La condizione assurda dell’esistenza umana

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La condizione assurda dell’esistenza umana
Un delitto che “ferma il mondo”

Vivace e deprimente a intermittenza, “Quando il mondo si è fermato” (Kad je stao svijet) di Dora Delbianco (testo) e Vito Taufer (regia) ha debuttato al Teatro Popolare Istriano di Pola in coproduzione con il Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume. Una pièce che va sul sicuro e non delude: ibrida nel genere tra comico e drammatico nel giusto equilibrio, spumeggiante nelle sue vicende più divertenti e tetra fino all’inverosimile nelle sue scene più disperate, la rappresentazione attinge a tutti quegli argomenti che fanno testo nel mondo (reale e virtuale) dell’odierna condizione politica, sociale e umana in uno degli ultimi degli stati membri della famiglia europea allargata: le teorie del complotto, la cospirazione, la vita di coppia, l’impossibilità di comprendersi fino in fondo tra i sessi, il tradimento coniugale, il vuoto interiore di ognuno, il caso fortuito, l’ambizione sfrenata, l’ascesa al potere, la trasformazione del carattere, la corruttela della classe politica a prescindere dalle ideologie professate, l’impersonalità della burocrazia EU, la sudditanza dei subordinati e la supremazia dei superiori, l’ipocrisia di tutti, la televisione tra informazione e protagonismo, l’omicidio, il suicidio, l’eutanasia, i diritti degli animali, la dignità degli anziani, insomma, nientepopodimeno che la condizione assurda dell’esistenza umana in quanto tale.

La televisione: Nika Ivančić nei panni del personaggio TV di grido

Un groviglio insensato

L’intreccio è, inutile girarci intorno, insensato, irrazionale, paradossale ma – si badi bene – paradigmatico. Impossibile cavarne un ragno dal buco con gli argomenti del senso comune. Intanto muore un poveraccio, un portiere dell’Ambasciata della Repubblica ceca a Zagabria e improvvisamente il mondo intero è in lutto: al funerale si presenta una platea di statisti e celebrità inconcepibile: dai presidenti Biden e Putin a Paul McCartney. Muore, ma in realtà il cadavere non è mai stato rinvenuto e chissà chi è finito nella bara prima delle esequie. Così, tra l’enigma e l’arguzia, parte il giallo che sarà una lunga serie di lutti (suicidi? omicidi? incidenti di percorso? casi fortuiti?) e conseguenze sul piano politico a tutti i livelli della gerarchia sociale: dal commissariato di Polizia al Ministero degli interni, dal governo nazionale alla Commissione europea, dai barboni in strada all’Olimpo di chi governa il mondo. Naturalmente il finale è altrettanto sconclusionato: il morto risorge sotto le sembianze di un impostore, il barbone diventa primo ministro, il pantofolaio è promosso ministro della salute ma diventa anche stupratore, il fratello musicista finisce in manicomio perché non si piega alla “realtà dell’impostura”, l’Ambasciatore e il presidente ceco ci lasciano la pelle e l’equilibrio geopolitico del mondo crolla.

Sven Šestak nel ruolo dell’Ambasciatore-presidente

Situazioni contrapposte

L’ossatura della pièce è binaria: tutto ruota intorno ad alcune classiche dicotomie politiche, etiche ed estetiche. Il pubblico si contrappone al privato, la casa alla piazza, l’intimità al protagonismo, il reale all’immaginario, il razionale all’assurdo. La stessa scena è costruita in modo tale da riflettere i luoghi e le situazioni contrapposte. Il palco “interno” è la casa, la famiglia, la morale privata, l’intimità e la realtà, mentre il palco “allargato” è il mondo intero: la diretta o lo studio televisivo, l’Ambasciata, il Ministero dell’Interno, la strada, la piazza, il commissariato di polizia. La scena si spegne e si accende nell’una e nell’altra dimensione a intermittenza. A questo fine giova l’amalgama della scenografia (Dalibor Laginja) delle proiezioni video (Ivan Marušić Klif), delle luci (Dario Družeta) e delle musiche (Mate Matišić). Alcune interpretazioni rendono meglio delle altre. L’esordio è lento, il dramma stenta a decollare. Il sassofono nell’oscurità della camera spoglia, povera, appesantisce il ritmo dell’atto unico, ma apre la via alla desolazione di una famiglia che dovrebbe appartenere al ceto medio eppure risparmia sulla luce e vive nel buio. Il fratello è uno scansafatiche con l’alibi dell’arte e tutto questo non gli vieta di farsi mantenere dal fratello che detesta. Il terzo elemento del trio è la moglie, la quintessenza dell’ambizione senz’arte né parte, del cinismo e della corruzione morale.

Olivera Baljak nel ruolo della ministra

Drammaticità e comicità

Tutti gli elementi accessori del dramma (quelli che avvengono nella cornice del palco esterno) sono comici fino alle lacrime. Ma è riso amaro, inutile negarlo. Le gag saranno pure quelle dell’umorismo della migliore scuola ceca o dei fumetti, ma le tragedie sono umane, troppo umane, e quindi vere e non solo verosimili. Non per niente il dramma gioca su una pletora di diagnosi psichiatriche e rispettive terapie farmacologiche: dal disturbo d’ansia generalizzata al tremore, dal masochismo al sadismo, dalla distimia alla depressione maggiore. Mario Jovev e Dean Krivačić vestono i panni dei due fratelli antagonisti, Pavle e Toma Gunek, il veterinario-pantofolaio-ministro-stupratore con un’evoluzione del carattere davvero notevole. Nella sua arroganza, Marina (Irena Tereza Prpić) è tuttavia un personaggio passivo che non affascina. Olenka, invece, la segretaria-interprete (Romina Tonković) è una macchietta e un elemento della commedia da cui non è possibile prescindere. Ma è la ministra (Olivera Baljak) ad entusiasmare e accendere il pubblico. Eccellente anche la reporter televisiva (Nika Ivančić). Nell’insieme sono i personaggi femminili ad oscurare la controparte maschile, benché non abbiano sfigurato né Aleksandar Cvjetković (l’impostore-premier) né Sven Šestak (il barbone e i due personaggi cechi) e il poliziotto isterico Deni Sanković. Tutto sommato una buona esperienza teatrale, un bel dramma comico, o una godibile commedia drammatica, se si preferisce: in ogni caso una commedia dell’assurdo meno assurda di quanto sembra. Da promuovere. Da vedere anche a Fiume il 26 febbraio prossimo.

Romina Tonković, Dean Krivačić e Irena Tereza Prpić

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