Venerdì 30 maggio, nel raffinato Salone delle Feste della Comunità degli Italiani di Fiume, si aprirà un nuovo capitolo per la danza contemporanea. Toni Flego, giovane danzatore fiumano connazionale, membro della Comunità degli artisti indipendenti croati, presenterà la sua prima creazione coreografica e autorale – “No win for dance”. Un titolo che avanza tra ironia e disincanto, nato in modo fortuito ma intriso di significato profondo. Flego lo ha scelto per esprimere il disagio e le disuguaglianze vissute dagli artisti indipendenti, spesso esclusi dal sostegno istituzionale. Trattasi di un progetto coraggioso, che fonde gesto e parola, poesia e denuncia, un grido sussurrato ma potente che reclama riconoscimento e dignità per chi crea con passione fuori dai circuiti convenzionali.
Una giacca mai cucita
“L’idea di questo titolo nacque quasi per gioco, quattro anni fa – ha ricordato Toni – avevo pensato di scriverlo su una giacca da indossare per un concorso molto importante, un gesto simbolico, quasi ironico. Sapevo bene, con dolorosa consapevolezza, che la mia dedizione e la qualità del mio lavoro non sarebbero bastate a conquistare alcun riconoscimento. Tutto era già stabilito, le sorti decise prima ancora che la musica iniziasse. La scritta non fu mai cucita, ma mi è rimasta dentro, tornando alla luce durante una residenza artistica a Varsavia, in occasione della presentazione di un mio assolo. In quel contesto le parole hanno trovato una nuova risonanza, diventando un titolo, un manifesto, forse una presa di posizione. Un modo per trasformare la frustrazione in visione, l’invisibilità in creazione”.
La forza del simbolo e del colore
Il progetto si nutre di un raffinato immaginario estetico e concettuale, che trae ispirazione dalla poetica visiva e filosofica di Krzysztof Kieslowski. “Amo profondamente la sua ‘Trilogia dei tre colori’ – ha confessato Toni – in quelle pellicole c’è un’intensità sottile, un lirismo che va oltre la narrazione e sfiora profondità nascoste. È quella stessa risonanza interiore che ho cercato di trasporre nella mia danza. Ho lavorato molto sul senso dell’attesa, sulla malinconia e sulla nostalgia”. In quest’ottica ogni luogo può farsi scena, ogni superficie diventare uno spazio di espressione. “Every floor is a dance floor” – ha ripetuto con semplicità, lasciando intravedere la sua visione aperta e fluida della coreografia. Alla domanda su quale colore lo rappresenti, Toni ha risposto con dolce esitazione – “Žak Valenta sostiene che, essendo Leone e alimentato da un fuoco interiore, io sia rosso. Ma oggi sento di appartenere al blu. Preferisco che sia il pubblico a percepire, a decidere con quale sfumatura identificarmi”.
La sua coreografia si configura come una struttura riflessiva, una composizione che nasce dal pensiero e si modula nella sensibilità. “Concepisco la danza quale corpo che dialoga con la parola, il suono e il silenzio. Per questo ho voluto fondere poesia e monologhi in lingua inglese, che mi permette di dare voce a un’altra identità, a un’altra parte di me. Voglio che lo spettacolo possa viaggiare, superare i confini, raggiungere pubblici diversi”. I colori cardine dell’opera sono il blu, il bianco e il rosso, un chiaro omaggio alla bandiera francese e all’universo simbolico di Kieslowski, ma accanto a essi si inserisce il verde, una nota di speranza, sottile ma presente, che rimanda alla bandiera italiana e al desiderio di rinnovamento. Così, tra evocazione e denuncia, tra danza e filosofia, Toni Flego tesse una partitura visiva e corporea che è allo stesso tempo memoria, visione e dichiarazione d’esistenza.
Oltre i confini: arte, politica e visione
Flego volge lo sguardo verso l’Europa con lucidità critica e sensibilità analitica. “In un certo senso, questo lavoro rappresenta anche una riflessione sull’Unione Europea. Viviamo un’epoca che ricorda per certi versi una nuova guerra fredda, in cui le istituzioni sembrano aver perso la loro dimensione umana, trasformandosi in strutture impersonali, meccanismi che operano più come funzioni che come presenze reali. Il mio desiderio è quello di trasmettere un messaggio, anche sottile, a chi gestisce le sorti della cultura. Non appartengo a quel sistema, ma ci sono. E rivendico il diritto di essere visto, ascoltato”.
Essenziale, in questo percorso, è stato il lavoro corale che ha accompagnato la nascita dello spettacolo. La drammaturgia porta la firma di Žak Valenta, guida e compagno di visione. “Mi ha suggerito molti spunti, io ho indicato ciò che cercavo e ciò che invece volevo evitare. Da lì è nata un’indagine condivisa, fatta di confronti sinceri”. Le luci, dal taglio cinematografico e profondamente evocativo, sono state progettate da Mara Prpić, mentre l’identità visiva dell’opera è affidata ad Afrodita Lekaj, che ha optato per un’estetica delicatamente rétro. Il progetto è sostenuto dal Ministero per la Cultura e i Media, dalla Città di Fiume, dall’associazione Traffic, dalla casa di produzione Films 1.618 e dalla Comunità degli Italiani di Fiume. “Con questa première desideravo anche esprimere la mia gratitudine al sodalizio fiumano, offrendo ai suoi soci l’ingresso gratuito. Le repliche del 31 maggio e del 1mo giugno, sempre nel Salone delle Feste, saranno invece aperte al pubblico. È un luogo che sento profondamente in sintonia con l’universo visivo di Kieslowski. Al termine delle due serate, ci sarà anche un momento conviviale con il DJ set di Doris e Bojana – le Miće Mace – che accompagneranno il pubblico in una chiusura leggera e condivisa”.
Il senso dei colori
Lo spettacolo si presenta come una meditazione incarnata e un’esplorazione delle dinamiche emotive e sociali che ci attraversano, andando oltre la semplice composizione coreografica. “Tramite i colori, come fece Kieslowski, cerco di raccontare la complessità della nostra epoca. È un viaggio intimo, un itinerario interiore fatto di risonanze e contrasti. Il rosso evoca la passione, la rabbia, l’eros e l’inferno. Il bianco richiama la pace, l’uguaglianza, il paradiso, ma anche quelle voci che troppo spesso restano inascoltate. Il blu è libertà, contemplazione, un purgatorio silenzioso che accompagna molte delle mie giornate. Sono tonalità dell’anima, archetipi che si manifestano nel corpo. In scena lavoro molto sul concetto del lasciar andare, del ‘let it go’, che è anche una forma di resistenza sottile”.
E lui, riesce a lasciarsi andare davvero? “Moltissimo” – ha assicurato – “fino a poco tempo fa mi sentivo in una sospensione costante, non triste ma immobile, come in attesa. Poi ho iniziato ad alleggerirmi, a lasciare indietro ciò che non serviva più, e in quel vuoto sono arrivate tante cose belle. Più lascio spazio, più arriva bellezza. Ho scelto di vivere senza incasellarmi, rifiutando ruoli definiti. Voglio solo esprimermi nella forma più autentica possibile e trasmettere ciò che sento ai giovani a cui insegno. È sempre uno scambio, e glielo ricordo spesso”.
Tra caos e luce
Il testo dello spettacolo è firmato da Flego stesso, un mosaico di pensieri, frammenti e intuizioni germogliati nel tempo. “All’inizio era un caos disordinato, poi grazie a Žak è diventato materia viva. Ci conosciamo da quando avevo diciott’anni. Ha creduto in me fin da subito. Se oggi ho un bagaglio ricco e articolato, è anche grazie a lui. I giovani hanno bisogno di riferimenti, di presenze che accompagnino, che insegnino senza sovrastare. Io ho avuto questa fortuna”. Non manca una nota critica sul sistema culturale nazionale. “Non ho nulla contro gli artisti che arrivano dall’estero, ma non comprendo perché la Croazia non investa con priorità nei propri talenti, come invece accade in Italia o in Svezia. È una scelta politica, certo, ma è soprattutto un segnale culturale”. Le musiche che accompagnano lo spettacolo provengono da fonti diverse, in particolare da raffinate composizioni elettroniche del musicista georgiano Michal Ziben, amico personale di Toni.
“La sua sensibilità sonora rispecchia perfettamente l’universo emotivo che volevo evocare”.
Un presente aperto al futuro
Oggi il versatile artista ha trovato un equilibrio temporaneo nella città di Padova, che considera ormai una seconda casa. “È diventata il mio luogo d’ancoraggio, lo spazio in cui posso insegnare, creare, coltivare relazioni profonde”, ha raccontato. Lì conduce corsi di danza contemporanea all’interno di un percorso formativo riconosciuto dal Ministero della Cultura e, parallelamente, insegna anche yoga. “Nulla nella vita è definitivo, ma per ora questo è il mio centro, il mio punto di respiro”. Sul fronte creativo, i progetti non mancano e il movimento continua. “Sto collaborando a una nuova produzione con una compagnia di danza di Napoli, dove prenderò parte esclusivamente come interprete. È una sfida diversa, che mi permette di concentrarmi sul corpo come veicolo e ascolto. Al contempo, prosegue anche la mia collaborazione con Valenta per lo spettacolo ‘Chez Michou’, con cui abbiamo debuttato in Svezia e che sarà presentato a Fiume il prossimo ottobre”.

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