La danza riflette la necessità di una società più giusta

La danzatrice e coreografa Snježana Abramović Milković, fondatrice del Festival della danza e del teatro non verbale di Sanvincenti, rivela la storia e il futuro del progetto, nonché l'adattamento alle sfide imposte dalla pandemia da Covid-19

Lo spettacolo “Lo spazio per la rivoluzione” della Bitef Dance Company

Anche quest’anno, la località di Sanvincenti è stata sede di una delle più importanti rassegne artistiche in Croazia dedicate alle arti performative: la 22.esima edizione del Festival della danza e del teatro non verbale ha portato in Istria un programma di ben nove spettacoli – oltre a due laboratori e un incontro tra professionisti del settore – presentati nell’arco di tre giorni a fine luglio, riscuotendo un grande successo di pubblico. Il Festival della danza e del teatro non verbale di Sanvincenti è stato fondato nel 2000 da Snježana Abramović Milković, danzatrice, coreografa e, all’epoca, direttrice artistica dell’Ensémble di danza di Zagabria (ZPM), istituzione che tuttora organizza la manifestazione. Nel 2011, sempre su sua iniziativa, viene inaugurato il Centro mediterraneo di danza (MPC) di Sanvincenti, che amplia il progetto avviato dal Festival portando in Istria le nuove tendenze nel campo della danza contemporanea internazionale e, al contempo, promuovendo e sostenendo la produzione artistica. Abbiamo avuto l’occasione di parlare con Snježana Abramović Milković – attualmente selettrice del programma del Festival di Sanvincenti, nonché direttrice del Teatro contemporaneo ZKM di Zagabria – in merito alla storia e al futuro del progetto, nonché all’adattamento alle sfide imposte dalla pandemia da Covid-19.

Snježana Abramović Milković

Quest’anno finalmente ci stiamo riavvicinando alla consueta maniera di presentare spettacoli e partecipare alla vita culturale. A suo avviso, si può riconoscere una certa influenza del Covid sulla danza?

“Per quanto riguarda le tematiche affrontate, assolutamente sì. Gli artisti riflettono su temi quali la solitudine, l’isolamento, il desiderio di solidarietà e il bisogno di cambiamento. Nel caso dello spettacolo ‘Lo spazio per la rivoluzione’ (Prostor za revoluciju) della Bitef Dance Company, ad esempio, si tratta della necessità di un cambiamento sociale e di una società più giusta. La pandemia ha indubbiamente lasciato delle tracce sullo stato d’animo degli artisti, a causa della chiusura dei teatri oppure, come nel caso della Croazia, di una drastica riduzione del numero di spettatori ammessi. La crisi economica ha colpito duramente lo spettacolo dal vivo e gli artisti che sopravvivono grazie all’industria culturale. Tuttavia, una cosa che il Covid ha portato – e che non possiamo notare qui al Festival – è la propensione al digitale. Ogni crisi offre anche l’opportunità di nuove forme di creatività, di nuove idee. Le arti performative, però, devono essere percepite in presenza e non possono essere sostituite con le attività online”.

Per quanto riguarda le arti, quali sono, secondo lei, i cambiamenti permanenti causati dalla pandemia?

“È impossibile saperlo a questo punto. In futuro magari potremo notare un’eventuale trasformazione, ma solamente se la pandemia continua. Da questa prospettiva è difficile saperlo perché tutti noi stiamo aspettando di tornare alla normalità. Per un artista è molto pesante sapere di essere osservato dal pubblico solo in modalità online, senza percepirne la presenza, per cui sono contenta che siamo riusciti ad allestire il Festival, come abbiamo fatto anche l’anno scorso, seppur nel rispetto delle misure antiepidemiche. Vedo che anche il pubblico è felice di poter tornare ad assistere agli spettacoli e che ha bisogno di arte”.

Parlando di spettatori, ha notato un diverso atteggiamento nei confronti delle arti e della cultura?

“Credo che le persone abbiano voglia di eventi. Non possiamo solamente stare seduti davanti agli schermi, indipendentemente dalla grande quantità di sapere e informazioni che questi possono fornire. Il teatro esiste fin dall’antichità e l’interazione che si sviluppa all’interno del rapporto emotivo diretto tra il performer e il pubblico supera di gran lunga quella legata al digitale. Quando seleziono il programma del Festival, analizzo i filmati degli spettacoli. Tuttavia, anche dopo anni di esperienza, l’emozione di vedere lo stesso lavoro dal vivo e non per il tramite di un mezzo di comunicazione diverso, riesce comunque a sorprendermi”.

Il Covid ha provocato dei cambiamenti sociali un po’ in tutti noi. Ha notato, a livello personale, un diverso approccio verso il lavoro causato dalla sua esperienza individuale legata al coronavirus?

“Come direttrice del Teatro contemporaneo ZKM di Zagabria sono riuscita a portare avanti la stagione senza chiudere le porte del teatro. È stato un periodo quasi apocalittico, considerando la pandemia, i terremoti, le restrizioni… C’è stata tanta paura. Ho provato timore nel prendere decisioni poiché temevo le eventuali ripercussioni. Tuttavia, ho notato in me stessa una maggior sensibilità nei confronti di molti lavori. In ogni caso, siamo riusciti a completare la stagione e a resistere”.

Quali sono stati i momenti più importanti della storia del Festival della danza e del teatro non verbale di Sanvincenti?

“La prima edizione si è tenuta nel 2000. Il primo anno è stato molto difficile, come spesso accade nel caso di progetti nuovi. Qui si tratta di spazi all’aperto che, per gli spettacoli di danza, necessitano di una complessa organizzazione tecnologica. Dopo qualche anno, il Festival è diventato un brand e ora gode di una certa popolarità a livello europeo, rappresentando anche una meta attraente per i turisti croati. Intorno al 2010, in seguito alla recessione, abbiamo dovuto ridurre il numero di giorni della manifestazione. Al contempo, c’è stata una buona e naturale conseguenza dell’organizzazione del Festival, ovvero la nascita del Centro mediterraneo di danza (MPC), un progetto che è stato completato per fasi. Ora il Centro è dotato di riscaldamento e aria condizionata, per cui è disponibile sia d’inverno, sia d’estate. Inoltre, vi è presente anche un piccolo dormitorio per gli artisti. Si tratta di uno spazio bellissimo, situato in un ambiente tranquillo, dove si svolgono i processi creativi. Ogni anno riceviamo richieste da più di 200 compagnie artistiche per accedere all’MPC. È un’iniziativa che offre vantaggi a tutte le parti coinvolte: da un lato, gli artisti hanno l’occasione di portare a termine dei progetti, mentre, dall’altro lato, nel processo prende parte anche la comunità con la quale gli stessi artisti collaborano”.

Qual è il rapporto tra il Festival e il Centro mediterraneo di danza (MPC)?

“Le due realtà sono strettamente collegate. Molto spesso, i lavori creati presso l’MPC vengono presentati nell’ambito del Festival. Non si tratta di un rapporto diretto, però è vero che l’MPC ne costituisce uno sviluppo naturale, che fa sì che la danza sia più presente durante tutto l’anno”.

Qual è il fil rouge per quanto riguarda la selezione del programma del Festival?

“Gli spettacoli non vengono selezionati secondo una linea tematica, nel senso che non parto da un concetto predefinito. In questo caso, ci aiuta molto il partenariato con la rete Aerowaves, fatta di professionisti del settore, tra cui anche direttori di Festival e case di produzione dedicate alla danza. Ogni anno vengono selezionati 20 lavori più innovativi, più attraenti, che poi abbiamo l’opportunità di conoscere da vicino. La collaborazione con l’Aerowaves ha sicuramente influito molto sul Festival in generale negli ultimi 8 anni, da quando è stata stabilita. Figurano nomi nuovi, tendenze nuove… Dall’altro lato, teniamo molto allo scambio artistico regionale e alla promozione di coreografi croati. Infatti, quest’anno ospitiamo la prima di ‘Lulu’ di Staša Zurovac, oltre alla produzione della Bitef Dance Company di Belgrado. Personalmente sono molto soddisfatta di quanto siamo riusciti a creare”.

Qual è il futuro del Festival? State pensando a nuovi progetti, nuovi sviluppi?

“Per quanto riguarda i piani per il futuro, un grande problema è sempre dato dal budget. La cultura si trova in condizioni economiche precarie, per cui si tratta molto spesso di una certa capacità di gestione delle risorse. L’organizzazione del Festival è un’operazione molto complessa e Petra Glad Mažar, direttrice del Festival, la svolge benissimo. Se non ci fosse tanto impegno da parte delle persone coinvolte nell’organizzazione, non saremmo sopravvissuti fino a oggi”.

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