Perché non fa bene darsi alla politica? Perché nuoce alla salute e se ne esce Piccoli, Storti e Malfatti. Per capire questa battuta bisogna essere nati almeno tre decenni prima del 2000 e sapere che Flaminio Piccoli, Bruno Storti e Franco Maria Malfatti erano tre esponenti della Democrazia Cristiana, in un’epoca in cui gli uomini politici non si distinguevano per la loro prestanza fisica e, con la TV in bianco e nero, venivano percepiti come grigi e noiosi.
Politica a parte, oggi si parla del detto latino “nomen omen”, ovvero la credenza che nel nome sia racchiuso un presagio di destino, soprattutto per quel che riguarda la futura attività di una persona. Sembra che i nostri avi avessero intuito la grande portata del significato identitario del nome, per cui lo sceglievano con particolare cura, al fine di attirare i migliori auspici.
Nel Medioevo spesso il mestiere diventava cognome, che poi si tramandava di padre in figlio insieme all’attività di famiglia. Questo retaggio è ancora visibile tra le numerose varianti di Fabbri, Barbieri, Marangoni, Sarti, Medici, Fattori, ecc. Poi col tempo le cose sono cambiate e certe sottigliezze sono andate perdute.
Oggi il nome che ci viene imposto è spesso scelto a caso, perché piace o suona bene. Al tempo stesso siamo anche convinti di essere liberissimi di seguire la professione che vogliamo, senza restrizioni. Tuttavia, anche in una situazione di totale libero arbitrio si sono notate strane, e divertenti, coincidenze tra il nome di una persona e il lavoro che essa si trova a svolgere, coincidenze che meritano di essere analizzate, cosa che è stata fatta a partire dalla fine dell’800, soprattutto in ambito psicanalitico. Il discepolo di Freud, l’austriaco Wilhelm Stekel, definì il fenomeno come “obbligo del nome”, mentre lo psicologo tedesco Karl Abraham teorizzò come certi nomi spronassero gli individui ad esserne all’altezza. Carl Gustav Jung si guardò in casa e notò che, quelle che lui chiamava “sincronicità”, si manifestavano anche tra i nomi degli psicanalisti e i concetti a cui si dedicavano, per cui Freud (che significa gioia) aveva formulato il principio del piacere, Adler (aquila) quello di volontà di potenza e lui stesso – Jung (giovane) si era dedicato ai temi della giovinezza, vecchiaia e rinascita.
Gli studi in materia si sono moltiplicati, soprattutto nella seconda metà del ‘900 arrivando ai termini attuali di “determinismo nominativo” che implica la tendenza, per lo più inconscia, delle persone di gravitare verso aree di interesse che riflettono il loro nome e di “attronimo” dall’inglese aptronym, che, pur notando la relazione tra il nome della persona e il suo lavoro, la considera più come una coincidenza, che conscia o inconscia volontà. Esiste anche l’opposto dell’attronimo – in inglese inaptonym, in italiano non l’ho trovato, ma presumiamo inattronimo – che vede nel nome l’esatto contrario di quello che l’individuo sceglie di fare.
In uno studio del 2015 condotto tra i medici in Gran Bretagna è stata registrata la frequenza con cui certi nomi portavano i giovani dottori a scegliere una specialità invece di un’altra. Ad esempio, 1 medico su 59 in urologia aveva un cognome come Burns, Waterfall, Ball, and Koch (bruciore, cascata, palla e l’equivalente gergale di “uccello”) in chirurgia 1 su 91 erano Gore, Butcher, Boyle, Blunt (sanguinolento, macellaio, gonfiore e lama spuntata) in cardiologia la frequenza scendeva, ma comunque 1 su 213 si chiamava Hart, Pump, Payne (cuore, pompa e dolore). A Belfast ho conosciuto personalmente il dottor Kidney – rene – che, pur avendo la carriera destinata in nefrologia o urologia, ha voluto fare il bastian contrario diventando pneumologo. Che un Rene si occupi di polmoni è quantomeno irritante.
Se dalla medicina passiamo allo sport non possiamo che cominciare dall’unto del Signore, Usain Bolt. Cosa poteva fare uno che di nome ha lampo, fulmine o saetta, se non correre più veloce di tutti. Da menzionare anche il campione americano di nuoto degli anni ‘80 Jeff Float (Jeff galleggiante) e il calciatore inglese Michael Ball con il collega belga Mark De Man (marca l’uomo – che ha ovviamente giocato in difesa). Tra gli inattronimi c’è la sette volte campionessa di surf australiana Layne Beachley (sdraiata in spiaggia) e i calciatori italiani Ciro Immobile, noto per la sua abilità di eludere gli avversari, e Claudio Gentile, storico difensore dalla marcatura molto poco cortese.
Nomen omen in pieno per i disegnatori e animatori Bruno Bozzetto e Stefano Disegni, come anche per il cardinale e predicatore, Raniero Cantalamessa e il vescovo Giacomo della Chiesa divenuto in seguito Papa Benedetto XV. Infine, in letteratura ricordiamo il poeta Sandro Penna e in giurisprudenza il magistrato Luigi de Magistris.
Neanche il mondo della malavita è immune dalle ironie del determinismo nominativo con la dinastia giamaicana di trafficanti di cocaina di nome Coke e la famiglia mafiosa originaria di Tampa in Florida chiamata proprio Trafficante (chissà se in tribunale i loro avvocati hanno chiesto le “attenuanti del nome”).
Concludiamo con degli attronimi inglesi e americani, famosi o facilmente comprensibili. Alexander Graham Bell, (campanello) ha inventato il telefono, ma sono scontati anche l’economista David Dollar, il neurologo Russell Brain, le meteorologhe Amy Freeze e Sara Blizzard (bufera di neve), i giudici Igor Judge e John Laws, il senatore George McGovern, il campione del mondo di poker Chris Moneymaker e il banchiere Rich Ricci. Anche i cinesi-americani riservano le loro sorprese, con l’avvocatessa Sue Yoo (“sue you” – ti farò causa) e l’impiegata della Corte Suprema di Washington che ha officiato al primo matrimonio gay nel proprio stato, Mary Yu (vi sposo). Tra i bastian contrari, Frank Beard, unico membro dei ZZ Top senza barba, il razzista bianco Don Black e l’arcivescovo e cardinale filippino Jaime Sin, noto come Cardinal Sin ovvero “peccato cardinale”.
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