Notoriamente le materie con il suffisso in -matica, la grammatica, la matematica e in tempi moderni anche l’informatica, non sono molto amate. Bisogna esserci dentro per apprezzarle veramente. Non sono l’unica insegnante che vede un lampo di sofferenza negli occhi degli studenti al solo sentire la parola, per cui definisco “faccia da grammatica” l’espressione che perde il sorriso, acquisisce uno sguardo serio con tanto di fronte aggrottata e il capo comincia ad annuire in automatico ad ogni frase pronunciata dall’insegnante. L’esperienza mi insegna che ad ogni spiegazione grammaticale ci sarà una minoranza che non capirà molto; alcuni che avranno bisogno di un paio di ripetizioni prima di familiarizzarsi; un gruppo più consistente che starà al passo, infine un minuscolo, ma micidiale, numero di “patiti della grammatica” che sono il terrore dei professori, perché fanno le domande più disparate che mettono in crisi sia la preparazione dell’insegnante, che la conoscenza della sua stessa lingua.
“Mi può spiegare la frase ‘Siamo rimasti lì finché non ha cominciato a piovere’ per favore?”
“Erano lì e poi sono dovuti andar via perché pioveva”. “Ma la frase dice che non ha cominciato a piovere”. “Sì ma vuol dire che pioveva” “Allora perché non dire ‘finché ha cominciato a piovere’?” Qui l’insegnante comincia a sentirsi sulla difensiva “È un modo di dire”. “Allora che differenza c’è tra ‘siamo rimasti lì finché non ha cominciato a piovere’ e ‘hai sbagliato le previsioni del tempo, perché non ha cominciato a piovere’, in questo caso pioveva o non pioveva?” “Cosa dite, andiamo a bere un caffè?”. E poi via a casa a documentarsi sul valore pleonastico del “non” in almeno cinque tipi di costruzione sintattica, tra cui le frasi temporali introdotte da “finché”.
Questo per dire che la grammatica opera anche quando non ne siamo consapevoli. È il sistema operativo che regola le funzioni di un idioma, la sua centralina, ed in questa complessità di norme, strutture e convenzioni, si manifesta il carattere unico di una lingua.
Ma se diamo per buona questa definizione, cioè che un sistema funziona attraverso una complessità di norme, strutture e convenzioni, allora avanzerei l’ipotesi che questo non si applica solo alla lingua, per cui ci possono essere anche altre grammatiche – una grammatica dell’anima, ad esempio, di cui si parla già da diversi anni in diversi contesti, basta vedere quanti libri la riportano nel titolo.
In fondo certi meccanismi psicologici stanno alla mente come il non pleonastico sta alla lingua, cioè operano in automatico. Prendiamo i pregiudizi. Spoiler alert: tutti abbiamo pregiudizi. Non devono per forza essere quelli brutti e cattivi, ma sono comunque pre-giudizi, cioè opinioni, idee, pensieri, che ci portiamo dentro e che si sono formati nel passato remoto dell’infanzia, prima dell’intervento del giudizio obiettivo. In altre parole, tutti siamo stati bambini in presenza di adulti che esprimevano e ci trasmettevano la loro visione del mondo, visione che noi abbiamo assorbito senza filtri. Per fortuna poi è subentrata l’adolescenza, quando il mondo degli adulti viene messo in discussione, ma intanto alcune idee, punti di riferimento, modi di dire e soprattutto di fare, si sono infiltrati e hanno attecchito. Il punto è che si sono radicati in quel profondo sostrato della psiche che non viene neanche sfiorato dal pensiero logico e razionale, per cui è tanto difficile estirparli.
Quindi se ci infastidiamo se qualcuno fa qualcosa in un modo che non è il nostro perché “è così che si fa”, o se diciamo qualcosa sulla base che “io so che è vero” rifiutando qualsiasi ipotesi diversa, o se ci sentiamo profondamente offesi quando qualcuno mette in discussione le nostre credenze, nella maggior parte dei casi è un nostro pregiudizio che è stato toccato e ha fatto scattare la reazione di difesa. In fondo i pregiudizi sono come il virus dell’herpes, uno volta preso, rimane per sempre ed opera dal di dentro, saltando fuori ogni tanto a mostrare la sua bruttezza.
Concludiamo allargando ancora di più il concetto di grammatica, parlando di grammatica dei popoli. Anche le nazioni operano secondo norme, strutture e convenzioni che sono il prodotto della loro unica e peculiare combinazione di circostanze genetiche, storiche, geografiche, culturali, politiche e sociali. Infinite variabili entrano in gioco per determinare il modus operandi di un popolo in ogni determinato momento storico e, se anche possiamo essere tutti simili nei valori fondamentali di morale e giustizia, è nelle piccole cose che ci distinguiamo. La validità intrinseca dei dieci comandamenti sarà anche condivisa, ma ci possono essere differenze individuali di percezione e interpretazione. “Non rubare” e “non desiderare la donna d’altri” hanno un peso diverso in Italia, rispetto all’Irlanda.
Se per esempio prendiamo in considerazione il concetto di circostanze attenuanti, non tanto a livello giuridico, quanto quella clemenza che si esprime a livello collettivo e che semi-condona alcuni comportamenti in determinate situazioni, vediamo come il fattore mitigante cambi a seconda del popolo. In Irlanda se una persona ha un episodio di condotta disdicevole, si comporta in modo illogico o irrazionale, oppure offende qualcuno, o non rispetta un impegno preso, o dimostra poca serietà o improvvisamente ha comportamenti immaturi, tutte istanze che attirano biasimo o critica, ma si giustifica dicendo che quando l’ha fatto era “in preda ai fumi dell’alcol”, ci sarà un moto, se non di perdono, almeno di comprensione. Come dire, ci siamo passati tutti.
In Italia, almeno ai miei tempi, altro che fattore mitigante! Ubriacarsi era un fattore aggravante e menzionarlo sarebbe stato controproducente. Ma indulgere nei comportamenti sopra citati e difendersi sostenendo che “all’epoca ero innamorato”, questo sì che avrebbe avuto effetto, perché anche di qua…ah ci siamo passati tutti! E gli italiani per amore perdonano ogni cosa.
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