Imprenditore, ex capodipartimento per la Cultura della Città di Fiume, musicista, compositore, operatore culturale, organizzatore di concerti e mostre, ma soprattutto persona che non ha paura di rischiare e di mettere in discussione ogni certezza. Il personaggio poliedrico che abbiamo appena descritto è Ivan Šarar, anni fa noto in primo luogo come tastierista del gruppo fiumano Let 3 e uno degli organizzatori del leggendario festival Hartera, ora forse meglio conosciuto come ex responsabile della cultura cittadina e di diversi progetti strategici che hanno cambiato il volto della città. Šarar è un interlocutore spigliato, pragmatico, ma al contempo animato da un entusiasmo e da un’energia che lo portano a dedicarsi a mille progetti contemporaneamente. Uno di questi è lo Slowmotion festival, la cui seconda edizione si è svolta negli ultimi giorni di maggio ad Abbazia. La particolare rassegna ha presentato un programma variegato che ha unito colloqui con personaggi di spicco della scena culturale della Croazia e dei Paesi limitrofi, proiezioni cinematografiche, concerti, laboratori e quant’altro in un insieme accattivante, che ha portato nella Perla del Quarnero un’atmosfera contemporanea in cui al centro dell’attenzione sono sempre le persone e le loro storie.
Alla fine di maggio si è svolta la seconda edizione dello Slowmotion festival. Ha soddisfatto le aspettative?
“Le ha soddisfatte quasi appieno – afferma Šarar –. Dico quasi perché quella piccola dose di insoddisfazione va forse ascritta al mio desiderio che le cose si sviluppino più rapidamente e perché le reazioni e i commenti che giungono dai miei amici, collaboratori e dai media mi dicono che tutto funzioni molto bene. Forse, invece di riflettere intensamente su ciò che è stato realizzato e di preoccuparmi, dovrei rilassarmi e godere dei bei risultati. Non è sempre facile farlo perché si tratta di un progetto nuovo, ma sono comunque molto soddisfatto di quanto sostegno il festival abbia ottenuto da diverse fonti. In genere, preferisco che dal punto di vista dei finanziamenti sia il pubblico a dare il suo contributo perché non mi interessano i progetti che si basano esclusivamente sui fondi pubblici. D’altro canto, forse ciò su cui sto riflettendo non è legato soltanto allo Slowmotion. Dalle mie conversazioni con numerosi organizzatori di manifestazioni di vario genere è emerso che negli ultimi due anni sta leggermente calando l’interesse e la vendita di biglietti per questi eventi, soprattutto quelli musicali. Credo che siano due le cause che alimentano questo fenomeno. In primo luogo, ritengo che il costo della vita sia molto aumentato e che in questa costellazione la cultura è sempre la prima a venire eliminata. In secondo luogo, le generazioni più mature stanno a piano a piano andandosene, mentre quelle più giovani non sono così interessate a contenuti di questo tipo, oppure risulta più difficile stimolare il loro interesse. Può anche essere che noi organizzatori non siamo al corrente di ciò di cui i giovani hanno bisogno. Ovunque è una sfida attirare i giovani sotto i 30 anni. In questo contesto, è necessario prendere atto della situazione e adeguarsi. Ho cercato di fare proprio questo con il mio festival, puntando su un’edizione più aperta e accessibile ai giovani. Ho contattato direttamente alcune scuole medie superiori per le quali ero convinto che avrebbero apprezzato i contenuti del festival e con la Regione litoraneo-montana al fine di far giungere l’informazione a tutti gli istituti scolastici. Si sono fatte avanti quattro scuole, che hanno partecipato come pubblico, mentre la Scuola media di Scienze e Grafica ha partecipato anche nella realizzazione del programma. I suoi allievi avevano la possibilità di apprendere come fotografare gli eventi nel corso del festival. Ho realizzato un’ottima collaborazione anche con il Primo ginnasio fiumano nell’ambito del loro programma Scuola nella comunità. I ragazzi hanno registrato un audio e video podcast con gli ospiti di Sebenico.
Si sono verificate numerose interazioni, i ragazzi si sono trovati bene e posso concludere che progetti di questo tipo siano necessari. Sappiamo che gli adolescenti non amano frequentare gli spazi nei quali possono incontrare, figurativamente, i loro genitori, ma forse un giorno si cristallizzerà un’edizione del festival in cui questi giovani faranno qualcosa destinato esclusivamente alla loro generazione, per cui forse sarebbe meglio lasciarli fare. L’ingresso allo Slowmotion era libero per i giovani delle scuole a tutti gli eventi, salvo per i concerti, i quali solitamente generano una spesa che non posso coprire salvo con il guadagno ricavato dai biglietti a pagamento. Credo che i risultati concreti di questa decisione saranno visibili soltanto dopo cinque anni, in quanto ogni iniziativa richiede tempo per dare i suoi frutti”.
Una manifestazione specifica
Lo Slowmotion festival è molto specifico perché non è focalizzato soltanto su un tipo di contenuto. Da dove l’idea di creare una manifestazione così ramificata?
“Nel mondo esistono festival che uniscono la musica, il cinema e il mondo digitale, tra cui il più famoso è il South by Southwest nel Texas, ma non posso dire che esso mi abbia ispirato nello specifico. Credo semplicemente che, dal momento che oggigiorno i contenuti di tutti i tipi vengono fruiti digitalmente, la musica, il film, i documentari e i nuovi media sono costantemente integrati nel nostro stile di vita. Naturalmente, ci sono persone che occasionalmente guardano la televisione e vanno a vedere un concerto, ma ritengo che nulla di tutto ciò esista se non si è integrati. Quando parliamo delle giovani generazioni, gli smartphone sono il mezzo essenziale tramite il quale i ragazzi fruiscono contenuti come podcast, serie televisive, musica e via dicendo. La digitalizzazione ha influito sulla musica e sull’arte visiva in modo tale da fonderle insieme e questo festival cerca di capire se questi processi avranno un impatto negativo sulla cultura, oppure se ci sia uno scenario ottimista in questo contesto.
Per quanto riguarda la specificità di questo festival, credo che sia più specifico il mio interesse per i registi e le loro storie che per i loro film. Mi incuriosisce di più l’aspetto umano delle persone che hanno successo in questo campo e credo che questa sia la dimensione che non si trova in altri festival: Slowmotion riunisce persone che stanno sviluppando una carriera nell’universo digitale e che qui possono realizzare dei contatti. Le prime edizioni del festival mi hanno confermato che questo è il suo aspetto più importante”.
In questo mondo che si muove così rapidamente il titolo del festival, Slowmotion (al rallentatore), sembra avere un significato simbolico. Come mai la scelta di organizzarlo ad Abbazia?
“Tutto può procedere in maniera rapida e in periodi sempre più brevi, ma tali format non possono raccontare una storia seria e offrire un contenuto rilevante. Tutti noi siamo stati costretti dalle nuove tecnologie a muoverci più rapidamente. Devo ammettere che nell’espletamento di compiti più tediosi e burocratici l’intelligenza artificiale mi ha molto aiutato. Non possono ignorare l’esistenza di questa tecnologia e nemmeno dei social, senza i quali sarebbe oggi impossibile pubblicizzare il festival. Ovviamente, non sto predicando un ritorno al passato né invito persone che suggeriscono di distruggere i macchinari e di tornare a vivere nel bosco, ma credo che sia necessario rallentare e permettere a sé stessi di vedere quali siano i lati positivi e negativi di una situazione. L’espressione ‘slow motion’ ha diversi significati e credo che sia azzeccata nel contesto del festival.
Ho scelto di realizzare la manifestazione ad Abbazia perché la Città si è dimostrata disposta a collaborare nella creazione di un nuovo contenuto. Il sindaco Ferdinand Kirigin aveva proposto di dare vita a una manifestazione contemporanea in coproduzione con il Festival Opatija. Negli ultimi anni, infatti, ad Abbazia vengono in prevalenza realizzati progetti legati al passato della città e forse c’è un po’ di apprensione per il futuro. L’amministrazione cittadina teme la possibilità che la città si trasformi in un resort turistico e che i giovani inizino ad andarsene. È ancora vivo il ricordo degli anni Settanta e Ottanta, quando Abbazia era un centro molto vivace e vi operavano numerosi club e musicisti. Da questo punto di vista, credo che questo festival sia necessario”.
Quest’anno, allo Slowmotion hanno preso parte nomi noti in Croazia e fuori dai suoi confini, tra cui Ida Prester e Ana Đurić Konstrakta. Qual è stato il loro contributo alla manifestazione?
“Non conosco molto bene Ida Prester, ma negli ultimi 25 anni ci siamo incontrati diverse volte e ci muoviamo nei medesimi circoli. L’aspetto più interessante di Ida è la sua capacità di trasformarsi e muoversi con naturalezza da un contesto corporativo a un attivismo positivo promuovendo valori che condividiamo. Per me conta ciò che la persona porta in scena e ciò che dà nei contatti interpersonali. Per quanto riguarda Konstrakta, la incontrai una volta diversi anni fa in occasione di un progetto musicale e l’anno scorso a Spalato, dove avevo scoperto che stava portando avanti un progetto con l’intelligenza artificiale. Le ho chiesto di realizzare qualcosa di completamente nuovo su tema libero per questo festival e credo che la sua esibizione sia stata l’apice di Slowmotion.
Invito al festival molte persone che non conosco o che conosco superficialmente. Per me non è un problema contattarle e finora non è mai successo che qualcuno rifiutasse di partecipare, tranne nel caso in cui aveva degli impegni nelle date in cui si svolge il festival. Credo che le persone abbiano bisogno di questo tipo di interazioni”.
Idee chiare e volontà di fare
Una parte importante della sua carriera è stato il periodo in cui ricopriva la carica di capodipartimento per la Cultura in seno alla Città di Fiume. Se n’è andato, però, a metà mandato, nel 2023.
“Mi ha spronato ad andarmene dall’amministrazione cittadina, anche se ci pensavo già da tempo, il processo di riorganizzazione dei dipartimenti in seno alla Città che ha previsto l’accorpamento di diversi dicasteri in uno, tra cui anche quello per la cultura. Dopo che erano stati quasi completati il complesso Benčić, il progetto Fiume Capitale europea della Cultura, l’Exportdrvo, il Rihub e tanti altri progetti strategici, tutto ciò che sarebbe seguito non avrebbe potuto reggere alcun confronto e sarebbe stato molto meno interessante per me. Con l’insediamento di Marko Filipović alla guida della città è diventato chiaro che la nuova amministrazione cittadina non vedesse la cultura come una delle priorità. Molto presto avevo capito di non trovarmi a mio agio in quella nuova situazione, il che per me non era un problema, anzi, mi aveva soltanto aiutato a prendere una decisione. Credo, però, di aver lasciato aperta la possibilità di un’eventuale collaborazione, in quanto con moltissimi ex colleghi sono rimasto in ottimi rapporti”.
Prima di assumere l’incarico di capodipartimento, si trovava nella medesima situazione in cui si trova oggi. Si occupava di imprenditoria, organizzava festival e altri eventi. Come ha deciso di entrare nell’amministrazione cittadina?
“Prima di cominciare a lavorare in Città, avevo un’intensa collaborazione con l’allora sindaco Vojko Obersnel e l’amministrazione cittadina attraverso la realizzazione di campagne politiche. Trovandomi ‘dall’altra parte’ esprimevo molto apertamente le mie opinioni e credevo che certe cose si potessero fare meglio. Per me non c’è nessuna differenza tra il portare avanti un progetto nel settore privato, nell’amministrazione cittadina o in un’associazione. Ciò che conta è avere le idee chiare su ciò che si vuol fare e avere la volontà di farlo. Prima di assumere l’incarico di capodipartimento lavoravo molto di più, in quanto dopo tutto il giorno di lavoro per la mia impresa di sera avevo le prove della band, mentre tutti i weekend si suonava da qualche parte. Quando iniziai a lavorare in Città smisi di suonare con i Let3, diventai padre e la mia vita divenne molto più tranquilla. Per quanto riguarda la rigidità dell’amministrazione cittadina, si tratta di un aspetto al quale ci si deve abituare, ma tutto dipende dalla volontà di una persona di lavorare e di realizzare progetti. Non mi piace sentir dire che nell’amministrazione cittadina non si fa nulla, mentre gli imprenditori lavorano dalla mattina alla sera. Si tratta di generalizzazioni senza alcun fondamento. Prendevo molto sul serio il mio lavoro perché sentivo che i cittadini che pagavano il mio stipendio meritassero di vedere dei risultati”.
Una fase di ristagno
Qual è il progetto del quale va più fiero tra quelli realizzati durante i dodici anni alla guida del Dipartimento per la Cultura?
“Senza dubbio il complesso Benčić. Mi rende felice la vita che è nata in quel quartiere. Tra i progetti dei quali vado fiero è anche la decisione di strutturare l’Art cinema e la Casa croata di Cultura (HKD) di Sušak come enti pubblici, che è importante in quanto temo che il futuro non si presenti roseo per quanto riguarda le finanze. Credo, infatti, che se non avessimo preso questa decisione questi due programmi verrebbero eliminati in una eventuale crisi economica e la città non vanterebbe un’istituzione di grande pregio, apprezzata anche a livello internazionale, come lo è l’Art cinema. Vale lo stesso anche per l’HKD, che prima di diventare un ente pubblico non era neanche lontanamente così funzionale come lo è ora.
Il periodo più stimolante per me era stato quello che ha preceduto il 2020, l’anno in cui Fiume aveva ottenuto il titolo di Capitale europea della Cultura. Il progetto riuniva persone di grande spessore quali Slaven Tolj, Vuk Ćosić, Oliver Frljić, Bojan Bošković, Marin Blažević… Nonostante tutta questa energia e propositività, non credo che Fiume CEC abbia portato a un cambiamento nello spirito della città, anzi, ho l’impressione che in questo momento stiamo attraversando un momento di ristagno che tende al provincialismo, come reazione alle idee progressive che cercavamo di promuovere attraverso il progetto Fiume CEC. Ho l’impressione che tutto ciò che noi volevamo ‘allargare’ ora si stia restringendo. In questo momento non vedo alcuno spirito di apertura della città, ma immagino che si tratti di cambiamenti ciclici di espansione e restringimento. È possibile che questo spirito di apertura sia entrato con tale forza nelle istituzioni cittadine da suscitare irritazione. In questo momento non vedo nessun elemento nuovo nello spirito della città, mi sembra tutto tendente al conservatorismo, limitato all’ambiente locale, a prescindere dal fatto che i dirigenti di alcune istituzioni culturali continuino a realizzare programmi di grande qualità. Credo che prima del 2020 ci si proiettava con l’immaginazione nei prossimi dieci anni, mentre ora mi sembra che nessuno pensi a come si presenterà questa città tra un decennio. Non ci sono piani strategici, la città sembra entrata in una fase di stasi.
Qual è il mio giudizio finale relativo al progetto Fiume CEC? È molto semplice: il progetto, in seguito alla pandemia, non solo non è riuscito: non è stato nemmeno realizzato. Trovo fastidioso il fatto che nessuno lo dica apertamente. Quando è scoppiata la pandemia, abbiamo preso il programma del progetto e abbiamo praticamente cancellato la metà degli eventi pianificati. Sono state fatte poche cose, in condizioni pessime, mentre i programmi più importanti sono stati semplicemente cancellati. Per questo motivo non ha alcun senso parlare del livello di qualità del progetto. D’altro canto, qualcosa abbiamo imparato attraverso la sua realizzazione, ma bisogna vedere in quale misura la Città sia riuscita a mantenere le persone migliori e in quale misura invece queste persone se ne sono andate altrove. Trovo risibile l’affermazione secondo la quale l’infrastruttura realizzata non rientra nel progetto Fiume CEC. Tutto ciò che è stato fatto fin dal 2014-2015, periodo in cui veniva redatto il dossier di candidatura, ovvero il Benčić, l’Exportdrvo, Rihub, la nave Galeb, è stato realizzato nell’ottica del progetto. Non dico che essi non sarebbero stati realizzati a prescindere, ma è un dato di fatto che la Città otteneva molto più facilmente i fondi dal Ministero della Cultura e dei Media e quelli dell’Unione europea proprio perché facevano parte del progetto Fiume CEC. Inoltre, la scadenza entro la quale dovevamo realizzarli era definita, il che ci costringeva a fare tutto il possibile per ottenere i fondi necessari”.
A proposito della nave Galeb, come commenta la situazione in cui questa si trova oggi?
“Credo che la nave avrebbe potuta essere aperta, almeno in parte, già da tempo e mi sorprende che in questo senso nulla sia stato fatto. Ritengo che la situazione non si adeguasse alla realtà relativa alla nave. Se gli imprenditori non si facevano avanti ai concorsi per prendere in affitto gli spazi della nave perché i costi erano troppo alti, allora la cosa logica era ridurre l’importo da versare a titolo di affitto. Non vedo per quale motivo durante l’estate non si potessero realizzare dei programmi estivi a bordo del Galeb. La nave è stata completata e potrebbe venire messa in funzione. Tutti i progetti sono degli organismi vivi e possono adeguarsi alla situazione reale”.
L’insegnamento e la musica
Attualmente lavora come docente all’Accademia di Arti applicate di Fiume. Che cosa insegna?
“Mi hanno chiamato dall’Accademia due anni fa credendo che, considerando la mia lunga esperienza nel campo, avrei potuto contribuire all’insegnamento del corso ‘Gestione del design’. Inizialmente avevo rifiutato, ma poi mi hanno invitato a un incontro dove mi è stato spiegato l’obiettivo di questo corso. Avevano bisogno di qualcuno che spiegasse agli studenti di design in maniera realistica non come funziona la parte creativa, ma che cosa li aspetta dall’altra parte: come funziona questo lavoro, chi sono i clienti e quali competenze bisogna sviluppare. Si tratta di concetti molto pratici e dal momento che ho trascorso tutta la mia vita in attività molto simili, avendo lavorato per sette anni alla radio occupandomi di produzione di contenuti promozionali, sono consapevole di ciò che il lato creativo offra al mercato. Gestivo per dieci anni un’agenzia che impiegava un designer e si occupava di design, per cui conosco come funziona questo lavoro. Come scrittore di testi, ho collaborato intensamente con i designer a vari progetti, mentre come capodipartimento ho spesso commissionato lavori dai designer o selezionato progetti relativi al design. Direi che ho le competenze per poter insegnare a questo corso dal punto di vista pratico. Questo è il terzo anno che insegno all’Accademia e mi trovo benissimo, in primo luogo perché ciò mi permette di avere una comunicazione seria con una generazione con la quale difficilmente avrei potuto essere in contatto in un altro contesto”.
Tra tutte le attività che porta avanti, una è anche la musica. Non più come membro di una band, ma come solista.
“La musica è la più grande gioia, ma anche la più grande frustrazione per me perché non riesco in nessun modo a mantenere una continuità. Quando arriva un periodo di intenso lavoro, come è stato quello relativo allo Slowmotion festival, passano anche due o tre mesi in cui non ho tempo per dedicarmi alla musica. È già da una decina di anni che faccio musica quando riesco a ritagliarmi del tempo e ho accumulato una grande quantità di materiale. In passato facevo parte di una band, o lavoravo a un progetto che mi veniva commissionato, mentre ora faccio tutto da solo e mi diverto. Recentemente ho collaborato a un progetto di Žak Valenta in Polonia e probabilmente faremo qualcosa insieme anche in autunno”.
Ha studiato pianoforte alla Scuola di musica fiumana. Non ha voluto proseguire gli studi all’Accademia?
“Non ho mai nutrito quest’ambizione. Avevo frequentato la scuola media superiore di musica fino alla terza classe, dopodiché avevo rinunciato per motivi ‘adolescenziali’, direi. A dire il vero, non ho mai saputo quale sia la strada che devo imboccare, facevo sempre tante cose contemporaneamente. Credo però di essere abbastanza bravo nello spazio intermedio, in cui metto a contatto le persone di campi diversi”.
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