Nell’elegante Salone delle Feste di Palazzo Modello, si è aperta martedì sera la Settimana della cultura fiumana con due presentazioni profondamente, intensamente “fiumane”. A dare avvio agli appuntamenti è stato il presidente della Comunità degli Italiani, Enea Dessardo, che ha introdotto la conferenza “Fiume: tra dialetto e poesia, toponomastica e arte” dello studioso e connazionale Albert Merdžo, recentemente insignito del “Premio Ambra Beggiato per la cultura veneta nel mondo” per il suo omonimo saggio.
Come ha raccontato lo stesso Merdžo, il premio è dedicato alla memoria di Ambra Beggiato, giovane e appassionata ricercatrice veneta scomparsa prematuramente, la cui eredità vive nell’amore per la genealogia, la lingua e la cultura veneta. Sostenuta dall’associazione “Veneti nel mondo”, l’iniziativa mira a valorizzare l’identità veneta ovunque essa si sia radicata, dalla Croazia fino agli angoli più lontani del Brasile. Alla seconda edizione hanno partecipato ben 37 lavori, di cui il 40 p.c. provenienti dall’estero. Albert ha trionfato nella categoria “Testi, racconti e poesie”, mentre nella sezione dedicata alle tesi di laurea è risultata vincitrice Elsa Angelica Canedo Valde, con una ricerca dedicata alla comunità veneta di Chipilo, in Messico. Il saggio dello studioso fiumano si articola in quattro sezioni: dialetto, poesia, toponomastica e arte, di cui ognuna, come una lente d’ingrandimento, consente di esplorare l’anima plurima di Fiume, tradotta nella sua lingua stratificata, nella cultura viva, nell’identità sospesa tra memoria e presenza.

Alle radici dell’idioma locale
La prima parte del lavoro si apre con la genesi del dialetto fiumano, che Merdžo definisce una parlata veneta “coloniale”, giunta nei secoli grazie alle onde del commercio marittimo, come accadde a Trieste e in Istria. Una lingua che resiste ancora oggi, nonostante i processi di assimilazione e impoverimento linguistico e che si auspica venga a breve ufficialmente riconosciuta come bene culturale immateriale della Croazia. Già nel Medioevo, ricorda Merdžo, citando fonti storiche come Aladár Fest, Fiume era una città bilingue. Al fiumano, di chiara matrice veneta, si affiancava l’idioma croato-litoraneo, con una convivenza naturale che permeava i commerci, le famiglie, la vita quotidiana. Nel Seicento, il sacerdote Marko Ljubičić annotava che l’illirico era la lingua comune, ma l’italiano si udiva ovunque. Un bilinguismo che non fu mai conflitto, ma tessuto connettivo dell’identità fiumana.
I primi scritti in volgare fiumano
Uno dei momenti più affascinanti e meno noti della storia linguistica cittadina riguarda le prime tracce scritte in volgare venezianeggiante. Studiando i registri quattrocenteschi del cancelliere Antonio De Reno da Modena, Merdžo ha individuato non quattro, come si era sempre ritenuto, ma sette frammenti, nascosti tra le pieghe del latino. Tre di questi erano talmente brevi, talmente mimetizzati nel testo notarile, da essere passati inosservati. In quelle righe antiche, emergono oggetti e parole che sembrano ancora risuonare nei vicoli del centro: lencioli 5, facioli dui, tovagle doe, camise doe da homo, lencioni 4 boni, lencioni 4 vechij, tavole 5 da mançare, stramaçi 4 de paia. E ancora: arbore, entena, tre remi piçoli. Non solo un lessico. In quei termini vive una quotidianità concreta, domestica, marinaresca. È lì, tra stoviglie e vele, che si intravede la nascita di una nuova identità linguistica, nata dal dialogo tra mercanti veneti e abitanti locali, tra latino notarile e parlata di porto, di casa, di bottega.
Poesia in vernacolo
La seconda parte del saggio si sofferma sulla poesia dialettale tra Otto e Novecento. Lo studioso traccia una piccola ma preziosa genealogia letteraria. Il primo fu Mario Schittar, noto come Zuane de la Marsecia, che diede voce alla malinconia e al desiderio nella raccolta “I sfoghi del cor”. Seguì Gino Antoni, alias Cavaliere di Garbo, capace di fondere dialetto e lingua letteraria in versi dedicati alla patria e alle tensioni sociali. Infine, Oscarre Russi, il Russetto, che immortalò con ironia e realismo il costume popolare, in versi che sono vere fotografie d’epoca.
La mappa della memoria
La terza sezione si concentra sulla toponomastica della Cittavecchia. Ogni nome di vicolo, piazza o portone sembra trattenere il respiro del tempo, dalla Calle del Volto alla Marsecia, da Gomila al Barbacan, da Piazza Grivizza alla Porta Superiore. Luoghi emblematici, dove i fiumani si davano appuntamento e trascorrevano del tempo insieme. Alcuni nomi evocano epoche lontane, altri nascono da un aneddoto o da un uso, come “Pod zvončići” (Sotto il campanello), una casa abitata da una fattucchiera. “La toponomastica – spiega Merdžo – è la carta d’identità della città, l’eco delle sue voci passate”. In quei nomi sopravvivono le piazze popolari, i quartieri malfamati, le dimore nobiliari, e la leggenda del Mustacchione – la nota fontana, dalla cui acqua, si diceva, chi beveva non lasciava più Fiume.
Il volto visibile dell’identità
L’ultima parte del saggio è dedicata al patrimonio artistico e architettonico. Merdžo accompagna idealmente i presenti tra le tre grandi chiese della Cittavecchia: il Duomo, San Vito e San Girolamo. Opere che brillano di stucchi, ori e marmi, vestigia del barocco di marca veneziana. L’altare maggiore del Duomo è firmato dallo scultore Jacopo Contiero, mentre la pala dell’Assunta è una fedele riproduzione dell’originale tizianesco, realizzata da Giovanni Simonetti. “Il barocco fiumano non è solo estetica – sottolinea Merdžo – è identità”. Architetti come Zammattio e Ambrosini hanno modellato la città tra Otto e Novecento, fondendo Rinascimento, Secessione viennese e gusto veneto. Hanno lasciato la loro impronta in scuole, teatri, mercati, palazzi e ville sul Quarnero. Ma ciò che più colpisce è la riflessione finale: queste architetture non sono solo passato, sono scena viva. La Cattedrale, la Filodrammatica, il Palazzo Ploech… sono ancora oggi parte del quotidiano, della memoria in atto.
Un invito al ricordo attivo
A concludere la conferenza, Albert Merdžo ha voluto lasciare un messaggio chiaro, quasi un appello, rilevando che “il fiumano, nonostante tutto, vive. Nei social, nelle scuole, nelle chiacchiere di piazza. Chi vuol sentirlo, venga in centro, venga al Circolo, venga al Festival delle canzonette fiumane. Lì il dialetto pulsa, resiste, canta”. Una lezione intensa, rigorosa ma anche affettuosa, in cui il giovane studioso ha restituito con lucidità e amore tutta la ricchezza linguistica, storica e artistica della sua città. Un gesto di appartenenza profonda, un atto d’amore consapevole verso una memoria che continua a vivere.
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