l’occasione mancata. Solo così avrei potuto sentirmi pienamente soddisfatto e sapere di aver fatto tutto il possibile per vivere quella gioia in profondità. Purtroppo molti artisti – e non solo musicisti, ma anche scrittori e pittori – a volte si smarriscono nella tecnica. Ma l’arte non è solo questo. Conta anche il sentimento, la capacità di esprimersi, la creatività. Quest’ultima è un dono, è talento, ma se non hai una tecnica abbastanza solida da sostenerla, rischia di restare inascoltata. Le due cose non sono separate, anzi, sono profondamente legate”.

Oggi, dopo un percorso così articolato, che rapporto ha con la propria preparazione tecnica e con la disciplina quotidiana?
“Sì, mi sento sicuro della mia base tecnica. È il risultato di un esercizio continuo e di un percorso molto rigoroso. E, anche se oggi la Russia è spesso raccontata attraverso una narrazione negativa, io per tutta la vita resterò profondamente grato ai miei professori di Mosca. In particolare al professor Sergej Kravčenko, che era stato allievo di Leonid Kogan. Da loro ho ricevuto una preparazione e una solidità tecnica straordinarie, sulle quali continuo ancora oggi a fare affidamento. Grazie a questo lavoro, spero di poter suonare con consapevolezza e libertà anche a settantacinque anni. Sono altrettanto riconoscente ai docenti incontrati successivamente in Europa, che hanno arricchito la mia formazione offrendomi prospettive diverse e complementari. Questo mi permette di esprimermi su più livelli, dalla musica classica a quella contemporanea, dall’improvvisazione ad altri linguaggi. Tra queste figure desidero ricordare in particolare la professoressa Silvija Marković, considerata una delle migliori violiniste dell’attualità, per ciò che mi ha trasmesso umanamente e artisticamente. A Graz, inoltre, ho potuto ampliare ulteriormente il mio orizzonte studiando musica per film, improvvisazione, musica contemporanea, teatro musicale e composizione. Quest’ultima mi è stata insegnata dal celebre Georg Haas. Guardando indietro, posso dire di aver avuto molta fortuna e di aver incontrato occasioni preziose, che hanno contribuito in modo decisivo a definire il mio rapporto con la disciplina, la tecnica e la libertà espressiva”.

La libertà di scrivere e insegnare
Ha mai preso in considerazione strade professionali diverse dalla musica?
“Come succede a molti bambini, anche io da piccolo immaginavo percorsi molto diversi. Il primo sogno è stato quello di diventare astronauta, e ancora oggi penso che se un giorno la musica dovesse andare male potrei sempre tornare a studiare fisica. In certi momenti volevo fare il soldato, in altri il medico. Su quest’ultima idea mia madre insisteva molto. Aveva in casa libri, strumenti e materiali legati alla medicina, e mi diceva spesso che si tratta di una delle professioni più nobili, perché porta luce e speranza nella vita delle persone.Alla fine, però, ha prevalso la passione per la musica, e se dovessi rinascere la sceglierei ancora, o qualcosa nel suo contesto”.

Accanto all’attività strumentale, la composizione occupa un ruolo importante nel suo lavoro. Come si colloca questa pratica nella sua identità musicale?
“È vero, anche se non amo considerarmi un compositore. È una parola importante, che porta con sé una grande responsabilità, soprattutto oggi, nel XXI secolo, in un’epoca in cui possiamo ancora confrontarci con le opere e le partiture dei grandi maestri. Purtroppo, uno dei problemi del nostro tempo è che molti si considerano compositori, o si autodefiniscono artisti, ma questi termini hanno perso spessore e sono diventati spesso troppo generici. Io ho studiato composizione e non mi considero un dilettante, ma preferisco pensarmi come un musicista che sperimenta, che esplora con curiosità il linguaggio della scrittura. Credo che composizione e improvvisazione dovrebbero avere un ruolo centrale nella formazione. Sono strumenti fondamentali per aiutare un artista a riflettere su di sé, sul proprio pensiero musicale, sullo strumento che suona e sul dialogo con gli altri strumenti. Per questo continuerò a suonare musica classica – Beethoven, Mozart, Bach – e allo stesso tempo a cercare strade nuove. Non voglio sentirmi rinchiuso in un sistema rigido. Spesso, purtroppo, sono proprio gli insegnanti a farlo, incasellando gli studenti in cornici troppo rigide”.

Quali territori espressivi sente più affini quando scrive musica e quali forme di sperimentazione le risultano più stimolanti?
“Compongo continuamente per pianoforte e violino, con l’esigenza costante di muovermi e sperimentare in molti generi e dimensioni. Negli ultimi anni ho scritto anche per il cinema. L’anno scorso, in collaborazione con la drammaturga Maja Ležajić, ho realizzato le musiche per il suo film sperimentale ‘Alisa u zemlji’ (Alice nel paese), che ha ricevuto svariati premi. Mi occupo anche di musica per il teatro. Insieme al violoncellista Urban Megušar ho curato la parte musicale del monodramma ‘@pling.br i War(m)U’, con la regia di Simon Hastreiter, un progetto con il coinvolgimento dell’Università delle Arti di Graz, della Scuola Superiore di Teatro e Musica di Amburgo e dell’Accademia di Arti applicate di Fiume. L’interprete era Tijana Trošelj. Ho collaborato inoltre con lo spettacolo ispirato a ‘Fahrenheit 451’ di Ray Bradbury e con ‘Amarcord’, firmato da Luciano Delprato”.

Il suo ascolto attraversa generi e linguaggi molto diversi. Quanto questa varietà incide sul suo modo di pensare la musica?
“Certo. Da adolescente ero anche un metallaro, ascoltavo rap, elettronica – soprattutto quella sperimentale- e ho sempre amato la techno. Mi affascinano le possibilità dell’elettroacustica, soprattutto quando riesco a far dialogare elementi acustici ed elettrici, creando un linguaggio nuovo, un suono inaspettato che posso integrare nel mio lavoro”.

Nel panorama contemporaneo, come definirebbe oggi il concetto di qualità artistica e da quali elementi ritiene che dipenda?
“È una delle questioni più importanti del nostro tempo. Personalmente non credo esistano musica buona o cattiva, o arte buona o cattiva in senso assoluto, perché tutto dipende dal gusto, dalla formazione e da ciò che intendiamo per qualità. Prendiamo, ad esempio, le ‘cajke’. A volte, dal punto di vista della produzione, la musica è curata, la melodia funziona. Ma il testo può essere molto debole, e questo abbassa il valore complessivo dell’opera. La qualità è fatta di molte componenti: il suono, le scelte artistiche, la coerenza con un’idea, la capacità di realizzarla in modo convincente. Anche in questo caso, però, tutto è relativo. Ciò che a qualcuno può sembrare di qualità, ad altri no, e spesso il giudizio dipende dal livello di educazione e di consapevolezza con cui si ascolta o si guarda”.

Dopo un’esecuzione pubblica, quale tipo di giudizio tende a prevalere su sé stesso e quanto l’autovalutazione incide sul suo percorso?
“In generale, quasi mai sono completamente soddisfatto, e questo è un mio limite. Non mi considero un perfezionista, né una persona pedante, ma tendo sempre a inseguire un’idea di perfezione. Lo faccio in modo sano, perché credo che l’autocritica sia necessaria. È ciò che ti spinge ad andare avanti, a migliorare, a continuare a sperimentare”.

Il presente tra teatro, didattica e radici
Ha avuto occasione di esibirsi professionalmente anche nel suo Paese d’origine?
“Sì. Tre anni fa, durante un festival, ho presentato il mio progetto solista, in cui suonavo sia come pianista che come violinista. Il concerto è stato trasmesso anche dalla BBC”.

Il lavoro con il ReVibrant Trio e i progetti per bambini l’hanno portata a confrontarsi anche con la dimensione educativa. Che riflessioni le ha lasciato l’insegnamento?
“Sì, ci ho pensato spesso, anche perché per due anni ho insegnato alla Yamaha Music School di Fiume, insieme a Olja Dešić. Tenevo corsi individuali e di gruppo, aperti a tutte le età. È stata un’esperienza davvero interessante e utile, grazie alla quale ho capito quanto sia grande la responsabilità dell’insegnare, e quanto servano pazienza e un talento specifico, diverso da quello dell’artista. A un certo punto ho dovuto interrompere, perché i tempi non mi permettevano di portare avanti tutto. Ma quell’esperienza mi ha lasciato molto, anche dal punto di vista umano. Oggi credo che ci siano diversi problemi nel campo dell’educazione, perché in molti si improvvisano insegnanti o educatori, senza rendersi conto di quanto influiscano sul futuro dei bambini. Se non fanno bene il loro lavoro, non ci si può sorprendere se una generazione cresce senza punti di riferimento solidi. Quando studiavo io, la maggior parte dei docenti era di grande qualità, e questo creava un senso di giustizia, di verità nel mondo. Oggi, invece, servirebbe anche una maggiore collaborazione da parte delle famiglie. I genitori dovrebbero lavorare insieme agli insegnanti, invece di cercare continuamente ciò che non va, perché i bambini sono un progetto comune. E poi c’è un’altra cosa che per me è fondamentale. L’apprendimento dovrebbe avere anche una dimensione leggera, divertente. Se manca il divertimento, anche in ciò che fai con serietà e dedizione, che senso ha la vita?”

Come è arrivato a Fiume e quali elementi della città hanno favorito il suo inserimento personale e professionale?

“Quando studiavo a Graz, sono venuto a sapere tramite alcuni contatti che conoscevo da tempo che al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume era aperta una posizione per primo violino. Ho deciso di candidarmi al concorso ed è andato tutto molto bene, così sono arrivato qui. La città mi ha colpito subito. In certi aspetti mi ha ricordato la mia terra, soprattutto per le aree industriali, ma anche per la vicinanza del mare e per la natura. In generale, tra tutti i Paesi in cui ho vissuto o che ho visitato, la Croazia è quella che sento più vicina a casa. Lo percepisco nella cultura, nella mentalità, nel cibo, nei paesaggi, ma anche nella sua dimensione multiculturale, multilingue e nella convivenza tra religioni diverse. Tutto questo mi fa sentire accolto, mi dà comfort e non ho mai avuto la sensazione di essere uno straniero. Anche imparare la lingua è stato un piacere. L’azero è una lingua turca antica, ricca di turcismi che ritrovo anche nel croato, mentre il russo, essendo una lingua slava, mi suona comunque familiare”.

Nel corso degli anni ha vissuto e lavorato in diversi Paesi. Che cosa l’ha messa più alla prova e che cosa l’ha aiutata a crescere maggiormente?
“Il cambiamento è sempre impegnativo, tanto sul piano umano quanto su quello artistico. Ma in fondo non credo esistano esperienze davvero negative, perché anche quelle più difficili contribuiscono alla crescita. Cerco, per quanto possibile, di combinare ottimismo e realtà, e di bilanciare l’uno con l’altra”.

C’è una collaborazione o una figura professionale che considera particolarmente significativa nel suo percorso?
“Ho avuto la possibilità di suonare e registrare un album di musica folk con Zoran Majstorović e con Dunja Knebl, artista eccellente e di grande esperienza. È stata una collaborazione bellissima, che ricordo come una delle esperienze più preziose del mio percorso. Stimo profondamente Zoran, sia come musicista che come amico. È uno degli artisti che amo di più tra quelli che ho il privilegio di poter chiamare amici. Lo indico volentieri come esempio, perché rappresenta una rara combinazione di conoscenza, esperienza, semplicità e ampiezza d’animo – qualità che, purtroppo, nel mondo artistico non sono sempre così presenti, dove spesso è l’ego a prendere il sopravvento. Con lui ho realizzato anche le musiche per lo spettacolo “La signora Ministra”. Abbiamo suonato insieme al Porto Etno Festival, tre o quattro anni fa, e abbiamo collaborato a un progetto per l’ambasciata azera a Zagabria, con il suo quintetto e me al violino”.

Lavorare con i bambini
Come già accennato, lei ha realizzato, insieme al ReVibrant Trio, diverse produzioni pensate per i più piccoli. Che tipo di pubblico sono i bambini e quale responsabilità sente quando suona per loro?
“Sinceri, autentici, non corrotti. Quando vedi la loro soddisfazione – che non sanno né nascondere né fingere – capisci di essere riuscito, in qualche modo, a incidere sulla loro crescita, sul gusto, sull’educazione, e forse anche sul futuro. Magari dimenticheranno lo spettacolo, ma non la sensazione che ha lasciato. È una grande responsabilità, ma allo stesso tempo qualcosa di indescrivibilmente bello”.

Sul piano professionale, che cosa può infastidirla o farle perdere la pazienza?
“Cerco, in generale, di non arrabbiarmi troppo. So che siamo tutti esseri umani, e sbagliare è normale. Quello che mi infastidisce davvero è quando gli errori si ripetono e nessuno prova a correggerli”.

E che cosa, invece, la commuove nella vita di tutti i giorni, oltre la musica?
“Sicuramente ogni forma autentica di comunicazione nell’arte, ma anche i rapporti con le persone care. Anche se sono un introverso, in realtà amo socializzare e condividere momenti semplici. Mi commuovono i legami umani, il tempo trascorso a parlare, a ballare, a cantare, a giocare insieme e a stare in compagnia”.

 

Osman Eyublu. Foto Roni Brmalj

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Osman Eyublu (nato nel 1994 a Baku) è un violinista e pianista la cui formazione si è sviluppata tra Mosca, Baku e Graz. Si è esibito in numerosi Paesi europei, ottenendo importanti riconoscimenti, tra cui due primi premi, sia come violinista sia come pianista, al Concorso Internazionale per Giovani Musicisti svoltosi in Romania nel 2007. Tra i suoi progetti principali si annoverano “Studio of Human Temperaments” (2010), “Night Fancies: Caprices and Nocturnes Re-visited” (2017) e “Paradox of Serenity” (2023), opere che riflettono il suo interesse per la sperimentazione formale e la ricerca espressiva. Dal 2018 è membro stabile dell’Orchestra Sinfonica di Fiume presso il Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc”, dove partecipa regolarmente a produzioni teatrali in lingua croata e italiana, nonché a spettacoli di balletto. Ha collaborato con realtà internazionali come il Podium Festival e la Puppenfilarmonie in Germania, il festival Into the Open, sempre in Germania, e lo Schallfeld Ensemble in Austria. Nel 2020 ha realizzato, insieme a Pedro Rosenthal Campuzano, il saggio audiovisivo “IM’PROBABLE INTERPRETATIONS”, concepito per la mostra “With the Collection” dell’artista David Maljković. Si esibisce regolarmente e compone musica originale per diversi ensemble, tra cui l’Ensemble Zoran Majstorović, l’Ensemble Re-Vibrant e il progetto Histriatria. Ha firmato le musiche per numerose produzioni teatrali, tra cui “Fahrenheit 451”, diretto da Ivan Penović nel 2021, e “Amarcord”, con la regia di Luciano Delprato nel 2022. In ambito coreutico ha collaborato a spettacoli come “Artissue: Lineage” (2024) e “What do you see or not” (2024), entrambi realizzati con il ReVibrant Trio. In campo cinematografico ha partecipato a progetti quali “Around About”, cortometraggio documentario di Behzad Khosravi Nouri (2021), realizzato con il ReVibrant Trio, e “Alice in Land”, film diretto da Maja Ležaić. Nel 2025 ha curato l’accompagnamento musicale dal vivo dei celebri film muti “Un Chien Andalou” e “L’Âge d’Or” di Luis Buñuel e Salvador Dalí, all’interno del progetto Histriatria.

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