Il mondo di Frida Kahlo non profuma di perfezione, ma di carne viva, fiori tropicali, sangue, rivoluzione, amore e dolore. Dentro il suo universo convivono il colore e la ferita, la fragilità e la disobbedienza, la gioia feroce di esistere e un corpo costretto a fare i conti con il limite. È da questa intensità umana e sensoriale che nasce “Il mondo di Frida”, il nuovo balletto firmato dal coreografo brasiliano Reginaldo Oliveira, in scena al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume. In occasione del debutto di domani alle ore 19.30, abbiamo incontrato la solista Isabella Zabot, che si alternerà nel ruolo della protagonista con Alessia Tacchini e Yurika Kimura. Ne è emersa la voce di un’interprete che ha costruito il proprio percorso lontano dai tracciati più prevedibili, partendo dalla quiete rurale di Mondovì fino all’incontro decisivo con il linguaggio contemporaneo di Mats Ek attraverso Pompea Santoro e l’Eko Dance Project di Torino. Abbiamo parlato di disciplina, rifiuti, vulnerabilità, desiderio, ma soprattutto della necessità di trasformare il movimento in verità emotiva. Perché interpretare Frida, ci racconta la danzatrice, significa esporsi completamente, lasciare che il personaggio attraversi il corpo e imparare a danzare anche dentro le proprie ferite.
Il tempo delle prime sbarre
Ha mosso i primi passi nella danza a soli sette anni, in una piccola scuola di provincia. Da dove nasce questo incontro così precoce con il balletto?
“Sono nata a Mondovì, in provincia di Cuneo, in una cascina immersa nella campagna. La famiglia di mio padre è originaria del Torinese, mentre mia madre, pur essendo italiana, è nata e cresciuta in Svizzera. Anche mio fratello maggiore è nato lì, perché all’epoca i miei genitori ci vivevano ancora. Soltanto in seguito si trasferirono in Piemonte, dove siamo nate io e mia sorella. In famiglia sono l’unica ad aver intrapreso la strada della danza. La mia passione nasce soprattutto grazie a mia madre, che l’aveva praticata a livello amatoriale. Fu lei a portarci in una scuola che si trovava a circa mezz’ora da casa. Per me fu un colpo di fulmine immediato e continuai fino ai diciannove anni, quando conseguii il diploma di maturità”.
All’interno di quella prima istituzione, sentirono di trovarsi davanti a un talento destinato a emergere?
“La mia scuola era piuttosto chiusa e raramente incoraggiava gli allievi a proseguire il proprio percorso altrove. In me veniva riconosciuta una certa sensibilità artistica, ma sul piano fisico non corrispondevo ai canoni richiesti dalla danza classica. Fu soprattutto mia madre a credere in me e a insistere perché partecipassi ai concorsi. Arrivarono così le prime vittorie e alcune borse di studio. Grazie a una di queste partecipai al concorso di Spoleto, dove trascorsi una settimana accanto a giovani danzatori provenienti da tutto il mondo. Lì mi proposero di entrare in una scuola di danza a Genova, ma i miei genitori non potevano permetterselo. Oggi penso quasi sia stato un bene, perché certi ambienti possono metterti a dura prova anche psicologicamente”.
Le radici di un sogno
Quale visione aveva, quando la danza era ancora un sogno da inseguire?
“Ho sempre saputo che la danza avrebbe avuto un posto centrale nella mia vita. Da bambina immaginavo il mondo del balletto classico, le punte, il palcoscenico. Ero consapevole che forse non sarei mai diventata una prima ballerina, ma sentivo il bisogno di vivere dentro quella passione. Guardavo continuamente video e osservavo i dettagli. Ricordo in particolare una registrazione del ‘Don Chisciotte’, con Evgenia Obraztsova nella variazione di Cupido. Guardandola pensai soltanto: ‘Voglio riuscire a farlo anch’io’”.
A quali figure del balletto guardava con maggiore ammirazione?
“Mi piacevano molto Marianela Nuñez, Alessandra Ferri e Carla Fracci, tanto per la qualità interpretativa quanto per il rigore tecnico. Tra le italiane di oggi guardo con grande interesse Virna Toppi e Nicoletta Manni. Seguo inoltre molte danzatrici straniere meno note al grande pubblico, ma molto stimate nel mondo della danza”.
Tra i ruoli interpretati finora, quale sente più vicino alla propria sensibilità?
“Sono molto affezionata a Kitri, la protagonista femminile del ‘Don Chisciotte’. È stata una delle prime variazioni che ho interpretato nella mia scuola di danza e mi è rimasta dentro nel tempo. Ha un temperamento forte e carismatico, quasi opposto al mio carattere piuttosto pacato. Forse proprio per questo mi permette di portare fuori lati di me che normalmente restano nascosti”.
Diventare Frida
Nel suo percorso artistico ha attraversato universi molto diversi, dal repertorio classico fino al linguaggio contemporaneo legato a Mats Ek. Quanto questa ricerca espressiva ha contribuito alla costruzione della sua Frida?
“Moltissimo. Dopo una breve esperienza con il Bellini Junior Ballet di Catania, mi trasferii a Torino per frequentare l’Accademia di Belle Arti, abbandonando il sogno di fare della danza la mia professione. Nonostante ciò sentivo il bisogno di continuare a danzare. Così scoprii l’Eko Dance International Project, fondato e diretto da Pompea Santoro, storica collaboratrice di Mats Ek. Entrando in quel mondo ebbi la sensazione di aprire una porta completamente nuova. Cominciai a seguire lezioni, prove e spettacoli, avvicinandomi alla danza contemporanea. Alla fine dell’anno le chiesi la possibilità di entrare nel corso di perfezionamento e lei accettò. Lasciai quindi l’Accademia per dedicarmi interamente alla danza. Da quell’esperienza ho imparato che il movimento deve essere a servizio dell’espressione emotiva. Ek ha un linguaggio corporeo molto particolare e questo modo di intendere il movimento viene trasmesso con grande profondità. Credo che tutto questo sia stato fondamentale anche nella costruzione di Frida. Reginaldo Oliveira lavora moltissimo sull’espressività e sulla verità emotiva. Fin dall’inizio ci ha mostrato libri, immagini e materiali legati alla vita della protagonista, ricordandoci che sul palco, in fondo, siamo tutti Frida”.
Da quello che racconta, sembra esserci una grande sintonia artistica con Oliveira. Che tipo di lavoro nasce in sala prove con un coreografo come lui?
“Da quando ho scoperto la danza contemporanea sento sempre di più il bisogno di uscire da una visione troppo rigida del movimento. Amo i lavori in cui al ballerino viene lasciato spazio per esprimersi. Oliveira considera la coreografia qualcosa di vivo, in continuo divenire. ‘Il mondo di Frida’ ha già assunto forme diverse, dal Teatro Nazionale di Salisburgo fino a Rio de Janeiro. Anche lavorando con noi ha modificato molte cose, perché sostiene che il materiale debba adattarsi ai ballerini e non il contrario”.
Attraverso i materiali che il coreografo vi ha affidato, ha avuto modo di entrare nell’universo dell’artista messicana. Quale aspetto della sua umanità le ha lasciato il segno più profondo?
“Mi ha colpito il fatto che sia riuscita a sopravvivere e a continuare a lottare nonostante il terribile incidente che segnò il suo corpo. Mi ha impressionato anche la capacità di continuare a credere nei propri ideali pur attraversando dolori enormi. E poi il suo sguardo, così fiero e diretto, ancora pieno di desiderio di vivere”.
La poesia della sofferenza
Frida ha trasformato la sofferenza in linguaggio artistico. Attraversando il suo universo, è cambiato anche il suo modo di guardare il dolore umano?
“Per fortuna non ho mai dovuto affrontare un dolore paragonabile al suo. C’è stato però un periodo difficile quando entrai nel progetto con Pompea Santoro, perché ebbi un’ernia del disco che comprimeva il nervo sciatico. Per una danzatrice sentirsi limitata nel movimento è qualcosa di molto frustrante. Credo di essere una persona molto sensibile, piango facilmente e il pianto, per me, è sempre stato una forma di liberazione. Allo stesso tempo, però, cerco sempre di affrontare ciò che accade”.
La pittrice di Coyoacán sosteneva di dipingere sé stessa perché era la persona che conosceva meglio. Pensa che anche un interprete finisca sempre per raccontare sé stesso attraverso ciò che porta in scena?
“Forse sì. Nella vita sono una persona piuttosto timida, mentre sul palco non ho mai sentito quel tipo di blocco. È come se lì riuscissi a lasciare emergere una parte più autentica di me. Quest’anno abbiamo creato delle piccole coreografie e io ho realizzato un duetto che raccontava proprio questa doppia dimensione, ciò che spesso si tiene nascosto e ciò che invece si mostra agli altri. Per me il palcoscenico è il luogo in cui riesco a essere più me stessa”.
C’è qualcosa di lei che sente di riconoscere anche dentro di sé?
“Credo di riconoscermi soprattutto nella difficoltà ad arrendermi. Come lei, non amo rinunciare davanti a ciò che mi mette alla prova. Nella mia Frida cerco di portare il maggior numero possibile di sfaccettature: una donna forte, passionale e libera, ma anche dotata di una grande delicatezza interiore”.
Osare, attraversare, reinventarsi
Come sta vivendo la sua esperienza all’interno della compagnia del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume?
“Quando ballo, in qualunque contesto, sono felice. Quello che apprezzo davvero di questa compagnia è la possibilità di attraversare linguaggi molto diversi e confrontarsi continuamente con coreografi e visioni differenti”.
Che cosa la mette maggiormente alla prova, sia nella vita sia nel percorso artistico? E come affronta i momenti difficili o quei “no” che inevitabilmente accompagnano questo mestiere?
“Faccio molta fatica ad accettare di non riuscire in qualcosa. Ho sempre avuto un forte bisogno di indipendenza e mi piace imparare a cavarmela da sola. Per questo, quando arriva un rifiuto o qualcosa non va come speravo, inevitabilmente ne soffro e mi chiedo se avrei potuto fare di più. Col tempo, però, ho imparato anche a relativizzare. In questo lavoro ci sono tantissimi fattori che influenzano una scelta e spesso bisogna semplicemente trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Oggi cerco quindi di vivere le audizioni in modo diverso, come occasioni per divertirmi, imparare qualcosa di nuovo e conoscere persone. E poi ci sono le ingiustizie. Quelle riescono davvero a farmi arrabbiare”.
Ha mai pensato di dedicarsi, un giorno, anche al lavoro di coreografa?
“Sì, assolutamente. Come accennavo prima parlando del duetto creato quest’anno, mi sono trovata molto bene nel lavoro di costruzione coreografica. Per me la musica è una fonte di ispirazione fortissima e quando ascolto un brano inizio subito a immaginare movimenti, luci e atmosfere. Quest’estate, insieme al mio collega Federico Rubisse, avrò la possibilità di ideare alcuni pezzi per le Notti fiumane, il che mi rende felice”.

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