La Locandiera nel buio del presente

Nella versione della drammaturga irlandese Marina Carr, accolta da un lungo applauso al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, la Mirandolina goldoniana diventa il cuore di una tragedia moderna che esplora le ombre dei rapporti tra uomini e donne

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La Locandiera nel buio del presente
Riccardo Gamba e Gaja Masciale. Foto Željko Jerneić

Si è conclusa con un applauso lungo, composto, quasi meditato, la première fiumana di “Mirandolina”, accolta l’altra sera al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” da una sala gremita e attentissima. Lo spettacolo, giunto a Fiume dopo la prima trevigiana del 5 febbraio e le tappe di Belluno, Venezia, Padova e Verona, porta in scena la radicale riscrittura del capolavoro goldoniano firmata dalla drammaturga irlandese Marina Carr, tradotta da Monica Capuani e diretta da Caitríona McLaughlin. La produzione nasce dall’incontro tra Abbey Theatre di Dublino, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale e lo stesso ente fiumano nell’ambito delle Olimpiadi Culturali Milano Cortina 2026, con il sostegno del Programma Cultura della Presidenza dell’Unione Europea e dell’Arts Council An Chomhairle Ealaíon. La materia originaria è quella della “Locandiera” del 1753, nella quale Goldoni aveva infranto il sistema delle maschere della Commedia dell’Arte per restituire alla scena la verità sociale del suo tempo. Carr interviene su quella struttura con la radicalità che contraddistingue la sua scrittura, tra le più autorevoli del teatro europeo contemporaneo. La drammaturga irlandese penetra nelle zone d’ombra della commedia e lascia emergere la violenza che percorre i rapporti tra i sessi. Ne scaturisce una drammaturgia potente e minuziosa che inclina verso la tragedia e incrina progressivamente il sorriso goldoniano.

L’architettura scenica della tragedia

L’azione si svolge a Dublino nel ristorante “Goldoni”, aperto da emigranti italiani. Qui vive Mirandolina, che gestisce il locale insieme al fratellastro Fabrizio e si muove in un universo maschile saturo di desiderio, risentimento e sopraffazione. Attorno a lei si addensa una costellazione di uomini differenti per ceto e temperamento ma accomunati dalla medesima volontà di possesso. Vi è Fiori, ricco e smargiasso, che ostenta la propria agiatezza come arma di conquista, fino al gesto plateale del bracciale Cartier donato a Mirandolina nel tentativo di piegarne la libertà, e Alba, meno agiato, impastato di fragilità, paure, alcool e compiacimento. A loro si affianca il misogino che cena da solo proclamando il proprio disprezzo per le donne, mentre Fabrizio, figlio adottivo del padre di Mirandolina, rivela una gelosia torbida che sfiora l’incesto. Su questo tessuto Caitríona McLaughlin costruisce una regia di grande precisione analitica, fondendo la memoria goldoniana con un immaginario pienamente irlandese. Le scene e i costumi contemporanei di Katie Davenport, sostenuti dalle luci di Paul Keogan e dalle musiche di Anna Mullarkey, elaborano un paesaggio plumbeo nel quale la commedia scivola progressivamente verso la tragedia. In proscenio due binari ferroviari attraversano lo spazio scenico come una linea di destino e conducono verso un tunnel nero. L’immagine ritorna nel finale e conferisce alla vicenda una struttura circolare. Ogni gesto sembra avanzare verso una frattura inevitabile che si compie quando il coltello dell’uomo respinto affonda nel ventre di Mirandolina e spezza la continuità della sua esistenza.

Il corpo indocile, la mente strategica

Gaja Masciale, giovane e talentuosa attrice pugliese apparsa anche nel film “Duse” di Pietro Marcello, costruisce una protagonista inquieta e determinata. Mirandolina è una studentessa universitaria costretta ad abbandonare gli studi dopo la morte del padre. Ama la letteratura e cita Virginia Woolf, mentre attorno a lei si muove un mondo dominato da linguaggi aggressivi e comportamenti predatori. Per difendersi adotta le stesse armi degli uomini. Seduce, provoca, disorienta. Accetta regali e poi si sottrae, trasformando l’intelligenza in strategia di resistenza. La metafora della catena alimentare attraversa il testo di Carr e descrive il desiderio come una caccia tra predatori e prede. In una scena emblematica racconta al misogino di turno il sogno di una vita domestica fatta di una torta di mele sul fuoco e di cinque o sei bambini. L’uomo vi legge la promessa di una resa. Quando comprende l’inganno l’orgoglio ferito si trasforma in violenza. Il colpo inferto al ventre della giovane distrugge molto più di una vita. Colpisce il luogo simbolico sul quale il dominio maschile pretende di esercitare il proprio diritto, recidendo parola, desiderio, libertà del corpo femminile.
Attorno alla protagonista si muove un cast ottimamente delineato. Alex Cendron disegna il padre con presenza tristemente ironica; Denis Fasolo e Andrea Tich restituiscono a Fiori e Alba due maschilità diverse, una più cialtrona e parassitaria, l’altra segnata da fragilità. Riccardo Gamba modella il misogino con durezza ideologica, mentre Massimo Scola conferisce a Fabrizio una tensione minacciosa. Margherita Mannino, Sandra Toffolatti e Giancarlo Previati completano il quadro con figure che oscillano tra memoria familiare e dimensione spettrale.

Il teatro dei fantasmi

Nella drammaturgia di Carr i morti continuano a parlare. Il fantasma della madre abbandona Mirandolina quando la figlia ha meno di un anno e ritorna come presenza inquieta. Il bisnonno rievoca un episodio di stupro collettivo a cui assistette da giovane tentando di intervenire. Il monologo interpretato da Previati apre una frattura genealogica che mostra come la violenza attraversi le generazioni e contamini il linguaggio stesso con cui si nominano colpa e innocenza. L’esito è annunciato sin dall’inizio. Mirandolina morirà. I binari ritornano come il luogo in cui la storia si ricompone nel proprio enigma. Accanto a lei riappare il fantasma della madre incontrata durante un viaggio in treno. L’ultima immagine riporta entrambe sul margine della linea ferrata che conduce nel buio.
“Ti conosco. Ti stavo aspettando”. Poi la frase conclusiva. “Stiamo entrando nel buio”. La scrittura di Marina Carr e la regia meticolosa di Caitríona McLaughlin conducono così la commedia goldoniana dentro una tragedia contemporanea, dove la ribellione femminile continua a pagare un prezzo altissimo e il teatro torna a illuminare una ferita collettiva del nostro tempo.

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