La leggerezza che parla di fragilità

Lo spettacolo «Čechov in commedia: due atti unici in lingua rustica», che ha visto in scena il Dramma Italiano, nel Salone delle Feste di Palazzo Modello a Fiume, è una sfida artistica che unisce fedeltà e tradimento

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La leggerezza che parla di fragilità
Gli attori Giulio Settimo e Ivna Bruck. Foto Željko Jerneić

Quando “Il gabbiano” debuttò nel 1896 a San Pietroburgo, il pubblico lo accolse con un gelo inatteso: troppa modernità, troppe sfumature psicologiche per un teatro ancora legato ai codici ottocenteschi. Due anni dopo, Stanislavskij ne rivelò la profondità, ma Anton Čechov non mancò di criticare l’eccesso di rigidità interpretativa che soffocava la vena comica delle sue opere. “Devono far ridere”, insisteva. La risata, per Čechov, è un atto rivelatore: fa emergere debolezze e smaschera la fragilità dell’uomo.

Tra fedeltà e tradimento
È da questa idea che nasce il progetto del regista vicentino Marco Zoppello, arrivato a Fiume per mettere in scena a Palazzo Modello “Čechov in commedia: due atti unici in lingua rustica”. Una sfida artistica che unisce fedeltà e tradimento: conservare la struttura farsesca e la comicità di Čechov, ma trasportarle in un veneto vivo e concreto, capace di restituire quella componente popolare che spesso le interpretazioni “alte” hanno sbiadito.
Il progetto nasce da un contesto laboratoriale: Zoppello è stato invitato a lavorare con una parte del gruppo stabile del Dramma Italiano del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc”, in una dimensione produttiva flessibile, artigianale, che favorisce la scelta di spettacoli agili, a misura di attore e di spazi diversi. Così l’idea del dittico: due atti brevi, perfetti per una compagnia versatile e per una sala raccolta come quella della Comunità degli Italiani. La scena, volutamente piccola, ha creato un’atmosfera domestica, quasi da soggiorno: il pubblico non osservava soltanto, entrava in casa dei personaggi. Il minimalismo scenico ha dato centralità assoluta ai corpi, alle voci e all’uso della lingua.

Amore e orgoglio a confronto
Il dittico si apre con “La domanda di matrimonio”, qui “La scritura de matrimonio”. In questa versione veneta, ancora più rapida e tagliente, la vicenda ruota attorno a tre figure che incarnano l’assurdità delle relazioni umane: Ivan Vasiljič Lomov (Stefano Iagulli), pretendente ansioso e ipocondriaco; Natalija Stepanova (Aurora Cimino), giovane energica e testarda; e il padre di lei, Stepan Stepanovič Čubukov, interpretato da Zoppello in sostituzione di Annamaria Ghirardelli.
L’ingresso di Lomov, con un enorme vaso di fiori, dà il tono allo spettacolo. È con questo gesto semplice e un po’ impacciato che annuncia le sue intenzioni: chiedere la mano della figlia di Čubukov. Ma basta un dettaglio – un confine di terra, un cane, un pezzo di prato – per far esplodere litigi grotteschi, dove l’amore scivola dietro l’orgoglio e la logica soccombe al narcisismo. Qui la recitazione si intreccia perfettamente alla trama: Zoppello, pur subentrato all’ultimo, coglie con precisione l’esagitazione di Čubukov, oscillando tra affetto e furia; Aurora Cimino offre una Natalija in bilico tra orgoglio e sentimento, restituendo con dinamismo una battaglia interna credibilissima, mentre Stefano Iagulli, un Lomov “di salute cagionevole”, trasforma le sue debolezze fisiche in ostinazione morale, riuscendo a risultare fragile, permaloso, ma mai sconfitto. La musicalità del veneto amplifica tutto: il botta-e-risposta diventa una danza comica, e l’infantilità dei personaggi emerge con trasparenza quasi disarmante.
Al termine del primo atto, mentre il palco viene trasformato da Iagulli – sedie spostate, porte riposizionate – Aurora Cimino intona “L’amor el vien el va” di Gualtiero Bertelli. Le luci scendono, la sala respira, poi la canzone si chiude in duetto, e con il suo ultimo accordo fa il suo ingresso la vedova Popova. Un passaggio scenico semplice, ma elegantemente costruito.

Un duello brillante
Nel secondo atto, “L’orso”, ribattezzato “El rùstego”, entra in scena un’altra coppia destinata alla collisione: Jelena Ivanova Popova, vedova fiera e irremovibile interpretata da Ivna Bruck, e Grigorij Stepanovič Smirnov, proprietario terriero irruento interpretato da Giulio Settimo. Li accompagna Luka, il servo, portato in scena dallo stesso Zoppello. Qui il regista affronta una doppia metamorfosi sorprendente: nel giro di pochi minuti cambia completamente figura passando da Čubukov a Luka, tanto da diventare quasi irriconoscibile. Ruolo breve ma essenziale, perché la sua paura e la sua goffaggine placano (o tentano di placare) la tensione crescente tra la Popova e Smirnov. Sul fronte opposto, Settimo regala un’interpretazione notevolissima: uno Smirnov realmente “orso”, rozzo e imprevedibile. La Popova della Bruck è invece un perfetto contrappunto: una donna consumata dal lutto, ma ancora capace di un’irritazione vivida, quasi feroce, tanto da sostenere lo scontro emotivo come in un duello rituale. Il dialetto, ancora una volta, diventa un personaggio: modella il ritmo, rende più comici gli scatti di rabbia e più toccanti i momenti di cedimento. La musica accompagna discretamente l’intero dittico: dal brano di Calicanto, che richiama le contaminazioni veneto-istriane, ai passaggi di Šostakovič, sorprendente scelta che crea un ponte sottile fra lingua veneta e Russia cechoviana.

Gioco di cadute e risalite
Gli applausi finali – lunghi, convinti, condivisi anche con la direttrice di scena Andrea Slama e con Ivan Botički, autore di scenografia e costumi – confermano l’efficacia dell’operazione. Zoppello voleva far ridere: ci è riuscito. Ma insieme alla risata è rimasto qualcosa di più. La forza di questi atti unici, scritti oltre un secolo fa, è la loro capacità di parlarci oggi con la stessa lucidità: Čechov osserva l’essere umano mentre tenta di mantenere la dignità inciampando nei propri limiti. Paure, nevrosi, ostinazioni ridicole, improvvise tenerezze: in questo gioco di cadute e risalite il pubblico riconosce se stesso. “Sono come noi, come i nostri vicini, come i nostri familiari”, ricorda Zoppello. Ed è forse qui che nasce la potenza dello spettacolo: nel mostrare che ridere degli altri significa, inevitabilmente, ridere di noi. Si arrabbiano per sciocchezze, si ostinano su punti insignificanti, cadono e si rialzano.
La regia di Zoppello – meno legata al silenzio introspettivo della tradizione russa, più vicina al gioco scenico e al ritmo farsesco – promette uno spettacolo dove la leggerezza è un modo per parlare di fragilità, e il dialetto diventa un ponte con le comunità in cui ancora si conserva una parlata fiumana o istroveneta. Ma già ora è chiaro che “Čechov in commedia” nasce da una domanda semplice e potentissima: come ridiamo, oggi, delle nostre stesse debolezze?

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