La grazia silenziosa dello stupore autentico

A colloquio con il solista del Balletto del Teatro Nazionale Croato «Ivan de Zajc» di Fiume. Dopo una stagione ricca di riconoscimenti, segnata dal successo de «Il Piccolo principe» e dalla creazione di «Khaos [13.8B]» per le Notti estive fiumane, il giovane danzatore ricostruisce un percorso fatto di studio, curiosità e continua ricerca

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La grazia silenziosa dello stupore autentico
Federico Rubisse

Astrofisica, canto gregoriano, Margherita Hack, Ohad Naharin, “Il Piccolo principe”, Cingoli, la fede, il silenzio. A leggerle una accanto all’altra sembrano parole lontanissime, eppure nella storia di Federico Rubisse finiscono per disegnare un unico orizzonte, quello di un artista che guarda alla danza con la stessa curiosità con cui osserva il mondo. Dalle radici che non dimentica alla gratitudine verso i genitori, dall’amore per la conoscenza all’interesse per l’universo, fino al desiderio di esplorare nuovi linguaggi attraverso la coreografia, ogni cosa sembra trovare naturalmente il proprio posto. Compongono il ritratto di un giovane interprete che cresce con la stessa apertura con cui continua a porsi domande, lasciando che ogni incontro, ogni lettura e ogni esperienza entrino a far parte del suo linguaggio espressivo. La stagione 2025/2026 ha segnato una tappa importante nel percorso del ballerino marchigiano, oggi solista del Balletto del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume. In “Venezuela” di Ohad Naharin, in “Frida” di Reginaldo Oliveira e soprattutto ne “Il Piccolo principe” di Lukas Zuschlag il pubblico ha scoperto un danzatore sostenuto da un lavoro paziente e da una sensibilità nutrita da interessi che si estendono ben oltre la danza. Anche “Khaos [13.8B]” racconta questa ricerca, nata dall’incontro tra il movimento, la musica e una personale fascinazione per il cosmo. La conversazione scorreva con la stessa leggerezza che Federico porta in scena, seguendo il ritmo dei racconti, delle passioni e delle idee. Tra un ricordo d’infanzia, un passaggio dedicato alla creazione coreografica, un pensiero rivolto all’infinito e uno alla propria famiglia, si è rivelata una personalità curiosa, profonda, gentile e generosa, sempre pronta a esplorare nuove strade. Ogni risposta aggiungeva un dettaglio, ogni episodio rivelava una sfumatura, ogni sorriso custodiva il valore della semplicità. Quando le parole sono finite, è rimasta la sensazione che lo stupore possa davvero accompagnare un’intera vita. E qualche volta, ha la grazia silenziosa di un giovane danzatore.

Le radici e il volo

È nato a Cingoli, nelle Marche, in provincia di Macerata. Quale legame conserva con il luogo in cui è cresciuto?
“Cingoli è un paese al quale sono profondamente legato. È un piccolo borgo arroccato su un colle, dal quale si gode un ampio panorama che gli è valso il soprannome di ‘Balcone delle Marche’, e proprio quest’anno si è aggiudicato anche il titolo di ‘Borgo dei Borghi’. Non essendoci scuole di danza, ho frequentato il ‘Nuovo Spazio Studio Danza’ di Jesi, a circa mezz’ora di macchina. Ogni giorno, dopo la scuola, mia madre, amante della danza e dell’arte, mi accompagnava alle lezioni”.

Quali sono stati i primi passi del suo cammino nella danza?
“Ho iniziato a cinque anni. All’inizio era soprattutto mia madre a spronarmi. Mio padre, invece, grande tifoso del calcio, non aveva alcun legame con il mondo della danza. Quando, però, diverse persone iniziarono a notare la mia predisposizione, anche lui cominciò a sostenermi. Dopo un anno al Liceo Coreutico di Tolentino, sempre in provincia di Macerata, mi sono trasferito a Castelfranco Veneto per proseguire gli studi presso la scuola di danza professionale ‘Il Balletto’, diretta da Susanna Plaino Silingardi. È stata un’esperienza nella quale sono cresciuto molto e mi sono trovato davvero bene. Si tratta di una realtà che non ti mette sul piedistallo, ma ti insegna il valore del lavoro e ti fa comprendere fin da subito come funziona questo ambiente. Credo che sia un aspetto fondamentale, perché quando si entra in una compagnia ci si confronta con tanti danzatori preparati e ci si rende conto del livello richiesto. Se non si è pronti ad affrontare quella realtà, l’impatto può essere molto duro. Lì ho capito che, se non lavori, i risultati non arrivano. Bisogna impegnarsi con costanza e conquistarsi, passo dopo passo, la stima degli altri e le soddisfazioni che possono derivarne”.

Quale ricordo conserva dei suoi primi spettacoli davanti al pubblico?
“Penso al primo saggio, quello di Natale, durante gli anni trascorsi a ‘Il Balletto’, quando i miei genitori vennero a vedermi. È un ricordo al quale sono molto affezionato. Vivere lontano da casa non è stato semplice; per quattro anni sono stato da solo e, a volte, la distanza si faceva sentire. Eppure ciò che provavo per la danza è sempre stato più forte. Con il tempo il mio rapporto con questa disciplina è inevitabilmente cambiato. Da bambino la vivevo con maggiore spensieratezza; è poi diventata anche la mia professione, con le responsabilità che questo comporta, ma la passione è rimasta immutata. Credo che la danza, come ogni forma d’arte, debba continuare a essere innanzitutto arte. Quando questa dimensione viene meno, anche il messaggio che trasmette non è più genuino”.

Come si è aperto il capitolo fiumano della sua carriera?
“Seguivo il lavoro di Maša Kolar, che ho sempre apprezzato molto e che, a mio avviso, ha dato un contributo importante alla crescita della Compagnia, portando ordine nel lavoro e moltissime idee. Quando ha lasciato il teatro mi è dispiaciuto. Avevo inviato più volte la mia candidatura al Teatro Nazionale Croato ‘Ivan de Zajc’ di Fiume, ma non avevo mai ricevuto risposta. Un giorno, mentre viaggiavo in treno, mi è arrivata una sua e-mail con l’invito a partecipare a un’audizione. Sono venuto subito ed eccomi qui”.

Oltre lo specchio

Nello scorso febbraio è stato il protagonista de “Il Piccolo principe”, il balletto di Lukas Zuschlag sulle musiche di Aleksandre Naumovski Potisk, accolto con grande entusiasmo dal pubblico. Si può dire che questa sia, almeno finora, la sua stagione?
“Sì, possiamo dirlo. Mi piace talmente tanto quello che faccio che spero sia sempre così, con nuovi progetti, nuove idee e nuove occasioni per mettermi alla prova. Mi appassiona anche il lavoro coreografico e considero fondamentale riuscire a trasmettere un messaggio attraverso la danza. È uno degli aspetti più belli che questa forma d’arte ci offre. Per questo studio molto e cerco continuamente nuovi stimoli. Anche la domenica vado in sala prove da solo, improvviso, mi registro e poi riguardo quello che ho fatto per capire dove posso migliorare. Con il tempo ho imparato a essere buono con me stesso, pur continuando a mantenere uno sguardo critico sul mio lavoro. Non uso lo specchio, perché senza mi sento più libero di esprimermi e giudico meno quello che sto facendo. Anche Ohad Naharin, durante la creazione di ‘Venezuela’, ci faceva provare con gli specchi coperti da tende, proprio per creare un ambiente nel quale non potessimo vederci. È stata un’esperienza che mi ha dato una grande sensazione di libertà e, da allora, quando entro in sala da solo, lo specchio resta sempre fuori dal mio lavoro”.

Che rapporto ha con lo sguardo degli altri, sia in scena sia durante il lavoro quotidiano?
“Quando danzo davanti al pubblico non provo alcun disagio, purché mi venga chiesto di fare ciò che so fare. Quello che, invece, mi mette più in crisi è percepire una certa distanza nelle persone, soprattutto nel loro sguardo. Lo stesso accade durante il lavoro con i colleghi, quando li sento poco coinvolti o avverto un atteggiamento di chiusura, faccio più fatica a esprimermi”.

Come percepisce il pubblico fiumano?
“Mi piacerebbe che fosse ancora più numeroso. Ho l’impressione che, in generale, il pubblico di Fiume apprezzi soprattutto i balletti con una forte componente narrativa, mentre io mi sento più vicino a lavori di carattere concettuale, come ‘Venezuela’. Già il titolo porta a immaginare una storia legata a quel Paese, mentre in realtà non ha nulla a che vedere con il Venezuela. Si entra in teatro con un’aspettativa e si esce con una percezione completamente diversa. È proprio questo che mi affascina. Ho la sensazione che qui ci sia ancora una maggiore propensione verso la danza classica e verso una narrazione più esplicita”.

Quali interpretazioni sente più vicine alla sua sensibilità artistica?
“Prediligo i ruoli nei quali riesco a riconoscermi. Cerco sempre di mettermi in discussione, ma, proprio perché non amo particolarmente lo storytelling, faccio più fatica a dare la mia interpretazione di figure molto lontane da me. In quei casi mi sento un po’ limitato. Anche per ‘Il Piccolo principe’ mi sono preparato a lungo; ho letto il libro, ho visto il film e ho parlato molto con Lukas Zuschlag per capire come immaginasse quel ruolo, anche dal punto di vista del movimento. Ricordo, ad esempio, il breve assolo finale, prima dei saluti. Io lo avevo affrontato con grande intensità, mentre Lukas mi spiegò che quel momento rappresentava la presa di coscienza del Piccolo principe e il suo commiato. Doveva esserci delicatezza, non forza. Solo dopo averlo provato e riprovato mi sono reso conto che aveva ragione”.

Il caos della creazione

Nell’ambito delle Notti estive fiumane di quest’anno ha firmato, insieme alla collega Isabelle Zabot, il progetto autoriale “Città in movimento”, presentato al Parco archeologico di Fiume sulle musiche originali di George Alexandru Baldowin. La sua creazione si intitolava “Khaos [13.8B]”. Che cosa le ha lasciato questa esperienza?
“Nonostante il progetto sia stato realizzato in tempi molto stretti e con un budget praticamente inesistente, mi è piaciuto molto. Naturalmente, con qualche settimana in più a disposizione alcune cose avrebbero potuto essere sviluppate meglio, ma fa parte di questo tipo di produzioni e sono comunque molto soddisfatto del risultato. Ho apprezzato molto anche il confronto con George Alexandru Baldowin, con cui fin dall’inizio si è instaurato un dialogo molto naturale. Non imponeva la propria idea musicale, ma cercava continuamente di capire che cosa immaginassimo, quale atmosfera volessimo costruire e in quale direzione desiderassimo andare”.

Durante la creazione del lavoro, ha sentito il desiderio di danzare insieme ai suoi colleghi?
“Sì, mi sarebbe piaciuto, soprattutto nelle parti d’insieme. A un certo punto, quando ancora non sapevamo con certezza se tutti i danzatori coinvolti avrebbero partecipato, il direttore Leonard Jakovina mi chiese anche se fossi disposto a sostituire qualcuno. Per un momento ci ho pensato, ma alla fine ho preferito di no. Credo che sia molto diverso osservare una coreografia dall’esterno oppure viverla dall’interno come interprete. In fondo il legame con quel lavoro sarebbe stato lo stesso, ma seguirlo da fuori mi permetteva di avere una visione più completa dell’insieme e, in quel momento, era la scelta migliore”.

Le sequenze corali univano una costruzione molto accurata a un forte impatto visivo. Come è nato quel linguaggio coreografico?
“In realtà quelle parti sono nate su musiche completamente diverse. All’inizio mi muovevo in modo del tutto spontaneo e gli altri danzatori seguivano ciò che facevo. Registravamo tutto e, solo in un secondo momento, rivedevamo il materiale per capire che cosa conservare e che cosa pulire. Dentro la coreografia confluiscono anche molte delle passioni che coltivo al di fuori della danza, come la fisica e l’astrofisica; adoro Margherita Hack e credo di aver ascoltato una cinquantina di volte alcune delle sue interviste. Allo stesso tempo sono una persona religiosa e anche questa dimensione è entrata naturalmente nel lavoro. In fondo ‘Khaos’ parla di noi e della grandezza dell’universo; il canto gregoriano dalle sonorità quasi gotiche richiamava proprio questa idea e, in qualche modo, riusciva a tenere insieme tutti gli elementi dai quali è nato il pezzo”.

La coreografia, ascoltandola parlare, sembra essere molto più di un interesse parallelo. È la direzione nella quale desidera continuare a crescere come artista?
“Sicuramente sì. Mi sono iscritto online a un master dell’Università di Scienze Motorie dedicato alla prevenzione e alla traumatologia, ma uno dei miei desideri più grandi sarebbe frequentarne un altro interamente dedicato alla coreografia. Spero davvero di riuscire a farlo in futuro, perché è un ambito che mi appassiona sempre di più e nel quale sento di avere ancora tantissimo da imparare”.

L’estetica dell’effimero

Nel ballo il controllo è spesso considerato un elemento imprescindibile. Le è mai capitato di scoprire che, a volte, è proprio lasciandolo andare che nasce qualcosa di più autentico?
“Io preferisco proprio quei momenti nei quali il controllo viene meno. Non so se potrebbe funzionare, ma mi piacerebbe creare un pezzo interamente basato sull’improvvisazione, senza un tema preciso, oppure attraversandone diversi e lasciandomi guidare dalle emozioni. Naturalmente la musica è fondamentale, perché determina la direzione del lavoro. Eppure anche il silenzio può diventare musica, così come l’uso della parola all’interno di uno spettacolo. È una cosa che ho scoperto soltanto di recente. Prima i momenti di silenzio non mi piacevano molto, perché li trovavo pesanti; oggi, invece, li considero uno strumento di grande forza, che coinvolge profondamente il pubblico e lo rende ancora più partecipe”.

Alla luce di quello che ci ha raccontato finora, mi sembra che la sua idea di danza si esprima soprattutto in una dimensione concettuale. È così?
“Esatto. Non mi piace soffermarmi troppo sulle targhette accanto a un quadro e pensare che esista un’unica chiave per comprenderlo. Mi affascina l’idea che la mia interpretazione possa essere completamente diversa. Il lavoro fatto con ‘Venezuela’ è, in effetti, quello che maggiormente mi rappresenta e continua a ispirarmi”.

La danza è un’arte che, nel momento stesso in cui si compie, scompare. Come vive questa sua natura così profondamente effimera?
“La trovo una cosa molto bella, perché in quel momento non si assiste semplicemente a uno spettacolo nel quale i ballerini danzano per un’ora e mezza, ma si vive un’opera d’arte, un momento unico. Nel caso della mia coreografia ‘Khaos’, anche la videoproiezione era per me una componente fondamentale, perché senza quelle immagini le sensazioni sarebbero state diverse. Persino la sola bolla presente sul palcoscenico avrebbe potuto suggerire un’altra interpretazione. È proprio l’insieme di tutti questi elementi a rendere ogni rappresentazione un’esperienza irripetibile”.

C’è un’emozione che ritiene particolarmente difficile portare in scena?
“Non vorrei essere scontato, ma credo sia l’amore”.

Diventare danza
Nato a Jesi nel 2003 e cresciuto a Cingoli, Federico Rubisse incontra la danza fin dall’infanzia, muovendo i primi passi alla scuola “Nuovo Spazio Studio Danza” di Jesi. A quindici anni si trasferisce in Veneto per proseguire la formazione alla scuola professionale “Il Balletto” di Castelfranco Veneto, diretta da Susanna Plaino. Qui approfondisce il repertorio classico e contemporaneo con Susanna Plaino, Oleg Grachov, Natalya Kalgashkina, Matteo Zamperin e Stefania Pigato, perfezionandosi con maestri quali James Wilkie, Ludovico Pace e Kristian Lever. Nel 2021 consegue la certificazione Advanced 2 della “Royal Academy of Dance” (RAD). Gli anni della formazione sono costellati da concorsi e workshop in Italia e all’estero. Tra i riconoscimenti più significativi figurano la finale europea dello “Youth America Grand Prix” nel 2020 e il primo premio al Festival Internazionale di Danza di Udine nel 2022. Nello stesso anno entra nella compagnia ungherese “Kecskemét City Ballet”, diretta da Dóra Barta. Dal 2023 è artista del Balletto del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, dove prende parte a produzioni quali “Lo Schiaccianoci” (2023), “Romeo e Giulietta” (2023), “Now and never” (2023), “Pinocchio” (2024), “Grand Finale” (2024), “Čajkovskij” (2025), “Venezuela” (2025), “Il Piccolo principe” (2026) e “Frida” (2026). Accanto all’attività di interprete coltiva anche la creazione coreografica. Nell’ambito delle Notti estive fiumane 2026 ha presentato “Khaos [13.8B]”, realizzato per il progetto autoriale “Città in movimento” su musiche di George Alexandru Baldowin, confermando una ricerca che coniuga solidità tecnica, sensibilità espressiva e interesse per il linguaggio coreutico.

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